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Indiana Jones e L’ultima Crociata: padre e figlio sulle tracce del Graal

Nei progetti iniziali su Indiana Jones, Lucas aveva pensato di creare una trilogia per il suo avventuroso archeologo. Un trittico di avventura che dopo avere dato vita a I Predatori dell’Arca Perduta e Indiana Jones e il Tempio Maledetto era in cerca di una degna conclusione, soprattutto in seguito all’accoglienza ambivalente della seconda avventura di Indy. E Lucas era conscio che serviva un gran finale, che ripetesse il successo del fortunato esordio.

Come chiudere una trilogia

Sin da quando Lucas aveva convito l’amico Spielberg a girare il primo film della saga, tra i due si era stabilito che l’intera saga di Indiana Jones sarebbe stata girata dal regista de Lo Squalo. Questa sinergia aveva portato Spielberg ad avere un ruolo importante nella definizione delle trame dei film, una questione che divenne essenziale nel momento in cui si decise di dare vita al capitolo finale della trilogia.

Indiana Jones e il Tempio Maledetto era stato un film coraggioso, nell’ottica della saga. Dal tono avventuroso e divertente del primo capitolo delle storie di Indy si era passati ad un taglio più cupo e angosciante, che non colse il favore di tutti i fan di Indiana Jones, che si sentirono traditi dalle scelte del duo di autori. Consci di questo apparente passo falso, Lucas e Spielberg decisero di cambiare registro, tornando ad un’avventura più veloce e positiva. Spielberg sentì a tal punto la pressione che visse la lavorazione di questo nuovo film come una missione, al punto di rifiutare la direzione di due pellicole importanti come Big e Rain Man.

Nelle idee iniziali di Lucas tornò nuovamente il concept di creare una storia in cui venisse esplorato il classico archetipo della casa infestata, intuizione per cui venne contatta la scrittrice Diane Thomas, incaricata di preparare una prima sceneggiatura. Lavoro che non trovò poi l’approvazione di Lucas, che nel frattempo si era lasciato suggestionare da un mito dell’archeologia: il Santo Graal.

Ricordando anche alcune idee scartare ai tempi della lavorazione de Indiana Jones e il tempio maledetto, Lucas intrecciò l’intuizione sul Santo Graal con il mito del Re Scimmia. Nonostante l’entusiasmo di Lucas per il Graal, a cui si voleva dare delle connotazioni quasi pagane, Spielberg non era del tutto convinto del ruolo del Graal, nemmeno quando Lucas pensò di attribuirgli poteri curativi e la possibilità di rendere immortali.

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Queste idee presero la forma di una prima bozza che Lucas completò nel settembre 1984, Indiana Jones and the Monkey King, in cui Indy affrontava prima un fantasma in un castello scozzese per poi mettersi alla ricerca della Fonte della Giovinezza in Africa. Per scrivere la sceneggiatura venne ingaggiato Chris Columbus, che aveva già lavorato con Spielberg (Gremlins, The Goonies e Piramide di paura).

L’idea di Lucas venne modificata e anziché la Fontana della Giovinezza comparve un Giardino con frutti dell’immortalità. Ambientato nel 1937, Indy inizialmente affronta il fantasma del barone Seamus Seagrove III in un castello in Scozia. In seguito, Indiana Jones viaggia in Mozambico, dove incontra la dottoressa Clare Clarke, con cui trova un pigmeo di 200 anni.  Tra varie avventure, inseguimenti con i nazisti e anche una morte con miracolosa resurrezione di Indy, questa prima stesura venne in seguito rielaborata da Columbus e Lucas.

Nella seconda stesura della sceneggiatura di Columbus, datata agosto 1985, vennero cambiati alcuni dettagli, tra cui il ruolo di villain della pellicola affidato al Re Scimmia e un matrimonio finale per Indy. Questa nuova sceneggiatura venne però bocciata da Lucas e Spielberg per come venivano rappresentati in modo poco lusinghiero le popolazioni africane, evitando di trovarsi nuovamente in una posizione scomoda come accaduto con il governo indiano ai tempi di Indiana Jones e il Tempio Maledetto. A questo, si aggiunse la percezione che la storia di Columbus fosse troppo irreale per il personaggio di Indy, quindi venne accantonata e si cercò un nuovo sceneggiatore.

In cerca di nuove idee, Spielberg propose di introdurre la figura di Henry Jones, il padre di Indy. Lucas era preoccupato che questa presenza sviasse il focus del film dal Graal, divenuto nuovamente il fulcro della storia, ma la dinamica padre e figlio venne considerata un’aggiunta interessante alla trama. Per scrivere la sceneggiatura, venne scelto un altro nome già noto a Spielberg, Menno Meyjes.

Nel gennaio 1986, Meyjes consegna una sceneggiatura in cui Indy si mette in cerca del padre, trovandolo a Montsegur, dove trova anche una suora di nome Chantal. In seguito, viaggia sino a Venezia dove prende l’Orient Express sino ad Instabul, riunendosi con Sallah per dirigersi a Petra, luogo in cui trova il Graal. Trovato il calice sacro, un nazista lo tocca ed esplode, mentre, quando lo utilizza Henry Jones, il padre di Indy accede al paradiso. Meyjes fece una seconda revisione con piccoli cambiamenti, ma in entrambi i casi il film sarebbe iniziato con Indy in Messico, intento a recuperare la maschera della morte di Montezuma.

Una storia di famiglia

Da questa lavorazione si passò ad una nuova sceneggiatura, che venne affidata a Jeffrey Boam, che trascorse due settimane con Lucas per arrivare ad una stesura definitiva. Boam aveva delle idee molto chiare in merito a come riscrivere la storia

“Considerato che si tratta del terzo film della saga, non potevamo semplicemente arrivare al finale con loro che recuperano il tesoro. Sarebbe stato identico ai primi due film. Così ho pensato: lasciamo che perdano il Graal e concentriamoci sulla dinamica padre-figlio. È una ricerca archeologica per la stessa identità di Indy e il vero scopo è portarlo ad accettare la figura del padre”

Questa convinzione era alla base delle idee di Boam, che riteneva la caratterizzazione di Indy offerta dai primi due film poco incisiva. A cominciare dal suo passato, decidendo di inserire nel film uno scampolo dell’adolescenza di Indy, un’intuizione che venne poi mantenuta nella versione definitiva della pellicola.

Il giovane Indiana Jones fu subito adorato da Lucas, che dovette però faticare non poco per convincere Spielberg, alle prese con i pareri discordanti del suo L’impero del sole, che aveva come protagonista un ragazzo. Eppure, una volta approvata questa scelta per il flashback ambientato nel 1912, si costruì uno spaccato di Indy che fosse in realtà la somma dei trascorsi adolescenziali delle menti dietro la realizzazione di questo film.

Spielberg ebbe l’idea di mostrare Indy come un boy scout memore della sua esperienza adolescenziale, mentre la scena dell’incidente con la frusta fu inserita per motivare la cicatrice sul mento di Ford, ricordo di un incidente automobilistico in giovane età.

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Prima di arrivare alla versione definitiva, però, fu necessario una nuova lavorazione alla sceneggiatura che venne effettuata da Tom Stoppard, sotto lo pseudonimo di Barry Watson. In questo passaggio vengono aggiunti dettagli importanti della trama, come le prove per arrivare al Graal, ma soprattutto viene elaborata una figura fondamentale del film e della vita di Indiana Jones: il futuro Panama Hat.

Con questo nome era noto il personaggio che nel flashback, dopo il rocambolesco inseguimento con Indy, regalava al giovane Jones il suo celebre cappello. Nell’idea di Stoppard, questo personaggio avrebbe dovuto essere il trait d’union tra il flashback ed il presente, tramite la scena del cappello che cala sul volto del ragazzo e viene sollevato mostrando il viso del Jones Jr adulto.

A Stoppard si deve anche la scrittura dei dialoghi tra i due Jones, in modo da renderli il fulcro emotivo del film. Per questo lavoro, Stoppard non ricevette alcun accredito, ma solo 120.000 €, anche se all’uscita del film il suo fondamentale contributo venne premiato con un sostanzioso bonus di un milione di dollari. La motivazione fu fornita da Spielberg

“Volevamo realizzare una storia emozionale, ma non volevo diventasse eccessivamente sentimentale. La separazione tra i due era la base per una certa comicità, e diede molto da lavorare a Stoppard, anche se non venne accreditato. Tom è il vero responsabile di ogni battuta tra i due”

Tale padre, tale figlio

Quando Lucas e Spielberg iniziarono a lavorare alla figura di Indiana Jones, il loro primo pensiero era di realizzare un film avventuroso sulla scia di James Bond, di cui avevano adorato l’interprete. Quando venne ipotizzato di introdurre la figura del padre di Indy, la prima scelta di Spielberg fu subito Connery, ma non lo svelò immediatamente a Lucas, che quindi ideò il personaggio come eccentrico, immaginandolo interpretato da Laurence Olivier.

Quando venne proposto a Connery di interpretare il personaggio, in un primo momento l’attore scozzese rifiutò il ruolo, non convinto dalla poca differenza d’età tra lui e Ford (solo dodici anni). Al rifiuto di Connery, si pensarono ad altri due nomi, Gregory Peck e Jon Pertwee.

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Tuttavia, date le insistenze, alla fine Connery non solo accettò, ma da appassionato di storia diede un fondamentale contributo alla caratterizzazione del suo personaggio

“Volevo recitare Henry Jones come fosse una sorta di Sir Richard Francis Burton. Ero intenzionato a divertirmi nel recitare il ruolo di un burbero, vittoriano padre scozzese. Doveva al contempo essere una sfida per il figlio, dissi a Spielberg che qualunque cosa Indy avesse fatto, Henry la aveva già fatta e meglio!”

La rilevanza del ruolo di Henry Jones, comprese alcune delle sue battute, fu frutto dell’interpretazione dell’attore scozzese. Ad esempio, nella scena in cui Indy e il padre sono riuniti nel castello dei nazisti, la battuta di Henry Jones “Parla nel sonno” fu un’improvvisazione di Connery, che colse di sorpresa l’intera troupe, che scoppiò a ridere. Ma considerato che la scena era stata filmata e che funzionava, Spielberg decise di tenere la scena anche nella versione definitiva del film.

La dinamica tra Ford e Connery fu perfetta. I due trovarono un’alchemia incredibile, che li mise a loro agio anche quando fu necessario lavorare in condizioni tutt’altro che ideali. La scena della fuga a bordo dello zeppelin venne girata in uno studio in cui la temperatura era altissima, costringendo i due attori a recitare in modo nuovo: in mutande! Dato che la maggior parte delle riprese di questa scena non inquadravano la parte inferiore degli attori, Ford e Connery, per non sudare, recitarono senza pantaloni.

Una scena tranquilla per Ford, che invece decise di non tirarsi indietro e girare in prima persona alcune delle scene più pericolose del film. Nonostante nei precedenti film il buon Harrison avesse riportato lesioni ed infortuni vari, anche se era alla soglia dei cinquant’anni decise di effettuare le scene più avventurose in prima persona. Indy che cavalca come un ossesso dietro al tank nazista? Ford. Indy che penzola dalla torretta del tank? Sempre Ford. Insomma, Ford era così intento ad esser Indiana Jones che il suo stunt man, Vic Armstrong,  un giorno lo prese da parte e gli chiese piccato se volesse lasciarlo lavorare!

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Cosa che alla fine Ford concesse, anche se non rinunciò a girare una delle scene più dinamiche del film, l’inseguimento in moto. Inizialmente, questa scena non era prevista nel film, ma venne aggiunta in post-produzione nell’autunno 1988, quando Spielberg e l’editor Michael Khan, vedendo quanto girato, decisero che a Indiana Jones e L’ultima Crociata servisse più azione. Nei primi mesi del 1989, Ford e Connery girarono questa divertente scena nei boschi intorno allo Skywalker Ranch.

Costruire il passato di Indy

Indiana Jones e L’ultima Crociata ha il merito di offrirci il primo accenno al passato di Indy, andando a spiegare anche alcune sue piccole caratteristiche.

Nel primo film, I Predatori dell’Arca Perduta, avevamo scoperto che il nostro avventuroso archeologo aveva una discreta paura dei rettili. Nel flashback ambientato nel 1912 vediamo Indy alle prese con i serpenti, prima levandone uno con sicurezza dalla spalla di un amico, infine finendo in una vasca piena di rettili durante la sua rocambolesca sul treno del circo. Un’esperienza che genera la leggendaria fobia per i rettili di Indy.

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Tratto distintivo di Indy è sempre stato il suo cappello. Un elemento importante che nelle prime stesure della sceneggiatura di Indiana Jones e l’Ultima Crociata venne legato ad un nome fondamentale nella vita di Indy: Abner Ravenwood.  Padre di Marion, conosciuta in I Predatori dell’Arca Perduta, e mentore di Indy, il personaggio era una voce ricorrente nella vita di Henry Jones Jr, che sarebbe comparso solamente in Indiana Jones e il Regno del Teschio Cristallo.

Eppure, Abner rischiò di essere presente anche in Indiana Jones e l’Ultima Crociata. In una delle prime stesure della sceneggiatura, infatti, il personaggio che nel flashback del 1921 regala a Indy il suo cappello (interpretato da Richard Young) era Abner Ravenwood. Abner era presentato come una sorta di Indy, sia nell’abbigliamento che nei modi, studiato appositamente per trasmettere un senso di emulazione nell’Indiana Jones adulto. Nelle ultime fasi di lavorazione della sceneggiatura, questo aspetto venne meno e il personaggio venne ribattezzato Panama Hat.

 Questa scelta di costruire un passato che aiutasse a caratterizzare Indy fu di ispirazione per Lucas, che non pago di quanto raccontato in Indiana Jones e l’Ultima Crociata iniziò a sviluppare un progetto che prese una forma definitiva negli anni seguenti: Le avventure del giovane Indiana Jones

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