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James May – Il nostro inviato in Giappone – Recensione

Per chi non fosse appassionato di auto o di programmi comici inglesi ecco una premessa: James May, classe 1963, è un conduttore televisivo e giornalista motoristico inglese. Per chi avesse bisogno di una premessa un po’ più approfondita – anche se è improbabile che serva – May è co-presentatore di Jeremy Clarkson e Richard Hammond: fa parte del trio che per tredici anni ha condotto la serie automobilistico-comica Top Gear. Dopo l’allontanamento di Clarkson dalla BBC il trio ha fatto esattamente ciò che il pubblico sperava: è rimasto unito, e dal 2016 realizza con successo The Grand Tour per Amazon Prime Video ed ora ritorna con “James May – Il nostro inviato in Giappone”

James May: Our Man in Japan

Ognuno dei conduttori comunque, si è sempre riservato tempo ed energie per progetti solisti, e James May: Our Man in Japan (titolo originale inglese) è l’ultimo progetto di May, che parte dalla sua amata Hammersmith in Inghilterra, alla volta del Paese del Sol Levante per cercare di “capirci qualcosa”.

“James May intraprende uno straordinario viaggio attraverso il Giappone, dal nord ghiacciato al sud temperato. James vedrà paesaggi, incontrerà gente del posto e mangerà spaghetti nel tentativo di comprendere realmente la Terra del Sol Levante.”
Sinossi ufficiale Prime

Il riassunto suona bene, vediamo il resto.

Prima puntata, “Hello viewers”

James May esordisce col suo tipico saluto agli spettatori direttamente dal gelido Hokkaidō, dove dice di aver visitato spesso il Giappone ma di non averci mai capito molto (in una puntata di Top Gear lui e Hammond affrontavano una sfida a bordo di mezzi di trasporto pubblici contro Clarkson in auto), e quindi parte chiedendo già Sumimasen (scusatemi).

“Intendo scoprire l’essenza del Giappone e dell’essere giapponesi.”

La gag del “borioso intellettuale” è la prima di molte che fanno davvero ridere, soprattutto per chi ha familiarità con May, che conosce perfettamente Prokofiev ma non ha idea di chi sia Elsa di Frozen.

E così, dopo aver decretato che guidare una slitta trainata da cani è la cosa più difficile che abbia fatto (strano, detto da qualcuno che lavora con Clarkson da così tanto tempo), e dopo aver preso confidenza con gli haiku, James si reca in uno yatai (n.d.r. anche se personalmente l’avrei definito più un izakaya, ma posso sbagliare) e dà il via alla sua vita sociale con i giapponesi.

Dopo aver ampiamente chiarito che l’attività fisica non è il suo forte, e aver provato l’ebbrezza di litigare con una macchinetta per ordinare una ciotola di ramen, James si sposta più a sud per fare visita a uno degli ultimi forgiatori di katane del Paese e poi si sposta nel capoluogo della prefettura di Hokkaidō, Sapporo dove si occupa di qualcosa che conosce molto meglio dei cani da slitta: birra. Dopo aver affrontato il mare e i polipi che lo abitano, James ci dedica un haiku e chiude la prima puntata.

Seconda puntata, “Konnichiwa viewers”

La seconda puntata May è sceso nella regione del Tōhoku dove si ritrova alla guida di robot giganti e piuttosto lenti e ingaggia una battaglia fra Gundam. Dopo un discorso piuttosto istruttivo sulle “tipologie di uomo giapponese e gli involtini di verza” (le due cose sono assolutamente collegate, guardatelo!) James intraprende una camminata spirituale con un monaco Yamabushi per mettersi in collegamento con la sua parte spirituale che culmina in un meraviglioso onsen.

“In Giappone la natura stessa è Dio.”
Maestro Hoshino, monaco Yamabushi

Questo momento catartico gli serve per affrontare il concerto degli Zenryoku Boys una boy band giapponese con cui James fa velocemente amicizia. Dopo un viaggio nell’adolescenza giapponese, James torna a sentirsi a suo agio fra Bushido e armature, e onestamente sta molto meglio in versione samurai che in versione J-pop.

Chi conosce James e la sua storia televisiva apprezzerà molto una piccola involontaria gag con un cavallo. Chi non conosce la storia e l’avversione di May per gli equini, forse avrà un attimo di smarrimento. Parlando di Giappone tradizionale, James non poteva esimersi da una lezione di calligrafia, prima di spostarsi verso la zona di Fukushima nella desolata città di Namie, dove gira la parte più emotiva di questo viaggio finora, ma mai scivolando in quello che sarebbe un facile pietismo. Infine James si allontana con il treno Shiki-shima, non il più veloce ma uno dei più lussuosi del mondo. Verso Tokyo!

Terza puntata, “Beautiful but tragically short”

Dopo aver sorvolato Tokyo, dopo essersi fatto mordere da un gatto in un Cat Cafè e dopo aver fatto un giro su un’anatra rosa, May si gode la fioritura dei ciliegi che, pensando al suo amato collega in Gran Bretagna, definisce in maniera poetica:

“Beautiful but tragically short. Just like Richard Hammond.”

In questa puntata la questione della conformità giapponese viene ripresa più volte, e in particolare con i salaryman si approfondisce il concetto di Hon’ne e tatemae (sentimenti e facciata, in breve), finché a un certo punto tutto sfuma nella birra e in canzoni che incitano “Touch me, touch me now”. Come detto in precedenza: le cose sono collegate. Guardatelo, ne vale la pena. Oltretutto sentir cantare James May è una cosa rara ed è anche bravo!

“Portare in giro un fallo enorme è imbarazzante, ma necessario”.
“È un mio problema di tutti i giorni”.

A Kawasaki James partecipa come volontario al Kanamara Matsuri, il Festival del Fallo d’Acciaio e poi fa una capatina ad Akihabara per godersi un po’ di tecnologia, e per conoscere i trainspotter, gli otaku dei treni e per farsi fare un jingle su misura dall’uomo che compone tutti i jingle delle stazioni metropolitane della città.

Dopo un giro di haiku nel distretto di Wakamiya e aver mangiato del sushi preparato da dei robot, James visita l’Accademia di Animazione Yoyogi la più antica scuola di manga in Giappone e improvvisamente diventa il cane feroce di un anime. La tappa successiva è Borderless: una meravigliosa installazione artistica digitale prodotta dal gruppo TeamLab in cui Captain Sense of Direction si perde senza rimpianti.

Quarta puntata, “There was still a bus in the back”

In questa puntata James si trova tra Tokyo e Kyoto a bordo di una Kawasaki ZZR1400 con cui si avventura verso il Monte Fuji. May incontra l’artista Takayoshi Sakaria-san da cui prende lezioni per dipingere il Fuji-san con risultati che James definisce deludenti (ma sinceramente non lo sono poi tanto). Il suo avvilimento genera frustrazione nonché una gag divertente con la crew che vorrebbe girare nuovamente la scena perché “C’era un bus nell’inquadratura”.

“Sì ma non mi importa se c’era un bus. I bus fanno parte della vita, è questo ciò contro cui combattiamo.”

Molto bene, James… Dopo aver stabilito una tregua col regista Tom Whitter, James e la sua troupe si recano ad Hamamatsu dove la Yamaha fabbrica i suoi pianoforti e dove il disturbo ossessivo compulsivo di James (come lo chiama Clarkson) fa disperare nuovamente il povero Whitter.

“Subito dopo mi sono ritrovato ad essere un vecchiaccio che le ragazze non trovano interessante.”

Per la cronaca: l’ultima affermazione di James, fatta in un momento di sconforto davanti a un pianoforte, non è vera. Le fan di May sono ovunque e coprono diverse fasce d’età, anche piuttosto giovani. Come “vendetta” per il tempo perso, la crew prenota a James un “Ashiatsu“, un massaggio plantare piuttosto doloroso che provoca divertenti risatine di sottofondo.

Arrivato a Kyoto May passa un pomeriggio nel “Giappone tradizionale” con un’adorabile geisha e poi fa un esilarante giro turistico con il robot guida RoBoHon. Per non perdere le buone abitudini, James dedica una parte della sua esperienza nipponica alle auto, nello specifico alle Keicar con un campionato tra proprietari di Honda Keijidosha N-One. Per chiudere May ci mostra il centro di arti marziali più antico del Giappone, il Kyoto Budo dove viene atterrato dalla Sensei un numero imprecisato di volte. Dopo aver fatto una citazione colta su Guida Galattica per gli Autostoppisti e aver introdotto il concetto del Komorebi (la luce che filtra tra le foglie degli alberi), James ci saluta.

Quinta puntata, “like a knob”

Osaka. James si diverte nel vivace quartiere di Dotonbori dove  perde al pachinko e fa invidia a tutti i suoi viewers mangiando dei deliziosi takoyaki, del ramen e tutto quello che lo street food di Osaka offre. Dopodiché guida un go-kart nel centro della città travestito da Ultraman, ma più che un supereroe james dice di sentirsi “like a knob”. Dopo si ricongiunge con il suo traduttore Yujiro per fare raccontare barzellette non divertenti in un cabaret.

Per la preoccupazione di sembrare un pervertito James rinuncia ad un Neko-cafè, ma il giorno dopo non rinuncia ad assistere ad un allenamento di sumo. Scelta discutibile sotto molti punti di vista. Per spostarsi verso sud James e la crew si separano e May prova a fare il Vlogger fino a Okayama sullo Shinkansen.

“Mi sono concesso la prima classe che è in fase di pulizia perché siamo in Giappone. Non la pulivano da ben 20 secondi.”

Dopo aver avuto qualche difficoltà a spiegare la storia di Momotarō a causa di risate tragicamente contagiose, James si sposta al Koaku-en, un meraviglioso giardino del 1700 e diventa un tutt’uno con l’universo grazie alla meditazione zen. Arrivato a Hiroshima è d’obbligo una toccante tappa all’Hiroshima Peace Memorial Museum per poi lasciare la città e approdare su Miyajima, una delle isole più sacre dell’arcipelago dove James e Yujiro si fanno mangiare la mappa da un cervo e visitano il santuario di Itsukushima.

Sesta puntata, “It’s a biscuit”

James arriva nelle Isole subtropicali del Giappone meridionale dove fa un giro in bici e arriva nello Shikoku dove sperimenta la vita rurale giapponese alloggiando in un ryokan (un tipico hotel con tatami e futon) dove c’è una piccola incomprensione tra salviette e biscotti.

“Completo di piattino e di salvietta umida. Non è un biscotto, non mangiatelo. È una salvietta? No, è un biscotto. Ma che ca**o. Come la risolviamo?”

James si cimenta nell’arte del kyudo, un tipo di tiro con l’arco dove arco e frecce sono davvero l’ultima delle difficoltà. Dopo aver preparato e gustato degli udon, James si sposta a Nagoro, il villaggio degli spaventapasseri, abitato praticamente solo da kakashi: degli inquietantissimi pupazzi.

A bordo di un idrovolante James e la sua guida fanno un giro panoramico della bellissima zona per salutare definitivamente lo Shikoku e spostarsi nel Kyushu, nella città di Beppu, il luogo con più sorgenti termali di tutto il Giappone, dove cuoce le verdure del suo pranzo direttamente “all’inferno” (ha assolutamente senso, guardatelo!) e poi fa un caldissimo bagno di sabbia giapponese. Dopo aver lasciato “prugne sudate e verdure stracotte”, James si avvia verso la conclusione di questo viaggio dove vuol fare qualcosa di cui ha padronanza e cosa c’è di meglio che lavorare alla fabbrica della Honda? Purtroppo le capacità meccaniche di May sono inibite dallo stretto controllo del team Honda, e alla fine lui e la crew lasciano la fabbrica per dedicarsi a un po’ di shintoismo prima del ritorno in Occidente.

Nella Gola di Takachiho James impara la genealogia shintoista o almeno ci prova, fra un ingorgo di barche, decine di anatre affamate e il cameraman disperato sotto una cascata. Prima della fine del viaggio, James ci riprova con la ceramica, con l‘ikebana e con i burattini Bunraku e dopo 11 settimane James termina il suo viaggio su una spiaggia di Kagoshima deliziandoci del suo ultimo haiku.

Conclusioni e riflessioni

Il rischio, con un progetto del genere, era quello di cadere nella “modalità gaijin“. Per i non addetti ai lavori: il termine gaijin significa “persona esterna (al Giappone)”, ovvero colui che non è nativo del luogo. Potrebbe sembrare un’altra parola per “straniero” ma non è proprio così. A volte viene usata con intento dispregiativo, quasi razzista. È un po’ come indicare qualcuno che non c’entra nulla in un luogo e non sa comportarsi di conseguenza. Essere un gaijin non è una cosa bella. E appunto, il rischio c’era.

Ma James, nonostante l’intento di far risaltare la sua inettitudine e la sua goffaggine per questioni prettamente comiche, se la cava benissimo. Sarà quel suo essere così inglese, sarà la sua sottile ironia, o sarà il suo sorriso capace di sciogliere anche la neve di Hokkaido, ma il risultato è eccezionale: James non è mai veramente fuori posto. Anche Yujiro, il suo traduttore di Tokyo si è dovuto ricredere: credeva che si sarebbe trovato davanti un gaijin ma dice che James si è rivelato un samurai.

“James è un samurai britannico con gli occhi azzurri”.
Yujiro Samurai Taniyama

Impareggiabili gli scambi con la crew, divertente il lato british che esce sempre fuori indipendentemente dal contesto e assolutamente contagiosa la risata tipica di James. Una cosa che può essere apprezzata o meno è lo stile con cui viene girata la serie: buona la prima. Nonostante alcune scene siano state girate più volte (ovviamente) e altre siano state tagliate per necessità, quelle che non potevano essere girate nuovamente sono state tenute per com’erano: imperfette. Per questo rimane la sensazione di un programma spontaneo, dove non tutto è andato per il verso giusto e va bene così.

Una delle critiche principali al programma The Grand Tour è che, appunto, le scene siano troppo recitate. In parte è vera questa considerazione perché, sebbene quello sia uno show dove è indispensabile pianificare il più possibile, è anche vero che la comicità del trio alberga nelle scene più spontanee. In James May: Our Man in Japan non c’è traccia di recitazione, e se c’è è ben dissimulata.

La serie non ha pecche? Qualcuna. Diciamo che alcune puntate sono più divertenti di altre e che ci sono dei “grandi assenti”: ad esempio sarebbe stato bello che James andasse al Museo Ghibli, in un Capsule Hotel, o ad Harajuku. Oppure anche che affrontasse anche situazioni imbarazzanti come quel famoso Neko-cafè, la zona hentai di una fumetteria, o ancora che scavasse un po’ di più nelle perversioni giapponesi, ma James sostanzialmente è timido e probabilmente si sarebbe sentito tremendamente a disagio.

Nel complesso Our Man in Japan è una serie molto ben riuscita, che unisce la cultura pop alla cultura tradizionale, e corona il tutto con quel delizioso umorismo inglese in cui James May non si batte.

James May – Il nostro inviato in Giappone è disponibile su Amazon Prime Video. Se volete ridere e imparare allo stesso tempo, questa serie è l’ideale.