Cinema e Serie TV

Le signore degli schermi – Avis Amberg: Hollywood

Tra l’ampio cast femminile che ha calcato le scene di Hollywood, o per meglio dire Hollywoodland, la nostra vincitrice per l’approfondimento de Le Signore degli Schermi è indubbiamente una. And the Oscar goes to…. Avis Amberg! Moglie, madre, amante, casalinga, presidentessa. Tutto questo viene raccontato nelle sette puntate della miniserie originale Netflix, sbarcata sul distributore di cinema e serie TV a fine aprile e che vede la decisa e marmorea, quanto umana, Avis interpretata da una Patti LuPone impeccabile e affascinante. Si può essere sensuali ancora superata la soglia dei settant’anni? Assolutamente, e lo dimostra nel corso di tutta la storia.

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Everybody comes to Hollywood

Intendiamoci, Avis non è in cerca semplicemente di “amore facile”, squinternato e carnale. Sappiamo che è l’intuizione che è subito sorta in voi nelle prime scene in cui compare alla gas station dell’eterno gigolo Ernie, apparentemente arrivato alla fine della corsa. Ma si sa, le apparenze ingannano, e questo detto proverbiale potrebbe benissimo essere inciso sotto il titolo di questa serie, dove nessuno è puro (tanto meno puritano); hanno tutti fantasie, sogni e ambizioni e nemmeno Avis è fuori da questa cerchia di peccatori.

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Non facciamola nemmeno scadere nel classico binomio “sesso e potere”, non è quello a cui ambiscono i personaggi. Nel dopoguerra a fine anni Quaranta del secolo scorso, che ruolo potevano avere le donne, in un’America stretta nella morsa dello schiavismo, separata dagli schieramenti di nordisti e sudisti e messa a tacere dalla perenne ombra nera del Ku Klux Klan?

Quello della domestica, della donna di casa, dell’oggetto del potere (e del piacere) patriarcale del capofamiglia, quest’ultimo, al contrario, chiaramente libero di darsi a comportamenti libertini a suo piacimento.

Tutta d’un pezzo

Non funziona così però, né per Avis, né per le altre donne ribelli di Hollywood, che desiderano semplicemente ottenere quello che un essere umano ha diritto ad ambire: rispetto, amore, riconoscenza.

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Il riscatto per sé e per una vita passata nel tradimento costante del marito è quello a cui mira Avis, la quale non è certo rimasta impassibile piangendo su se stessa, nelle quattro mura di una dimora per nulla umile.

Se la vita coniugale è ormai ridotta a brandelli, Avis non può che prenderli e farne uno sgargiante abito da indossare per tessere le sua fila di amante segreta, e diventare così una cliente nemmeno troppo assidua della stazione di Ernie. Proprio in uno di questi momenti facciamo la sua conoscenza, ma nulla rivela ancora agli occhi del mondo la sua vera identità.

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Sotto il turbante

Qual è allora l’identità di questa donna? Avis non è altri che la moglie di Ace Amberg, “capoccia” degli omonimi ACE Studios, una delle perle delle produzioni hollywoodiane che si astiene chiaramente dal lancio di film con contenuti sensibili e da dare in pasto alle critiche e agli scandali dell’opinione pubblica (alias omosessualità e persone di colore con ruoli “non adatti” alla loro posizione sociale).

Comincia la sua carriera come attrice di film muti, con un’improvvisa battuta d’arresto nel momento in cui arriva l’epoca del sonoro:

“I had one screen test, and they told me there wasn’t a place in talkies for ethnics. A little “Jewey” was the word they used.

Si spalancano le porte del razzismo e dei conseguenti, tristi cliché sin dalla prima mezz’ora della serie, ma qualcosa cambierà le sorti della produzione cinematografica, un effetto valanga legato a una “piccola debolezza” di Ace…

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Adorabile nei suoi outfit, originali e da vera star, Avis non è succube, né del marito che la relega in cucina nel ruolo di banale casalinga, né dei capricci della figlia, Claire, che pur di entrare nello star system si fa conoscere con il cognome d’arte Wood, evitando l’associazione con la famiglia per non risultare la classica “figlia di”. Bravo, Claire? Insomma, forse non proprio. L’ambizione è il suo spirito guida, e non è facilissimo convivere con lei e la sua brama di successo, messa in risalto da un rossetto rosso fuoco che contrasta diabolicamente con il pallore dell’incarnato e i tratti angelici del suo volto.

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Dal canto suo, la signora Amberg non sembra invece aspirare fortemente al ruolo di direttrice degli studios, per quanto si ritrovi tra capo e collo questa responsabilità per una debolezza della carne del coniuge. Esatto, i piaceri carnali vanno spesso a braccetto con il tradimento e, per quanto Avis sia stata (quasi sempre) brava a nascondere le sue frequentazioni alla stazione, lo è stato meno Ace, Vittima di un primo infarto, a seguito di un rapporto con Jeanne Crandall, la sua amante storica e decennale, e poi di un fatale, secondo colpo al cuore dopo una notte di passione con la stessa Avis.

L’incarnazione del potere

Il segno di un destino agrodolce, quello della donna, incapace di portarsi a casa l’intero malloppo comprendente un marito in salute e fedele e il riconoscimento dei suoi sforzi sul lavoro. Non tutti i mali vengono per nuocere; il passaggio a miglior vita del consorte la conduce a diventare ufficialmente responsabile degli studios, la prima donna della storia a poter ricoprire un ruolo unico e al contempo di grande responsabilità.

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Qualcosa non vi torna? Vi sembra una storia già sentita, ma leggermente diversa? Qui sta il punto: di fatto, Avis Amberg è un personaggio fittizio, mai davvero esistito, a differenza delle persone reali a cui si è ispirato il regista Ryan Murphy. Parliamo di un mix tra Irene Mayer Selznick e Sherry Lansing, rispettivamente la prima, figlia del co-fondatore della leonessa del mondo del cinema, la Metro Goldwin Meyer; la seconda, ex CEO di Paramount Pictures.

Non abbiamo certo a che vedere con gli ultimi scapestrati che hanno bussato alle porte del paradiso hollywoodiano, anzi; i due modelli a cui si è ispirato Murphy hanno dato vita a un pastiche di forza, rigore e potenza in carne e ossa, in grado di restituirci un personaggio davvero ammirevole per il suo pugno di ferro, dimostrando di avere polso e sangue freddo anche in diverse situazioni delicate.

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Non si è scomposta di fronte a una croce infuocata posta nel giardino di casa sua, segno di protesta che porta la firma evidente del KKK, così come ha saputo perdonare Jeanne per il tradimento reiterato con il marito. Del resto, è la stessa Avis ad ammettere genuinamente di necessitare ancora delle attenzioni di un uomo, a fronte di un marito assente, e di volere la sua gelosia, proprio come sostiene all’inizio della serie:

Maybe I want to make my husband jealous. Maybe I want him to know that someone else desires me.

Abbiamo già parlato nella nostra recensione di quanto alcune situazioni siano state decisamente forzate, con il solo scopo di diffondere un messaggio al limite tra la retorica e il buonismo, ma nulla ci ha impedito di apprezzare un’artista davvero navigata come la LuPone, uno scoglio indistruttibile in mezzo a un mare in tempesta.