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Le strade del male: recensione di un’America disperata e oscura

Quando ha scritto il suo romanzo The Devil All The Time, Donald Ray Pollock probabilmente non avrebbe mai immaginato di diventare la voce narrante onnisciente di un’eventuale trasposizione cinematografica. Eppure è esattamente quello che è successo con Le strade del male, la nuova produzione Netflix che trae origine dal romanzo di Pollock. Affidata ad Antonio Campos, Le strade del male si rivela un film dalle tinte dure e violente, riportandoci nell’America rurale tra gli anni ’50 e ’70.

Le strade del male presenta uno dei problemi tipici delle trasposizioni di romanzi: trovare il giusto equilibrio. Difficile in questi casi comprendere quali elementi valorizzare e quali invece tralasciare, sempre tenendo rispettando lo spirito autentico della storia. Su un romanzo come The Devil All The Time, data la sua complessità, è uno sforzo ancora più complesso, nonostante Le Strade del male abbia un minutaggio tutt’altro che scarso. Eppure, il risultato finale del film è una storia che sembra cogliere delle sfumature emotive acide e spietate, capaci di veicolare le oscurità della società americana post-bellica, ma che rimane vittima di una dilatazione dei tempi che in alcuni punti sembra penalizzare la trama.

Le strade del male, racchiudere un romanzo in un film

Rischio concreto, considerato come la storia di Le strade del male si dipana per un ventennio. Nell’arco di questi anni, le vite dei protagonisti, dopo un primo incrocio che pare un drammatico scherzo del destino, seguono un percorso di tragedia che sembra una trama già scritta, in cui queste anime perdute si muovono convinti di essere artefici del proprio destino, illusi di poter fuggire dai drammi che li segnano e raggiungere finalmente un’agognata serenità.

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Nel 1945, il soldato Willard Russell (Bill Skarsgard) rientra dal sud Pacifico, dove ha combattuto contro i Giapponesi. Quanto visto durante la guerra lo ha profondamente segnato, in particolare una brutale crocifissione dei un proprio commilitone per mano dei soldati nipponici, visione che ha sconvolto la psiche di Willard, facendo nascere nell’uomo una distorta percezione della religione, elemento essenziale del suo ambiente sociale.

In un ristorante della profonda americana, Willard incontra una giovane cameriera, Charlotte (Haley Bennett), di cui si innamorerà. Nel momento stesso in cui il fotografo Carl (Jason Clarke) si innamora di una nuova assunta, Sandy (Riley Keough), sorella dello sceriffo Lee Bodecker (Sebastian Stan). I due decideranno di vivere assieme, dando vita ad una serie di brutali uccisioni che diventeranno una delle paure della zona per gli anni a seguire.

Da padre in figlio, una spirale di violenza e disperazione

Giunto a casa, Willard viene accolto dalla madre e dal fratello come un eroe di guerra, con la speranza di poter iniziare una vita normale, magari con la giovane Helen Hatton (Mia Wasikowska), donna pia molto legata alla madre di Willard. Quest’ultimo, dopo le esperienze traumatiche in guerra, ha perso la propria fede, e continua  a pensare alla cameriera conosciuta in precedenza. Motivo per cui torna nella cittadina in cui lavora Charlotte e la sposa, mettendo su famiglia e avendo un figlio, Arvin (Tom Holland).

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Nel frattempo, Helen ha sposato un reverendo dai modi strani e inquietanti, e dal loro matrimonio nasce la piccola Lenora (Eliza Scanlen). Quando una tragedia colpisce la famiglia di Helen, Lenora viene accolta dalla madre di Willard.

In seguito a una tragedia familiare Willard ha ritrovato la fede, ed educa il figlio secondo una visione distorta di questa ritrovata religiosità, avvelenata da quanto visto in guerra. La psiche di Willard, compromessa e disperata, lo spinge a educare il figlio secondo dei principi di giustizia annebbiati da una visione inacidita del mondo, in cui vendetta e violenza sono una risposta necessaria. Quando Willard vede il proprio mondo crollare, si suicida lasciando il piccolo Arvin alle cure della madre.

Motivo per cui Lenora e Arvin, coetanei, crescono assieme come fratello e sorella. Un legame che spinge il ragazzo a vedersi come protettore della ragazzina, che contrariamente a lui ha una fede adamantina. Una condizione che la porta ad avvicinarsi alla figura del predicatore Preston Teagardin (Robert Pattinson), dando vita ad una serie di eventi che segna in modo irrimediabile il destino dei protagonisti.

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L’impianto narrativo de Le strade del male è imponente, pur basandosi sostanzialmente su un principio: l’impatto dei genitori sui figli. Arvin e Lenora, in particolare, hanno due indoli opposte, frutto dei traumi e dell’educazione impartita loro dalle figure genitoriali, un imprinting che sembra condannarli ad un destino ineluttabile. L’idea è intrigante, fondandosi su un racconto quasi circolare che si colloca tra due delle ferite più segnanti dell’America del ‘900 (Seconda Guerra Mondiale e Guerra del Vietnam), con l’intento di offrire allo spettatore un mosaico di figure tragiche e pietosamente umane che si contrappongono ad altre animate dalle peggiori nefandezze possibili dell’animo umano.

Una trama troppo compressa

Il titolo originale del romanzo di Pollock, The Devil All The Time, ha sicuramente un maggior legame a quanto narrato nel film, ma non è la sua assenza a inficiare il risultato. La ricchezza di spunti narrativi, la costruzione emotiva dei personaggi e questo ampio arco temporale, infatti, risulta sin troppo compresso all’interno di un film, anche questo minutaggio generoso. Quel che si respira è la sensazione di un buon film che lascia l’amara consapevolezza di aver sacrificato il valore di una storia trattandola nel modo sbagliato.

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Una trama ricca come quella di The Devill All The Time avrebbe trovato una miglior espressione se inserita in una miniserie, formato che oggigiorno è spesso utilizzato proprio per valorizzare questa tipologia di trame, come per La verità sul caso Harry Quebert. Le strade del male, invece, è costretto ad abbozzare alcune figure per dare spazio ai protagonisti della storia, sacrificando una costruzione emotiva che in alcuni punti pare perdere consistenza.

Uno squilibrio che premia solo i tre principali protagonisti di questa vicenda, Willard, Arvin e Preston. Interpretati rispettivamente da Skarsgard, Holland e Patterson, sono le tre anime più tormentate e colpite da questa vita spietata e violenta. La recitazione degli attori è impeccabile, a tratti sorprendente, specialmente per Holland, che con questo ruolo si emancipa totalmente dal ruolo di Peter Parker e mostra di essere a suo agio anche con ruoli drammatici.

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Pattinson, dal canto suo, conferma di essere un attore incredibile. Dopo avere appassionato recentemente in Tenet ed essersi guadagnato il ruolo di Batman, Pattinson mostra di avere intrapreso una carriera di altro profilo, sensazione confermata da questo ruolo odioso e deprecabile, che rimane inviso allo spettatore grazie all’ottima recitazione dell’attore, che contrappone la sua avvenenza esteriore ad un marciume interiore evidente.

Se questi personaggi emergono è grazie a un trio attoriale sontuoso, occasione che non viene ad altri interpreti. Complice uno squilibrio tra complessità dell’intreccio e quantità di vite in gioco, Sebastian Stan viene penalizzato ingiustamente, considerato come il suo sceriffo Bodecker avrebbe meritato maggior presenza. Nel poco tempo che viene dedicato a questo poliziotto corrotto, Stan si mostra perfetto, capace di mostrare ogni volto di questo personaggio.

In conclusione

Le strade del male avrebbe quindi tutte le possibilità per essere un’ottima storia, non ultima l’ambientazione perfetta, quella provincia americana di metà ‘900 in cui la religione era una forza trainante, vissuta con devozione e ipocrisia, come strumento e ricerca di speranza, ma perde di consistenza per via di una scarsa gestione dei tempi narrativi, a tratti ulteriormente rallentati dalla voce narrante di Pollock.

Associata ad un ottimo cast, questa America disperata e sconosciuta avrebbe meritato maggior respiro, opzione possibile, come detto, trasformando le due ore del film in una più adatta miniserie. La sensazione a visione terminata è quella di avere assistito ad una storia che, per quanto ben interpretata da attori di ottimo livello, non ha avuto la possibilità di essere dovutamente sviscerata e raccontata.

Potete la storia originale di Le strade del male leggendo il romanzo The Devil All The Time