Cinema e Serie TV

Locke & Key: la recensione dell’horror fantasy originale Netflix

L’uscita di Locke & Key è prevista per il prossimo 7 febbraio su Netflix. La piattaforma di streaming lancia un nuovo contenuto originale a tema fantasy e dedicato a un pubblico piuttosto eterogeneo, ma che abbia in particolare la pazienza di attendere che la trama dia segni di vitalità. Infatti Locke & Key è una serie suddivisa in dieci puntate realizzata da Carlton Cuse (creatore Lost), Meredith Averill (co-autrice di Hill House) e Aron Eli Coleite, con la direzione di Michael Morris. Tratta da una serie di fumetti redatta da Joe Hill e con i disegni nati dalla mente e dalla mano di Gabriel Rodriguez, si basa sul racconto di una casa popolata da chiavi magiche, le quali si rivelano essere in grado di apportare modifiche alle vite dei protagonisti in maniera non indifferente. Le chiavi sono infatti capaci di aprire porte per svariati mondi, sia fisici che psicologici, andando a scoprire le dimensioni più intime e remote della propria mente e del proprio cuore.

Locke&Key, serrature viventi di chiavi magiche

Ma chi sono le vittime di questi sortilegi? I Locke sono una tranquilla famiglia, composta da tre fratelli, Tyler, Kinsey e Bode, ormai sostenuti dalla sola madre, Nina, in seguito alla tragica perdita del marito, assassinato da un giovane studente dello stesso. Le motivazioni di questo gesto vengono rivelate in maniera sempre più chiara man mano che gli episodi si snocciolano sul nostro schermo, ma il disvelamento dell’intreccio sarà piuttosto lungo, non tanto per la sua laboriosità e complessità (che si rivelano praticamente assenti), quanto per la lentezza e la mancanza di suspence vera. La storia infatti si configura a tratti come un teen drama, a tratti come un fantasy, che di horror però ha davvero poco. L’unico elemento di mistero è rappresentato dalla magione oscura, nota come Keyhouse, la casa magica e infestata di Lovecraft, Massachussets, nota a tutti come luogo di avvenimenti sinistri e davvero poco chiari ai più. Qui dentro infatti sarà il piccolo Bode a cominciare la perlustrazione delle varie stanze, alla scoperta di numerose chiavi magiche che possono donare poteri davvero insoliti.

Lo stesso Bode scoprirà che, all’interno del pozzo esiste una voce che lo chiama, fingendosi essere la sua coscienza o qualcosa di simile, attirandolo a sé e cercando di usarlo per i propri scopi oscuri. La donna a cui appartiene questa voce si dimostra essere molto più pericolosa di quanto possiamo immaginare, ma non sarà l’unico impedimento presente nella storia: lo zio dei ragazzi (fratello del loro padre), sembra essere molto più misterioso di quanto possa sembrare, ma il suo ruolo pecca di una fallacia non di poco conto ai livelli della trama. Per diversi episodi sparisce, dilungando di parecchio la sua assenza e quindi lo spettatore rischia di dimenticarsi della sua presenza; escamotage per creare domande e aspettative nello spettatore, o semplice tessitura di una trama lasca e con scarso mordente?

L’originalità (non) è la chiave

Della durata di circa 45-50 minuti per episodio, la lunghezza di questi va pian piano a diminuire, come purtroppo anche la capacità di catalizzare la nostra attenzione, per via di battute poco ingaggianti, effetti speciali curati nel loro genere ma non al massimo della tecnica. Soprattutto dell’originalità. Al netto di quanto possa sembrare avvincente o meno, la più grande pecca della serie in questione riguarda proprio la mancanza di fantasia nella regia e nella narrazione della storia: Locke&Key sembra il risultato di un collage rielaborato con qualche “taglia e cuci” per assemblare aspetti e scene di diversi prodotti fantasy. Iniziamo dalla scena dello specchio che può condurre ovunque lo desideriamo: un simbolo che si colloca a metà tra l’armadio di Narnia e lo specchio magico di Harry Potter che consente a chi lo guarda di vederci il riflesso di ciò che più desidera. Per non parlare della madre che, specchiandosi in esso, richiama alla mente la chiara immagine di Lily Potter, la madre del maghetto sopracitato.

Non sono rimandi casuali, né del tutto frutto di nostre supposizioni: il mondo di Narnia viene citato esplicitamente, così come il nome di Harry Potter viene inciso anche su un muro della scuola, che non a caso recupera tantissimi scenari della cara, vecchia, amata Hogwarts. Che dire, anche le chiavi magiche assomigliano molto a quelle volanti che troviamo alla fine del primo capitolo del maghetto, ma una chiave è pur sempre una chiave e le porte che riesce ad aprire sono sicuramente tante e diverse. Motivo per cui ci saremmo aspettati qualcosa di più da questo prodotto. Un lavoro che dimostra pur sempre una cura estetica, mescolando mistero e azione a momenti più introspettivi e di dialogo, ma nulla di emozionante, sia chiaro. Nessuna perla di saggezza verrà snocciolata in questi intermezzi dialogici e anche il dolore per il lutto, le variazioni di sentimenti e la crescita dei personaggi avviene in maniera molto lineare e senza particolari scossoni.

Conclusioni

In definitiva, Locke&Key potrebbe non rientrare nel novero di serie Netflix più brillanti e affascinanti del 2020, ma va a riempire in qualche modo un catalogo già ben rifocillato senza splendere di una particolare luce propria. Un passatempo, una serie che dilunga un brodo già di per sé abbastanza annacquato e che non riesce a portare dalla sua il nostro alto e totale gradimento. Ma abbiamo apprezzato i capelli tinti di Kinsey, frutto dell’abbandono totale della sua paura e uno dei momenti più “emozionanti” della serie. Lasciamo a voi le deduzioni su quanto sia adrenalinico il contenuto generale.