Cinema e Serie TV

Toy Story, storia di pezzi di cuore (e non solo di plastica)

Abbiamo avuto tutti il nostro gioco preferito, che fosse un peluche, una bambola, un telefono con le ruote o un carillon. L’infanzia di tutti noi ha i colori dei giocattoli che ci hanno accompagnato nei primi anni di vita, le gioie dei momenti spensierati, la condivisione con gli amici e le sofferenze del loro smarrimento o della rottura, che a ben pensarci provoca ancora un dolore sordo in qualche angolo remoto dell’animo. Da allora ne è passato di tempo: dall’aria aperta alla polvere sui ripiani di armadi, dalla luce del sole al buio di scatole chiuse e riposte in soffitta o in cantina, oppure donati in beneficenza o gettati, come accade nel terzo film di Toy Story, la serie di film Disney che possiamo recuperare sulla piattaforma streaming Disney Plus, accanto ai corti che completano la trama principale della storia.

Io davvero mi chiedo perché, quando tutto va bene, è già tempo di accorgersi che tanto bene non va.

Foto generiche

Toy Story: nascita di una storia universale

Eccezion fatta per il quarto e ultimo film, per il quale dovremo attendere la scadenza di accordi stabiliti in precedenza per la messa in onda di questo titolo, grazie a Disney Plus possiamo tornare ad ascoltare la voce di Fabrizio Frizzi come doppiatore di Woody, lo sceriffo del West che riveste da sempre lo spirito guida di quella compagine di giochi dalle forme più bizzarre e che ricordiamo per il suo rapporto complesso, ma unico con Buzz Lightyear, lo space ranger in grado di viaggiare “verso l’infinito e oltre“. Due figure uguali, ma diverse, entrambe incaricate di mantenere la tranquillità del proprio mondo e riportare l’ordine tra la folla.

Foto generiche

Cosa ci portiamo da questi film? Difficile riepilogare a parole quanto riescano a comunicare, su più livelli, a partire dall’importanza simbolica di un gioco, non solo per chi lo possiede, ma anche per le potenzialità di ciascuno di loro. Chi meglio di Disney Pixar poteva caratterizzare a tutto tondo un Buzz convinto di volare e incenerire i nemici con il suo raggio laser, subito contraddetto da Woody: “Ma è solo una lampadina!“? Per non parlare del lavoro svolto in un continuo crescendo qualitativo, di film in film, complice anche la tecnologia decisamente cambiata dal primo Toy Story, anno domini 1995, al quarto capitolo, ventiquattro anni dopo.

Anema e core

Dove arriva la tecnologia però, la mente e la creatività di sceneggiatura vanno oltre: ci sono simboli e sentimenti che rimangono imperituri nella storia dell’umanità e il cuore umano ha leggi universali che rispondono sempre al bisogno di legarsi affettivamente a qualcuno, o meglio qualcosa, che non lo possa lasciare solo. Con Toy Story infatti diventa difficile capire dove finisca la dimensione di oggetto e dove cominci quella di persona: i giocattoli acquistano un’identità sempre più spessa e complessa, culmine raggiunto in Toy Story 3 – La fuga, dove il nemico non è più il vicino di casa che sevizia i poveri giochi, o un collezionista votato al potere del soldo e della ricchezza, a cui Buzz direbbe:

 Sei uno strano e triste omuncolo, e ti compatisco.

Nel terzo film sono i giochi dell’asilo Sunnyside ad assurgere come vera e propria minaccia per i nostri eroi, che passano così dal rischio di finire nel “cimitero degli elefanti” in soffitta, alle mani di bambini “troppo piccoli per sapere come si gioca con noi” e una gang di sgherri al soldo di un orso frustrato e incattivito. Perché se ancora non lo sapevate, anche i giochi hanno un’anima: ebbene sì, non sono solo pezzi di plastica pronti a subire passivamente salti, cadute rovinose, acconciature strane ed essere agghindati (o pasticciati) a nostro piacimento. Come può un essere creato per portare divertimento, gioia e consolazione a un bimbo, rimanere davvero inerte e senz’anima?

Foto generiche

Giochi preziosi e diritti violati

Non avete le lacrime agli occhi ancora, ripensando a quando avete perso il vostro peluche preferito? O quando il vostro gioco si è irreparabilmente rotto? Pensiamo all’abbandono di Lotso, l’orso che profuma di fragola di cui vi parlavamo poco fa, e dell’annichilimento della sua anima dopo essere stato non solo lasciato in un prato con altri due compari, ma anche prontamente rimpiazzato con un suo simile. Vale per noi, come per loro: per quanto un gioco possa essere identico, non avrà mai lo stesso valore di quello originale.

Foto generiche

Una storia drammatica, quella di Lotso, ma non solo per le sue vicende nel film; le problematiche sono sorte anche per la stessa Disney, la quale è stata accusata di violazione di copyright e concorrenza sleale dalla Diece-Lisa Industries, società titolare del marchio dell’orsacchiotto mostrato nel terzo film della saga di Toy Story. Per chi non lo sapesse, parliamo proprio del peluche comunemente chiamato “orso abbracciatutti“, versione nostrana di Lots-Of-Huggin’ , da cui gli sceneggiatori avrebbero tratto ispirazione per Lotso, nonostante la Diece-Lisa ne detenga i diritti dal 1995 e abbia dovuto cambiare il nome registrato da Lots of Hugs a Lots-O’-Huggin, oltre ad aver avuto non pochi problemi legali ed economici legati a questa querelle.

Le agitazioni di un cuore di plastica

Queste problematiche non hanno però impedito a Lotso e a tutti i suoi “compagni di giochi” di rendere le cose difficili a Woody e agli altri, “lobotomizzando” Buzz per portarlo dalla sua parte e imprigionare tutti gli altri negli scaffali dell’asilo, uno dei non pochi momenti tragicomici della saga. Le difficoltà dei nostri giocattoli, non a caso, insorgono proprio quando vengono lasciati da soli: forse quando eravamo piccoli, ci struggevamo pensando a come si sentissero soli i pupazzi in nostra assenza.

Non sempre è così, giudicando dalle riunioni in camera di Andy o alle scorribande per il quartiere tra un Mr Potato che perde strategicamente i propri pezzi, le molle che si allungano al momento giusto tra le due parti del corpo del cane Slinky e gli strilli lanciati da Rex.

Foto generiche

Attivi sì, ma solo perché sanno di non essere soli. Il vero dissidio interiore e tra la compagnia avviene proprio con la fase di repulisti di Andy, che precede la sua dipartita per il college. A diciassette anni, dove riporre i propri giochi d’infanzia se non in soffitta o perfino gettarli? Qui torna in causa la teoria animista più volte citata nei confronti di Toy Story, tesi che sembra sottendersi all’intera saga e secondo la quale viene riconosciuta un’anima anche a quegli oggetti teoricamente inanimati, perché di natura artificiale o naturale. Verrebbero dunque distinti dall’uomo, ma sappiamo che non sono distanti da esso.

Foto generiche

Finché morte non ci separi

Lo vediamo nell’espressività così umana, nei dialoghi scritti in maniera tanto geniale, quanto semplice e ben costruita nella ricezione del pubblico, motivo per cui anche la critica ha potuto solo applaudire e apprezzare i lavori di casa Pixar. I giochi più amati del mondo dell’animazione hanno saputo insegnarci davvero tanto, dimostrando di vivere emozioni, dissapori, amori e umori vicini a quelli che agitano il cuore umano, anche quelli creati dalle mani di una bimba.

Come abbiamo già discusso in precedenza, abbiamo visto come il personaggio di Forky, new entry in Toy Story 4, abbia saputo crescere anche al di fuori del film, come apprendiamo nel suo corto I perché di Forky, dimostrando ancora una volta che bastano pochi oggetti messi insieme alla buona per dare vita a piccole gioie a un bimbo solitario.

Foto generiche

Vi affaccerete ora con occhi diversi alle vetrine di una giocheria? Sceglierete con più cura e a cuore meno leggero il prossimo regalo per voi stessi o per i vostri cari? Un giocattolo forse non si usa per sempre, ma una volta entrato nella vostra vita, non potrà che fare breccia nel vostro cuore eternamente. E chi lo sa cosa combinano, una volta chiusa la porta di casa alle vostre spalle…

Sappi che noi giocattoli, vediamo tutto!