Cinema e Serie TV

Forky Asks A Question, recensione della miniserie Disney +

Disney + sta per sbarcare anche sugli schermi italiani e non poteva non contemplare alcuni prodotti direttamente tratti da capolavori della produzione dei cartoons più famosi della storia di Disney (ops, Pixar). Parliamo allora di uno spin-off davvero meritevole di attenzione e che è stato già visionato dal pubblico estero: riassumibile nella sigla FAAQ come si usa spesso nel settore (ma dall’assonanza non solo con FAQ, ma anche meno simpaticamente con f**k), Forky Asks A Question è qualcosa di meraviglioso, un toccasana benefico, soprattutto in tempi difficili, che riesce a unire il mondo dei cartoni animati al cabaret, assurgendo il personaggio new entry della saga solo nel quarto e ultimo (ahinoi) capitolo di Toy Story a one-man (o meglio, one-fork) standing.

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Breve ma intenso

Il tempo di dieci puntate, Forky diventa un vero comico che riesce a catalizzare l’attenzione del pubblico, ma la vera pecca è solo una: si tratta di pillole decisamente troppo brevi, con una media di 3 minuti ciascuna. Abbiamo visto per voi solo i primi due episodi di questa serie e ci hanno decisamente incantato, dimostrando ancora una volta la maestria di scrittura e sceneggiatura dei creatori di Toy Story. Questi riescono infatti a trasmettere in maniera simpatica, semplice ed efficace un messaggio ogni volta non così banale, ma reso appunto accessibile al grande pubblico, senza entrare in dettagli filosofici e discutendone con i suoi amici. Ancora una volta quindi i creatori parlano di temi “profondi” e non scontati, a partire da una domanda per ciascun episodio: nei primi due che abbiamo visto per voi, Forky si chiede cosa sia un amico e cosa sia il denaro. Il tutto coadiuvato dalla presenza di una “spalla”, in questi casi si tratta del maialino salvadanaio Hamm (il cui nome viene ancora una volta confuso con Sam da Forky – “ehm, ehm”).

Dalla ricerca della spazzatura al senso della vita

La trama di ciascuno di questi è davvero semplice: subito dopo la sigla dalla vena decisamente surreale e ironica, compare il nostro amico che, a quanto pare, ha smesso di andare a caccia di spazzatura ovunque si trovi ed è riuscito a uscire da questo trip, mettendosi invece alla ricerca di risposte a domande su diverse tematiche mai (troppo) scontate o banali. Ormai non così un novellino di questo mondo in cui è stato portato dalle manine di Bonnie (no, non è troppo spoiler, porta il nome della bambina che lo ha creato sotto i suoi piedi), Forky desidera sapere di più su quanto lo circonda e quindi si chiede il significato di alcuni “motori” della vita e della società. Ogni domanda viene posta guardando in camera, quasi interrogando gli spettatori rompendo la quarta parete, come nelle migliori sceneggiature (ma non basta), facendo roteare i suoi occhietti di plastica e mostrando tutte le sue abilità corporee con virtuosismi vari, come ballare il tip tap, muovere su e giù le sue braccine filamentose o deformando la bocca di plastilina.

Forky si interroga così, proprio come un bambino, o semplicemente come chi ancora sa meravigliarsi e soffermarsi su quanto lo circonda, interrogandosi sul senso profondo degli elementi e degli aspetti della vita a cui ormai siamo troppo abituati e che diamo per scontati. Ci pensiamo mai a quello che rappresenta al giorno d’oggi il denaro? Andiamo a chiarire a noi stessi il significato di un amico? Generalmente le risposte che danno i suoi amici sono il lato razionale ed “enciclopedico” del nostro cervello, mentre Forky interviene sempre con quella marcia in più di calore e “pazzia” che l’ha sempre contraddistinto, ma ammettiamo che abbia fatto davvero dei notevoli miglioramenti e passi avanti da che lo abbiamo lasciato nelle ultime scene di Toy Story 4.

One-fork standing

Da un punto di vista puramente tecnico, abbiamo apprezzato la costruzione delle scene, una serie di botta e risposta dal ritmo serrato, spesso dettato da refrain e giochi di parole che costituiscono il fil rouge di ciascuna puntata, dalla qualità piuttosto elevata e che riescono ad attribuire a questo prodotto una cifra che gli consente di stare in piedi da solo e affrancarsi dal titolo principale. Diventa così un testo ancillare, con una sua natura ben definita e con quell’energia e freschezza che connotano sempre di più i cartoni animati contemporanei, ma che da sempre sono il trait d’union dei film del franchise Pixar: riuscire a creare personaggi di per sé inanimati come vere e proprie persone a tutto tondo non è sempre un gioco da ragazzi, ma gli sceneggiatori, guidati dalla regia di Pete DocterJim Morris (già alle prese con il terzo e quarto film della serie principale), hanno saputo dimostrare la loro maestria, condensando il tutto in queste pillole di felicità che ricordano altri cartoni simili (uno per tutti il britannico Shawn The Sheep).

Dovrebbe essere quasi superfluo dirlo, ma ci auguriamo in ogni caso che gli episodi vengano localizzati, o quanto meno muniti di sottotitoli in italiano, per rendere il contenuto accessibile a tutti e ci teniamo a sottolineare quanto questo prodotto non sia assolutamente da considerare “per il solo pubblico di bambini”; non siete convinti? Alzi la mano chi sta ancora piangendo per il finale di Toy Story 3, per non avere più sentito la voce di Fabrizio Frizzi come doppiatore di Woody e per aver assistito alla conclusione di questa lunga, bellissima storia. Vi vedo, e avete decisamente superato la maggiore età. Ma non c’è nulla da vergognarsi, è un po’ come chi legge Topolino ancora a oltre trent’anni: questa tipologia di produzione dell’entertainment ha il duplice vantaggio di tenere alto il morale e di dare una rinfrescata alla mente, mantenendola sveglia, attiva e ricettiva, sempre affamata di nuovi stimoli e contenuti. Proprio come se ogni giorno dovessimo svegliarci ancora con mille domande, ancora bambini.