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Venom: La Furia di Carnage, recensione: il ritorno del simbionte

Il successo del primo film dedicato a Venom deve aver stupito in parte anche la stessa Sony Pictures, che in collaborazione con Marvel ha dato vita a un film dedicato a uno degli antieroi della Casa delle Idee più amati di tutti i tempi (qui in offerta speciale). Il regista Ruben Fleicher scelse infatti di raccontare una storia che trasudava anni ’90 da tutti i pori, un prodotto che fece storcere il naso ai fondamentalisti del MCU ma in grado di incassare cifre da capogiro al botteghino internazionale. Del resto, il film aveva tutto quello serviva a un cinecomic “indipendente” per farsi piacere, incluse sequenze d’azione senza particolari velleità coreografiche, colpi di scena telefonati ma funzionali al contesto e, per non farsi mancare nulla, quel piacevole look da film sui fumetti d’essai che ogni tanto fa bene al cuore e allo spirito.

Venom 2

Gran parte dei problemi di Venom erano da ricercarsi nella percezione del quadro generale, visto che se paragonato ai cinecomic uscito nello stesso anno (vale a dire il 2018), il film veniva letteralmente disintegrato da ogni tentativo di paragone, tanto che l’unico modo di “salvarlo” era inquadrandolo come tentativo di dare una dimensione più modesta alle pellicole tratte dai fumetti. Tom Hardy era senza dubbio un valore aggiunto non da poco, a suo agio nel vestire i panni, e il simbionte, di Eddie Brock, ex giornalista d’assalto ridotto sul lastrico. Venom: La Furia di Carnage parte dalle stesse, identiche basi del predecessore, tanto che senza troppi complimenti decide di riprendere la storia proprio da quella sequenza mid-credits che tanto esaltò i fan del primo film.

Questa mostrava infatti Brock che, dopo aver riavuto indietro il proprio lavoro, si recava in un penitenziario per intervistare un detenuto davvero molto particolare, Cletus Kasady, interpretato da Woody Harrelson. Il serial killer, senza troppi complimenti, promise a Brock di fare una vera e propria carneficina una volta uscito di galera. Ed ecco quindi che La Furia di Carnage, diretto questa volta da Andy Serkis, va esattamente in quella direzione, mostrando per la prima volta sul grande schermo uno degli avversari di Spider-Man più temibili e violenti di sempre (Carnage, per l’appunto) abbracciando allo stesso tempo la stessa, identica formula del primo capitolo.

Venom Furia Carnage recensione

Essendo di fatto uno dei cinecomic più brevi degli ultimi anni, il ritorno di Venom è un film che non ama perdersi in chiacchiere: la prima parte ci mostra le reali motivazioni che spingono Cletus Kasady a fare ciò che ama fare (ossia uccidere tutto e tutti senza pietà), andando a toccare solo in superficie la psicologia di un personaggio che anche tra le pagine dei fumetti Marvel degli anni ’90 non ambiva a chissà quale approfondimento psicologico (basti pensare alla saga di culto di Maximum Carnage, a cui Venom: La Furia di Carnage fa riferimento in maniera neanche troppo velata). Per il resto, la pellicola di Serkis è un susseguirsi di eventi più o meno interessanti che porteranno giocoforza l’Eddie Brock di Tom Hardy a scontrarsi con la sua nemesi di colore cremisi.

Venom: La Furia di Carnage ovvero Carnage scatenato

Anche Brock è lo stesso, identico personaggio che abbiamo imparato a conoscere nel film precedente, giornalista un po’ impacciato che ha dovuto per forza di cose imparare a convivere con il simbionte, un legame che porterà i due a scontrarsi più volte, non senza una chiara impronta umoristica. In maniera forse ancora più marcata rispetto al primo film, infatti, anche Venom: La Furia di Carnage fa leva su un tocco di comicità tipico di una dark comedy, senza mai scadere però nel ridicolo o nell’assurdo (più di quanto già non lo sia). Chi cerca una caratterizzazione del simbionte Marvel in linea alla sua controparte fumettistica potrebbe in realtà rimanere deluso, ma è altrettanto vero che il sequel di Venom non è un film che ama prendersi troppo sul serio.

Poi c’è Harrelson, che con il suo Kasady tenta di dare una seria accelerata a una pellicola che altresì non riuscirebbe a sollevarsi più di tanto, se non fosse per la presenza di un Carnage visivamente splendido, una versione live-action (ovviamente in CGI) che i fan del villain creato da David Michelinie e Mark Bagley aspettano di vedere al cinema da oltre 30 anni (la sequenza della sue genesi, sebbene piuttosto differente rispetto a quanto visto tra le pagine dei vari albi Marvel, rappresenta infatti uno dei momenti più alti del film). Peccato solo che gran parte della violenza sanguinaria e sguaiata tipica del villain sia stata drasticamente ridotta, per non dire cancellata totalmente, vittima pressoché certa di quel PG-13 che vieta il film ai minori di 13 anni non accompagnati da un adulto.

Purtroppo, anche il personaggio di Shriek sembra essere stato del tutto ridimensionato per venire incontro ai soli 97 minuti di durata della pellicola, visto che il ruolo affidato alla bravissima Naomie Harris, alle prese con una Frances Barrison che rimane fin troppo sullo sfondo, non porta davvero nulla di seriamente interessante all’economia generale della storia, al di fuori di un rapporto a due con Kasady in grado di strizzare l’occhio in maniera neanche troppo velata a Natural Born Killers (film del 1994 diretto da Oliver Stone, interpretato da Juliette Lewis e Woody Harrelson).

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Uno stile volutamente cupo e scanzonato, una storia che traballa tra il serio e il faceto e più in generale un ritmo volutamente accelerato all’inverosimile rendono Venom: La Furia di Carnage un film tanto superficiale quanto in linea con il predecessore. Se con gli anni i film sui fumetti hanno sapientemente dimostrato di essere cinema di alto (altissimo) livello, in questo caso il passo indietro è evidente, tornando in quell’epoca in cui i film sui fumetti erano prodotti usa e getta atti a sorprendere ed emozionare solo una fetta esclusiva di spettatori, quasi sempre fan sfegatati dell’opera originale. Un po’ un peccato, considerata anche l’incapacità di Andy Serkis nel non limare i difetti del primo capitolo e tralasciando (di nuovo) una potenziale riflessione sulla complessità della convivenza forzata tra Brock e il simbionte, il tutto con la variante impazzita di Kasady. L’augurio è con un eventuale, e neanche troppo improbabile terzo capitolo (suggerito anche da una certa sequenza post-credits, una delle cose più sorprendenti del film), si possa finalmente portare il simbionte oltre l’etichetta di simpatico protettore letale.