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AI FERRI CORTI

Lo scontro tra Stati Uniti e Cina si sposta sui supercomputer

Gli Stati Uniti inseriscono cinque realtà cinesi del settore dei supercomputer nell'elenco delle aziende con le quali le società statunitensi non possono fare affari.

L’amministrazione Trump continua ad alzare la posta in gioco nel suo braccio di ferro commerciale con la Cina. A pochi giorni dal G20 di Osaka (28-29 giugno) gli Stati Uniti hanno inserito alcune realtà cinesi di primo piano del mondo dell’hardware e dei supercomputer nell’elenco delle aziende con le quali le società statunitensi non possono fare affari.

Tra queste troviamo anche THATIC, la joint venture creata da AMD con il governo cinese nel 2016, un veicolo per concedere in licenza l’uso dell’architettura x86 Zen ad alcune realtà locali. Peraltro in tempi non sospetti, cioè nelle scorse settimane, il CEO di AMD ha affermato che non vi sarà alcun trasferimento tecnologico per quanto riguarda Zen 2, la nuova architettura alla base nuove CPU Ryzen 3000 ed EPYC 2 in dirittura d’arrivo. Uno “smarcamento” con un tempismo mai più azzeccato (qualcuno direbbe sospetto).

La lista nera dell’amministrazione a stelle e strisce è stilata dal Dipartimento del Commercio, e include quelle aziende per cui l’agenzia ritiene ci sia ragione di credere che siano “state coinvolte, sono coinvolte, o figurano un rischio significativo di essere coinvolte in attività che sono contrarie alla sicurezza nazionale o alla politica estera degli Stati Uniti”.

Nella stessa lista ritroviamo Huawei, l’azienda mediaticamente e tecnologicamente più importante nella contesa, dato il ruolo cruciale nello sviluppo della tecnologia 5G e i timori di spionaggio. Alle aziende statunitensi è vietato fare affari e fornire componenti alle società presenti in quell’elenco, sebbene vi possano essere delle eccezioni.

Le realtà cinesi avranno infatti bisogno di una deroga da parte del governo degli Stati Uniti prima di acquistare tecnologia e componenti americani.

Le cinque società nella lista rispondono ai seguenti nomi: Chengdu Haiguang Integrated Circuit, Chengdu Haiguang Microelectronics Technology, Hygon, Sugon e Wuxi Jiangnan Institute of Computing Technology. Spiccano in particolare Hygon e Sugon: la prima rappresenta la joint venture tra AMD e THATIC, che ha dato vita alle CPU Dhyana basate su architettura Zen, mentre la seconda realizza supercomputer come l’Advanced Computing System (PreE), il 43esimo più potente al mondo.

È evidente che la situazione di tensione attuale non sia benefica per nessuno, o meglio potrebbe anche tramutarsi in un boomerang per gli Stati Uniti. Da una parte l’impossibilità delle aziende USA di commercializzare i prodotti a grandi realtà cinesi (pensiamo al possibile danno per Intel e Nvidia nell’ambito dei supercomputer), dall’altra la reazione di Pechino, che in questi anni sta investendo svariate decine di miliardi di dollari per creare una filiera tecnologica in grado di rivaleggiare quella degli Stati Uniti.

Il terzo supercomputer più potente al mondo, il Sunway TaihuLight, ospita oltre 10 milioni di core Sunway SW26010, generando una potenza di oltre 93 petaflops. Si tratta di un processore many-core (260 core) realizzato dal National High Performance Integrated Circuit Design Center di Shanghai, segno che la Cina sta riuscendo nel proprio intento di crearsi una filiera indigena.

Al di là della questione Huawei è bene notare come la “sensibilità” degli Stati Uniti verso queste aziende non sia affatto accidentale, dato che nei prossimi anni si aprirà l’era dei supercomputer exascale, sistemi potentissimi capaci di svolgere almeno un miliardo di miliardi di calcoli in virgola mobile al secondo. Il timore degli USA è che la Cina li impieghi in ambito militare per mettere a punto soluzioni di difesa missilistica, sistemi di cifratura, ordigni nucleari e molto altro (come si suol dire, quando “il bue dice cornuto all’asino”).