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Facebook, tra 50 anni i morti supereranno i vivi e la memoria digitale diverrà un problema

Su Facebook entro 50 anni il numero di account appartenenti a persone decedute supererà quello dei viventi. Cosa fare con una "memoria digitale" sempre più ingombrante e costosa da gestire?

Si dice che sul Web nulla viene mai realmente dimenticato, ma il problema della “memoria digitale” non attanaglia solo i vivi, ad esempio per quanto riguarda privacy e diritto all’oblio. Ad esempio su Facebook tra 50 anni, entro il 2070, il numero di account appartenenti a persone defunte sarà superiore a quello delle persone viventi e “ricordare” diverrà un problema.

La previsione sui 50 anni emerge da uno studio effettuato da ricercatori di Oxford e pubblicato la scorsa settimana su Big Data & Society, che ha ‎che ha incrociato i dati sul trend di crescita di Facebook con i tassi di mortalità globale dell’ONU. Addirittura dallo studio ‎risulta che, anche se non si iscrivesse più nemmeno un singolo utente a Facebook, entro il 2100 il popolare social network ospiterebbe ben 1,4 miliardi di profili appartenenti a persone decedute.

Questa mole di dati pone due ordini di problemi, uno di tipo storico e uno di tipo tecnico. Secondo gli studiosi infatti una tale mole di pagine rivestirebbe un valore storico enorme, in qualità di documento testuale dei tempi. Un materiale prezioso che andrebbe custodito e studiato alla stregua di quanto si faccia già con altre testimonianze sulla vita quotidiana in diversi tempi storici.

L’altro riguarda l’archiviazione di questa molte di dati e la sua accessibilità da parte degli studiosi stessi, con tutti gli annessi problemi economici e tecnici legati allo storage, nonché quelli etici e giuridici connessi con la possibilità di accedere a dati tecnicamente considerati sensibili o comunque legati alla privacy.

Si tratta di problemi di risoluzione assolutamente non facile sui quali converrebbe che storici, archivisti, archeologi ed esperti di problemi etici e giuridici iniziassero a interrogarsi da oggi per non arrivare poi impreparati al fatidico appuntamento. “Non si tratta di trovare soluzioni che siano sostenibili per i prossimi due anni”, si legge infatti nello studio, “ma che lo siano possibilmente per molti decenni a venire”.