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Google difende Java su Android, Oracle è ipocrita

Google ha risposto ufficialmente alla denuncia di Oracle sull’uso di Java in Android (Oracle denuncia Google per Java, Big G non ci sta). Secondo la casa di Mountain View il sistema operativo mobile per smartphone e tablet non infrange alcun brevetto, sia per quanto riguarda l’SDK che la macchina virtuale Dalvik.

Google ritiene che i brevetti al centro della diatriba debbano essere invalidati. “Google nega di aver violato o infranto i brevetti validi di Oracle. Contestiamo inoltre che Oracle abbia il diritto d’imputare qualsiasi tipo di accusa contro Google in seguito a qualsiasi atto dell’azienda o di persone fisiche e giuridiche che agiscono per conto di Google”.

Nelle risposta di Google viene inoltre affermato che Android è open source, concesso sotto licenza Apache e Oracle ha mantenuto volutamente porzioni della tecnologia Java chiuse. A Mountain View ricordano che nel 2007 era stata proprio Oracle richiedere a Sun Microsystems di rendere Java totalmente open source, per poi cambiare idea non appena hanno acquisito Sun.

“Oracle ha ignorato le richieste della comunità open source di rendere la piattaforma Java completamente aperta”, ha affermato Google. “Anche se le applicazioni per piattaforma Android potrebbero essere scritte con linguaggio di programmazione Java, il bytecode di Dalvik è distinto e differente da quello Java. La macchina virtuale Dalvik non è una virtual machine Java”, ha aggiunto l’azienda.

La vicenda è però più complessa di quanto possa apparire a prima vista. Engadget la riassume bene. Google usa un sottoinsieme dell’implementazione open source di Java, chiamata Apache Harmony. Nel 2006 e 2007 Sun ha reso disponibile Java Standard Edition in versione open source sotto licenza GPL, ma non aveva incluso la licenza su brevetti e copyright. Per avere tale licenza gli sviluppatori dovevano dimostrare la compatibilità con le specifiche Java, documentando l’uso del Technology Compatibility Kit (TCK).

Il problema è che Sun e Apache hanno “litigato per anni” sulla licenza di Java TCK (JCK), fino a giungere a un compromesso con molte restrizioni, tra cui alcune riguardanti i telefonini e gli smartphone. Alla fine la licenza non è mai stata implementata nella variante open source.

“Dato che Apache non aveva la licenza per testare Harmony con JCK, non aveva la licenza sui brevetti e copyright di Java. Apache voleva la licenza JCK per assicurare che i propri utenti avessero i diritti di proprietà intellettuali necessari. Google sapeva tutto questo è ha usato comunque parti di Harmony in Android”, chiosa Engadget.

Oracle ha rilasciato subito una dichiarazione. Secondo l’azienda diretta da Larry Ellison con la macchina virtuale Dalvik Google non solo ha bypassato il processo di licenza, ma ha anche modificato la tecnologia in modo tale da non seguire il principio di progettazione “scrivi una volta e fai funzionare su tutto”. “Le infrazioni di Google e la frammentazione del codice Java non solo danneggiano Oracle, ma chiaramente anche i consumatori, sviluppatori e produttori di dispositivi”, ha affermato l’azienda.

Difficile dire da che parte stia la verità. Da una parte c’è Oracle, prima paladina dell’open source poi (dopo aver acquisito Sun) improvvisamente aggressiva e difensivista. Per i legali di Mountain View Ellison e compagni sono degli ipocriti. Dall’altra Google, la cui risposta non sembra convincere del tutto. La materia, molto tecnica, dovrà essere affrontata dai giudici con i guanti di seta.