Telco

Lo scorporo TIM che piace e quello che non piace

L'AD di TIM, Amos Genish, vorrebbe "scorporare" solo la rete di accesso, ovvero quella porzione composta da 10mila centrali locali e 140mila armadi di strada che – per il 20-30% – è ancora cablata in rame. Senza contare che, stando a quanto riporta Infratel in relazione al report 2017, l'ultimo tratto verso gli appartamenti dovrebbe essere il 5% in fibra. Maurizio Matteo Decina, analista del settore TLC al momento fra i più quotati per i suoi studi valutativi del caso Telecom, sostiene che siamo di fronte a uno scenario delicato.

Già, perché una Netco sensata (per il mercato) dovrebbe avere in pancia almeno tutto il tratto che arriva fino alle 600 centrali metropolitane SGU che stanno a monte, come sostiene il presidente di OF, Franco Bassanini. Escludendo i backbone, poiché tutti gli operatori hanno già libero accesso alle centrali metropolitane.

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Ipotesi scorporo

Maurizio Matteo Decina non a caso indica in 6-10 miliardi di euro il valore della rete di accesso attraverso il metodo dei flussi di cassa attualizzati. A questi si aggiunge il possibile premio di maggioranza per avere una rete unica e sinergica con notevoli impatti macro-economici. Ecco quindi spiegata quella stima di massima che vede in 10-15 miliardi complessivi il valore della rete scorporata.

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Più fonti autorevoli hanno confermato a Tom's Hardware che l'ipotesi di Genish non sarebbe un buon affare sia per Open Fiber che per lo Stato. Ed è tutto qui il tema del contendere, almeno sul valore. Perché sul controllo della Netco ormai l'idea che possa essere solo nelle mani di TIM appare impraticabile.

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Reti TIM e OF

Qualche giorno fa alcuni giornali hanno anticipato che si starebbe profilando la possibilità di una fusione con Open Fiber sfruttando il contenitore Flash Fiber, la joint-venture tra TIM (80%) e Fastweb (20%) che punta a cablare in fibra FTTH 29 città entro il 2020. Anche in questo caso, le indiscrezioni, parlano di "rete di accesso" a fattore comune.

Ebbene, nella liquidità della trattativa ancora una volta vorrebbe dire che il controllo sarebbe diluito almeno in tre attori, ma come tutti ben sanno è Cassa Depositi e Prestiti l'ago della bilancia. Non solo perché detiene il 50% di Open Fiber, ma anche perché è il veicolo designato per il controllo statale della rete – che è tanto gradito trasversalmente a Palazzo Chigi e in Parlamento.

In sintesi. TIM ha fretta. Ogni chilometro in più cablato in fibra da Open Fiber riduce il valore del suo asset. Il mercato domestico residenziale non ha prospettive esaltanti di crescita. Sul mobile Iliad è una spina nel fianco. Il Fondo Eliott spinge per uno scorporo aperto a tutti i potenziali finanziatori, in ottica "public company". C'è l'onerosissima asta delle frequenze 5G in autunno. Infine l'AGCOM concederà meno vincoli tariffari all'ingrosso solo se lo scorporo non sarà a completo controllo Telecom.

E Open Fiber? Continua a portare avanti il suo progetto FTTH, che nel 2019 dovrebbe raggiungere quota 100 città e nel 2022 ben 271. Senza contare i bandi Infratel che prevedono la copertura di circa 7mila comuni in aree a fallimento di mercato. Il rischio a medio termine è che i suoi partner industriali, come ad esempio Vodafone e Wind-Tre, si confrontino con una domanda inferiore alle aspettative ma è una variabile gestibile poiché a breve solo i servizi basati su FTTH potranno impiegare il termine "fibra". L'AGCOM è in dirittura d'arrivo con una delibera ad hoc. Peraltro fonti autorevoli hanno confermato a Tom's Hardware che rispetto alla prima versione con tanti bollini, potrebbe affermarsi un modello estramente più semplice con solo due parametri.

E anche sulla sostenibilità del modello di business c'è poco da dire. Bruxelles stessa ha riconosciuto che il "wholesale only" è vincente. Inoltre la prossima Agenda Digitale che partirà dal 2021 dovrebbe escludere sostegni finanziari per l'FTTC, riconoscendo la possibilità di investimenti UE e pubblici solo per FTTH e FTTB.