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Open Fiber si racconta: dal progetto Socrate all’FTTH

Nella storia italiana dell'accesso di massa a Internet c'è un prima e un dopo Socrate, il progetto di Telecom Italia che risale al 1995. Nacque allora l'idea di cablare il paese. Nel '95 la tecnologia più "fresca" e disponibile era mista, fibra-coassiale, e nei cavidotti fino agli edifici si infilò per l'appunto solo cavo coassiale. […]

Nella storia italiana dell'accesso di massa a Internet c'è un prima e un dopo Socrate, il progetto di Telecom Italia che risale al 1995. Nacque allora l'idea di cablare il paese. Nel '95 la tecnologia più "fresca" e disponibile era mista, fibra-coassiale, e nei cavidotti fino agli edifici si infilò per l'appunto solo cavo coassiale. Oggi sottoterra corre la fibra ottica e Open Fiber la sta facendo arrivare dappertutto. E l'ingegner Guido Garrone, oggi direttore Network and Operations di Open Fiber, c'era allora e c'è oggi. In quegli anni di pionierismo lavorava per Sirti (alfiere del Gruppo IRI-STET) proprio per dare vita a Socrate. 

Era già successo nel Regno Unito poco prima, con la liberalizzazione del mercato delle telecomunicazioni. I grandi broadcaster statunitensi avevano intuito che c'era terreno fertile per favorire la diffusione della TV via cavo in UK aprendo una competizione infrastrutturale nei confronti degli operatori telefonici. E così fu.

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I tempi sono cambiati ma la sfida è sempre la stessa: fornire al Paese un'infrastruttura "a prova di futuro" abilitante servizi di nuova generazione. Garrone sostiene che l'esperienza di Socrate fu formativa non solo per le criticità esecutive emerse ma anche per sviluppare – da un punto di vista tecnologico – una visione meno verticale del problema che normalmente associava a ogni nuovo servizio in sviluppo una nuova rete (per la telefonia la rete con doppino in rame, per la televisione la rete coassiale, per i dati reti dedicate, ecc.).

Al netto del dibattito politico di allora, l'impatto devastante dei lavori nelle città di Torino, Genova, Bologna, Napoli, Catania, Palermo e tante altre confermò che solo un approccio progettuale sinergico, che integrasse tutti i servizi (voce, video, dati) – cosa che la tecnologia IP ha reso oggi fattibile – e rendesse disponibile a tutti gli operatori un'infrastruttura di accesso unitaria avrebbe potuto funzionare e rendere sostenibili i costi.

Da rilevare che nella maggioranza dei paesi europei dotati di "cable TV", la diffusione della fibra ottica negli appartamenti (FTTH) è stata senza dubbio stimolata. Infatti, la competizione infrastrutturale tra operatori cavo e operatori telefonici ha permesso ai primi di offrire oltre alla TV anche internet a banda larga, costringendo i secondi ad investire in reti di accesso in fibra per offrire banda ultra larga che il vecchio doppino in rame non poteva supportare. In Italia, invece . con il blocco del Socrate e la successiva privatizzazione dell'incumbent – ci si è dovuti inventare una strategia alternativa, per altro frutto di una serie di coincidenze.

Foto Garrone
Guido Garrone, Direttore Network and Operations di Open Fiber

Dall'illuminazione pubblica alla fibra

Garrone racconta che tutto è nato a Milano, quando l'allora municipalizzata AEM (oggi A2A) si rivolse a Sirti – alla fine degli anni '90 – per capire se il suo progetto di illuminazione pubblica potesse includere altro. La risposta fu lungimirante: nello scavo dei cavidotti venne aggiunto un pacco di tritubi. Che poi sarebbe stato impiegato successivamente da Metroweb per cablare in fibra la città e sostenere la scalata al mercato di Fastweb. Le due società erano figlie di un accordo pubblico-privato che vedeva la NetCo Metroweb a maggioranza AEM e la ServCo Fastweb a maggioranza e.Biscom.

Ai tempi si parlava di una rete meno evoluta di quella di oggi, che è basata su G-PON. Ma la sostanza è che l'infrastruttura esistente poteva essere impiegata a fattore comune per servizi diversi. Oggi Milano è la metropoli più cablata d'Europa con 800.000 case interamente cablate in fibra, e la fusione di Metroweb con Open Fiber nel 2016 ha rappresentato non solo una semplice rilevazione di asset ma anche un esempio di cosa poteva essere replicabile nel resto del paese coinvolgendo istituzioni locali e municipalizzate.

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Già, perché nel 2016 con l'attuazione alla direttiva europea n. 2014/61/UE – mediante l'approvazione del decreto legislativo n. 33/2016 (entrato in vigore il primo luglio 2016) – è stata imposta ai gestori e operatori di rete la condivisione delle infrastrutture fisiche esistenti per facilitare l'installazione di reti di comunicazione elettronica in banda ultralarga.

E così Open Fiber ha sfruttato i cavidotti e le infrastrutture esistenti di Torino, Genova, Bologna, Perugia, Cagliari, Catania e delle altre città italiane, che sta cablando, per implementare una rete FTTH capace di abilitare servizi fino a 1 Gbps. In verità tecnicamente sarebbe già pronta la 10 Gbps simmetrica, ma la decisione o meno di venderla dipende dagli operatori partner. Entro il 2019 i comuni cablati saranno quasi un centinaio e per il 2022 sarà raggiunto l'obiettivo di 271 grandi città.  

I ritardi e la rinnovata accelerazione

Dopodiché bisogna riconoscere che qualche ritardo si è manifestato. E i motivi ormai sono chiari.

Mentre la politica a tutti i livelli ha subito compreso il valore abilitante della fibra per lo sviluppo della Smart City, talvolta la burocrazia delle amministrazioni comunali ha posto qualche ostacolo di troppo. D'altro canto Open Fiber è nata davvero come una startup intenzionata a rompere un sistema esistente. E questo ha generato degli errori. Ad esempio Garrone, in onestà, spiega che inizialmente la progettazione delle reti era stata affidata in esterno mentre la prova sul campo ha dimostrato che sarebbe stato meglio mantenerne il controllo in casa, e così è oggi.

Un altro aspetto cruciale ha riguardato i lavori. Le ditte appaltatrici in alcuni casi si sono affidate ad altre realtà più piccole che non sempre sono riuscite a mantenere gli standard richiesti. Le mini-trincee poco invasive hanno ridotto i disagi, ma c'è voluta una campagna stampa per spiegare ai cittadini che i ripristini temporanei erano necessari per permettere l'assestamento del terreno prima di eseguire quelli definitivi. Insomma, è come se la mancata abitudine al rinnovamento infrastrutturale – con tutte le conseguenze del caso – abbia contribuito a generare qualche malumore.

Verrebbe da dire: non potevate pensarci prima? E la risposta non potrebbe che essere legata alla complessità del progetto e il fatto che l'esperienza si fa sul campo e non solo negli studi tecnici, come ha ribadito Garrone.

cantieri 2

Oggi quindi si apre una nuova stagione e il progetto sta guadagnando progressivamente accelerazione. Per altro l'esperienza che si sta maturando nelle aree competitive sta facendo gioco anche in quelle a fallimento di mercato, dove con la vittoria del primo e del secondo bando Infratel, Open Fiber ha avviato più di 200 cantieri.

Già, ma una volta tutto cablato, le attivazioni dei servizi da parte degli operatori? "C'è stata una pianificazione condivisa area per area. Per gli operatori, tuttavia, si tratta di un cambio di paradigma. Normalmente, in particolare per i servizi mobili e su rame, si vende 'ad alta voce' dappertutto, mentre in una rete greenfield, ossia realizzata da zero, non è così", ha spiegato Garrone.  È evidente che quando la dimensione di mercato diventa locale, e magari riguarda una serie di quartieri, sono necessarie pratiche capillari che richiedono una gestione diversa da quella nazionale".

E poi c'è il tema delle città di grandi e medie dimensioni. Partire con i lavori dai centri storici si è dimostrata in una prima fase una strategia poco efficiente. Perché è quasi scontato che problemi di permessi e viabilità entrino immediatamente in gioco, bloccando i cantieri. Firenze è probabilmente il caso più eclatante, con lavori che si stanno prolungando oltre il preventivato, ma considerato il suo patrimonio artistico probabilmente non potrebbe essere altrimenti.

"E quindi oggi attuiamo una strategia operativa a ferro di cavallo intorno alle città, partendo dalle periferie", ha puntualizzato Garrone. "Si procede più velocemente e la domanda è certa. La nostra infrastruttura è a disposizione di tutti gli operatori, di TLC e non, per collaborazioni commerciali".   

"È un processo di infrastrutturazione primaria complesso e capillare. Oltre ad ottenere le autorizzazione degli Enti comunali, ci confrontiamo con gli amministratori di condominio e con gli inquilini. Insomma, dal sopralluogo si passa poi all'operatività. E infine apriamo le città al mercato wholesale quando il 50% della fibra ha raggiunto le pareti esterne degli edifici preventivati e il 50% della fibra ha raggiunto l'interno. Entro un paio di anni dall'apertura delle vendite, statisticamente raggiungeremo circa l'85% dei building previsti dal progetto, ma anche nel restante 15% dei casi negativi continueremo pazientemente a lavorare con gli amministratori per ricevere i permessi: spesso è il cliente stesso a sbloccare l'accesso richiedendo direttamente l'attivazione".

Fibra accesa e spenta, ma anche Sky

Open Fiber offre di fatto fibra spenta e fibra accesa. Nel primo caso l'operatore-cliente impiega una parte della sua infrastruttura per fornire il servizio di accesso, nel secondo non ha bisogno di mettere in gioco quasi nulla – come fosse un "chiavi in mano" all'ingrosso. Ad esempio Vodafone e Wind Tre hanno un contratto per la fibra spenta, mentre Tiscali per quella accesa (tranne a Cagliari). Quest'ultima tipologia di servizio, la cosiddetta "white label", consentirà anche a un provider locale di poter sbarcare nelle principali piazze italiane dove è presente Open Fiber.

E il tema, se da una parte apre prospettive concorrenziali non indifferenti, diventa ancora più affascinante se si volge lo sguardo a realtà lontane dal mondo telco. È il caso di Sky.

"Sky sa gestire contenuti e sta facendo leva sullo sviluppo dell'interattività e della multicanalità. Lo strumento satellitare ha un valore consistente, ma la ricchezza dei contenuti a disposizione si confronta con i limiti dei trasponder", ha spiegato Garrone. "Grazie ad una rete interamente in fibra ottica, non c'è praticamente limite alla quantità di informazioni che è possibile far arrivare direttamente ai clienti riuscendo ad assicurare anche un ottimo livello di interattività, posizionamento che Sky ha già raggiunto nel Regno Unito. In Italia poi c'è il problema delle parabole nei centri storici. Sky sta vagliando la possibilità di disporre della nostra fibra spenta o di quella accesa anche per superare questo vincolo".

In sintesi, l'accordo siglato recentemente tra Sky e Open Fiber, conferma che a partire dal 2019 sfruttando il nuovo decoder Sky Q si potrà godere non solo dell'accesso ai contenuti ma anche di un servizio di connettività (ancora da definirsi). Oggi Sky permette di scegliere tra servizio streaming o satellitare, ma prevede nel primo caso comunque un contratto a parte con Fastweb, Vodafone, TIM, Wind, 3, Infostrada o Tiscali. Domani chissà: i tempi potrebbero essere maturi per un vero pacchetto triple-play, composto da Internet, telefono e contenuti premium.

"Il nostro è un modello wholesale only, ideale per un paese che deve recuperare il tempo perduto. Un'unica infrastruttura di acceso performante e a prova di futuro che non è solo per gli operatori TLC. Ogni industria ne ha bisogno. Ci proponiamo come integratori di soluzioni", ha concluso Garrone. Intanto Socrate, come l'araba fenice, si prende una rivincita.