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All’ombra della luna: recensione del nuovo film di Netflix

La cronica necessità di nuovi contenuti da parte di Netflix è sicuramente uno dei punti cardine del servizio streaming, una disperata ricerca di nuove proposte con cui soddisfare esigenti sottoscrittori che si traduce in una produzione di contenuti originali che spesso però si rivela un’arma a doppio taglio. Se possono capitare delle piacevoli sorprese come l’horror francese Marianne è purtroppo più facile incappare in cocenti delusioni come il nuovo film All’ombra della luna.

Il nuovo thriller del canale streaming è una di quelle pellicole che, alla fine della visione, lasciano la sensazione di aver assistito ad una buona occasione malamente sprecata. All’ombra della luna è un film che sembra voler ambire al ruolo di puzzle di mille pellicole già viste, creando un mix di elementi e suggestioni narrative che difficilmente riescono a trovare un equilibrio tale da poter offrire allo spettatore una comprensione dello spirito della trama, lasciando il tutto avvolto da una sensazione di tempo perso. E il tempo, in All’ombra della luna è un elemento essenziale.

Troppi tempi per un film solo

Nel 2024 una devastante esplosione colpisce Philadelphia. Giusto il tempo di assistere a scene di tragedia, che veniamo portati nel 1988, dove incontriamo due agenti di polizia, Lockhart (Boyd Holbrook) e Maddox (Bookem Woodbine) alle prese con una serie di misteriose morti che stanno devastando la notte di Philadelphia. I due piedipiatti si mettono sulle tracce della misteriosa assassina, riuscendo a intrappolarla in una fermata della metro. Nel momento topico, la donna affronta uno dei due poliziotti, Lockhart, sconvolgendolo, sin ad un tragico epilogo.

Dopo questa notte folle di indagine, Lockhart viene chiamato d’urgenza nell’ospedale in cui è ricoverata la moglie, prossima al parto. A causa di complicazioni, la donna non sopravvive al parto, lasciando Lockhart alle prese con una figlia da crescere e un’indagine mai del tutto chiarita.

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Salto temporale al 1997. Lockhart e Maddox sono diventati detective, e a nove anni dagli eventi visti nel precedente segmento del film, riprendono gli strani omicidi. Lockhart inizia a vedere un disegno in questi accadimenti, spingendosi verso teoria fantascientifiche. Quando nel suo ufficio si presenta lo scienziato Naveen Rao (Rudi Dharmalingam), Lockhart lo liquida bruscamente, non convinto dalle sue insolite teorie. In questa porzione del film, quelle che dovrebbero essere le basi della trama prendono una prima forma facilmente identificabile, diventando purtroppo anche un gigantesco spoiler per lo spettatore.

Sei solo la copia di mille riassunti

All’ombra della luna vorrebbe ambire ad essere un film che miscela diversi generi, ma nel creare questa sinergia sacrifica la propria identità. Il voler offrire allo spettatore una storia che tocchi più ambientazioni, dal thriller alla fantascienza, è un’idea che deve esser sostenuta da un impianto narrativo valido, capace di dare il giusto spazio ad ogni sfaccettatura della trama. Purtroppo, All’ombra della luna manca completamente questo risultato, diventando un calderone di idee mal assortite.

SPOILER ALERT

L’utilizzo del viaggio del tempo, in particolare, è la chiave dell’intera trama, ma è al contempo l’elemento più fragile del film. Già nel primo segmento, ambientato nel 1988, si intuisce come la misteriosa assassina sia una crono-viaggiatrice, oltre che essere legata a Lockhart da una relazione particolare. In passato il viaggio del tempo è stato già utilizzato al cinema come mezzo per evitare tragedie (da L’esercito delle dodici scimmie a Looper), ma si è sempre cercato di mantenere una coerenza tra storia e personaggi, mantenendo il giusto mistero per spingere lo spettatore ad arrivare sino al finale.

All’ombra della luna, invece, sembra volere spiegare tutto il più rapidamente possibile. Le dinamiche interpersonali tra i protagonisti principali, Lockhart e l’assassina misteriosa (Cleopatre Coleman), sono prive di mordente, arrivano piatte e prevedibili. Ironicamente, il ruolo della Coleman non viene approfondito molto, proprio per preservare un minimo di mistero, ma il pessimo sviluppo della trama costruita su Lockhart vanifica questo sforzo. I viaggi nel tempo, elemento essenziale della trama, non sono sfruttati in modo intelligente, ma sono un semplice artificio narrativo privo di cura, incapace di mostrare realmente il trascorrere degli anni per i protagonisti.

Banalmente, si pensa che qualche capello bianco e un paio di ridicoli baffi possano invecchiare a sufficienza Lockhart, mentre i comprimari riescono addirittura a sembrare più giovani col passare del tempo o non subire visibili cambiamenti per decenni. In questi dettagli, che sarebbero essenziali per mostrare anche il vissuto emotivo dei protagonisti, All’ombra della luna crolla miseramente, non mostrando radicali mutamenti della società o della tecnologia (evoluzione tecnologica: dal telefonino del 1997 allo smartphone del 2015, tutto qua), ma intestardendosi sulla valorizzazione di aspetti minori della trama.

La sensazione è di trovarsi di fronte all’ennesima occasione sprecata di Netflix. All’ombra della luna, se analizzato negli elementi essenziali, avrebbe potuto mostrare maggior fascino se ci si fosse accontentati nel mostrare una storia che fosse conscia dei propri limiti.

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Lockhart è lo stereotipo del detective ossessionato da un caso, travolto da una spirale auto-distruttiva generata dalla sua ossessione, capace di allontanarlo anche dalla figlia e dalla famiglia. Nei primi due intervalli temporali, Boyd Holbrook riesce a risultare convincente, prima come giovane astro nascente del dipartimento e poi come detective maturo oppresso dagli obblighi familiari, ma nel peggiore degli intervalli temporali, il 2006, appare poco convinto, eccessivamente remissivo e incapace di mostrare la propria caduta in modo empatico.

Totalmente sprecato il talento di un caratterista come Bokem Woodbine. Il suo Maddox è una delle cose migliori di All’ombra della luna, il perfetto elemento di contrasto per Lockhart. La sua uscita di scena è utilizzata troppo presto e gestita in malo modo, anche vedendola come un momento di crisi per una delle figure chiave del film. La sua scomparsa priva anche Lockhart di spessore, viene meno quel rapporto fraterno che dava vigore al personaggio di Holbrook.

Insensato sprecare un talento come Michael C. Hall per un ruolo marginale come quello del cognato di Lockhart, suo superiore al dipartimento. Col passare degli anni è sempre meno rilevante, lasciando che le doti di Hall appassiscano sullo sfondo di una vicenda che avrebbe invece tratto giovamento dalla presenza di un personaggio del genere.

Una storia che racconta troppo, o forse nulla

Ma la colpa non è degli attori, ma di una sceneggiatura pesante e mal raccontata. Tutte queste componenti, la voglia di raccontare un thriller in cui entrino viaggi nel tempo e ossessioni personali, affossano la produzione Netflix. La causa potrebbe essere nella provenienza dei due sceneggiatori, Gregory Weidman e Geoffrey Tock, abituati ai ritmi narrativi delle serie tv, ma che non sono riusciti a comprendere come la ridotta durata di un film rispetto ad una stagione di una serie non lasci troppo tempo alla gestione delle diverse anime di un film che, alla fine, risulta esser privo di anima. L’intento della trama è di travolgere lo spettatore, confonderlo con una situazione che si dovrebbe svelare lentamente, ma che invece è condannata proprio dal suo voler offrire troppo, senza avere una precisa identità.

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E la disperazione degli sceneggiatori trova piena forma in una spiegazione torrenziale finale, che dovrebbe esser l’ultimo tassello per comprendere il fulcro di All’ombra della luna, ma che allunga inutilmente di cinque minuti un supplizio le cui scarse attrattive erano già più che evidenti a metà della visione, lasciando la sensazione allo spettatore che troppi elementi siano rimasti in sospeso, che ci siano troppe forzature e palesi errori che, ripensandoci, fanno cadere l’intero impianto narrativo.

Conclusioni

All’ombra della luna rappresenta uno scivolone di Netflix nel presentare produzioni originali, specialmente nel settore cinematografico. L’ostinata ricerca di nuove proposte da offrire ai propri abbonati per motivare il rinnovo mensile si scontra questa volta con una scarsa qualità del prodotto finale. All’ombra della luna annoia, si muove stancamente sino ad una conclusione scialba e che definire scontata è un complimento.