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Carnevale, cinema e maschera: un amore eterno in continua evoluzione

Alle porte del Carnevale, partiamo da una domanda: la maschera è solo mezzo per nascondere la propria identità e deresponsabilizzarsi o anche mezzo di espressione, metafora di libertà? Maschera sì, maschera no, la terra del dubbio. Accompagnati da spunti cinematografici, vi propongo qualche riflessione sul tema, nella speranza di porre molti dubbi e dare poche risposte. Siete pronti? Si va in scena.

Giù la maschera!

C’è una maschera per la famiglia, una per la società, una per il lavoro, e quando stai solo resti nessuno.

Doveroso riprendere Pirandello, per il quale ognuno di noi nasconde la propria identità ed indossa una maschera per seguire le consuetudini sociali. Concetto  cardine e sempre attuale, che fonde le sue radici nella grecità a me cara, ovvero nella distinzione tra la civiltà della vergogna (arcaica, fondata sull’opinione altrui) e la civiltà della colpa (fondata sulla coscienza, sulla consapevolezza). Il tema viene magistralmente affrontato nel 2006 da Paolo Genovese con Perfetti sconosciuti. Sette amici a cena, una serata come tante che viene stravolta da un gioco apparentemente innocuo, vero esperimento sociale: tutti i cellulari sul tavolo, e i messaggi verranno letti ad alta voce.

La sceneggiatura dipinge tipi umani riconoscibili, in cui ognuno di noi può identificarsi: c’è chi tradisce, chi viene tradito, chi ricerca un brivido fine a sé stesso e chi nasconde un pesante segreto che avrebbe solo voglia di condividere. Le verità vengono progressivamente a galla, i commensali si trovano denudati delle proprie maschere e rimangono spogli, l’uno di fronte all’altro, a misurarsi con loro stessi. Da un lato, il film squarcia il velo di ipocrisia in cui la società moderna è immersa; dall’altro, attraverso un finale alla Sliding Doors, ci lascia il dubbio se sia meglio vivere beati nell’inconsapevolezza.

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Al 38esimo c*********o e a 49 a 2 di punteggio, Fantozzi incontrò di nuovo lo sguardo di sua moglie.

Parlando di schiaccianti convenzioni che ci costringono a mascherarci, il trono dei frustrati non può che appartenere al ragioniere più famoso d’Italia, Ugo Fantozzi. . Personaggio ideato e interpretato da Paolo Villaggio, è il protagonista di una delle saghe più longeve del cinema italiano, con ben 10 titoli dal 1975 al 1999. Fantozzi è un vero e proprio antieroe contemporaneo, servile e grottesco, incapace di adattarsi ai modelli sociali che lui stesso mitizza. Vive in un’umile dimora, ha un lavoro da impiegato per nulla soddisfacente ma che gli consente di vivere una vita tranquilla. La sua famiglia è composta da una moglie che non lo ama, ma che “lo stima moltissimo”, e da una figlia dalle fattezze scimmiesche e dall’intelligenza discutibile.

La sua maschera è l’emblema della mediocrità a cui spesso ci condanna la società, fatta di disparità e discriminazioni. Una vita scandita dal calendario aziendale, piena angherie da parte dei colleghi e di doverosi salamelecchi davanti a megadirettori comodamente appollaiati su poltrone in pelle umana. Fantozzi è il ritratto meraviglioso e spietato dell’uomo medio degli anni ’80 e non solo, intrappolato in una dimensione che lo sfrutta senza remore e da cui è impossibile liberarsi.

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Le sue timide rivincite, come la commovente vittoria a biliardo contro l’On. Cav. Conte Catellami, non ribaltano lo status quo: rimane un semplice ingranaggio destinato alla sconfitta, come testimoniato dall’immancabile nuvoletta che gli fa piovere in testa ad ogni occasione. Nel vedere le sue disavventure si è pervasi da un riso amaro, un sentimento del contrario pirandelliano che ci ricorda, con compassione, come la sua maschera sia spesso anche la nostra. E anche se vessato, la sua dignità riemerge prepotentemente in alcune occasioni, anelito di speranza e umanità: basti pensare alla celeberrima scena in cui la figlia, mentre recita una poesia, viene derisa aspramente dai vertici aziendali. Ugo la abbraccerà teneramente, e si limiterà ad augurare ai presenti un “distinto natale ed uno spettabile anno nuovo”.

Su la maschera!

Ricordandoci che solo un sith vive di assoluti, cambiamo diametralmente prospettiva e analizziamo i vantaggi della maschera. Tratto dal fumetto di Alan Moore e prodotto dalle sorelle Wachowski, nel 2006 esce V per vendetta. In un Regno Unito distopico oppresso da una dittatura nazionalista, un misterioso vendicatore mascherato si aggira per le strade di Londra. Il suo scopo: riportare libertà e giustizia; la sua maschera: il volto di Guy Fawkes, anarchico ideatore della Congiura delle Polveri del 1605.

Ci saranno molte occasioni per il protagonista di mostrare il suo viso, ma lui rifiuterà puntualmente con la sua proverbiale eleganza. Questo perché la maschera diviene mezzo di identificazione, strumento di coesione, simbolo di un ideale in cui tutti possano riconoscersi. Toglierla sarebbe un gesto egoista, di mero autocompiacimento; tenerla, invece, diviene paradossalmente il modo migliore di difendere la propria libertà, la propria identità. E mai come in questo caso il cinema diventa ponte tra realtà e finzione: basti pensare al gruppo di attivisti online Anonymous, che adotterà da V il simbolo e il suo significato.

Le idee sono a prova di proiettile.

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Altro interessante aspetto del travestirsi è poi costituito dalla forza protettiva della maschera. E non mi riferisco alle temutissime droplets, ma a un nemico altrettanto insidioso: la realtà. Prendiamo Guido Orefice, che dopo aver conquistato col sorriso la sua principessa piovuta dal cielo viene deportato con la famiglia in un campo di concentramento. Alla disumanità del reale Benigni oppone la forza inattaccabile della fantasia, convincendo il piccolo Giosuè che si tratti di un meraviglioso gioco di ruolo dal montepremi strepitoso. Un padre che protegge delicatamente il figlio, riuscendo a travestire non solo le sue paure, ma anche tutto l’orrore di cui sono circondati.

Non si tratta di sminuire il dramma della Shoah, ma di mostrare come di fronte a un nemico imbattibile l’unica arma a noi rimasta sia l’ironia. Una risata che salva la vita, che mette in ginocchio anche il più inimmaginabile dei mostri e che ci ricorda, anche quando sembra impossibile, che La vita è bella. È Davide che batte Golia, la maschera che la spunta sulla barbarie e che si guadagna 1000 punti e un carro armato. Scusate se è poco.

Questa è la mia storia, questo è il sacrificio che mio padre ha fatto, questo è il suo regalo per me.

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Ultimo titolo in rassegna, non certo per importanza: Big Fish di Tim Burton. Al capezzale del padre morente, un figlio si ritrova a confrontarsi col genitore reo di essere stato assente, di avere continuamente eluso i problemi della vita con il ricorso a storie straordinarie. L’unica via per cercare di ricucire lo strappo sarà quella di ascoltare, per l’ultima volta, le sue mirabolanti avventure. Un film meraviglioso, delicato e toccante, che ha il pregio di mostrare come immaginazione e realtà non sia incompatibili. Una maschera che non toglie nulla alla durezza dell’esistenza, ma che permette di affrontare la quotidianità con occhi diversi.

Nel corso dei minuti, il figlio e lo spettatore si spogliano progressivamente delle catene del rigoroso raziocinio, comprendendo l’amore del padre per la vita e abbracciandone il suo punto di vista.

Nella vita arriva un momento in cui un uomo ragionevole deve ingoiare l’orgoglio e ammettere di aver sbagliato di grosso!

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Tiriamo le somme

Dalle produzioni italiane a quelle internazionali, abbiamo visto come tra cinema e maschera ci sia un amore eterno in continua evoluzione. E questa indissolubile relazione regala allo spettatore chiavi di lettura della realtà sempre nuove, esorcizzando paure e abbattendo tabù.  Indossare una maschera è spesso una necessità, ma non per questo un male. Può essere costruttiva, quando ci protegge o ci permette di esprimerci; può essere distruttiva, quando nasconde la nostra vera identità e ci blocca. In medio stat virtus.

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