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Detective Pikachu, la recensione del live action con protagonisti i Pokèmon

Detective Pikachu è il primo live-action sui Pokémon. Tim deve risolvere un caso riguardante suo padre e ad accompagnarlo c'è un Pikachu parlante.

Arriva nei cinema Detective Pikachu. La maledizione dei film tratti dai videogiochi la conosciamo tutti e non ha senso nasconderla. Negli ultimi anni, senza voler scomodare quei live action davvero tremendi che facevano riferimento a Dragon Ball, Super Mario Bros. e Mortal Kombat, abbiamo assistito a sporadiche pellicole che sono riuscite a conquistare il cuore dei videogiocatori: sicuramente l’ultimo Tomb Raider, con il reboot di Lara Croft in Alicia Vikander, ci ha permesso di apprezzare un qualcosa di più fedele alla sua origine videoludica, mentre Assassin’s Creed ci aveva illuso che la presenza di Michael Fassbender fosse in grado di tenere alto il livello dell’intera produzione. La difficoltà di trasportare al cinema un videogioco è palese, si nota, ma con Detective Pikachu le cose sono andate diversamente e ve lo raccontiamo con un sorriso in volto. Senza esagerare, però.

Detective Pikachu a rapporto

Tim Goodman è un giovane agente assicurativo, che da bambino aveva il sogno di diventare un allenatore di Pokémon: grande conoscitore di tutti i mostriciattoli della Game Freak, Tim ha visto il proprio sogno infrangersi dinanzi a un lutto familiare, che lo ha segnato a vita, nonché allontanato dal padre, trasferitosi a Rime City per vestire a tempo pieno i panni del detective. La metropoli è stata interamente costruita da un visionario scienziato che sognava di creare un agglomerato cittadino in grado di far vivere umani e Pokémon insieme, senza lotte, senza Pokéball e senza allenatori: un ecosistema perfettamente funzionante, nel quale tutti si sono adeguatamente inseriti nel contesto in cui vivono e prestano le proprie capacità al servizio del prossimo. In questo scenario, però, il padre di Tim, Harry, è sparito, probabilmente morto: le ultime immagini che si hanno riguardano un incidente che ha coinvolto non solo il detective, ma anche il suo partner, un Pikachu, entrambi scaraventati giù da un ponte da un attacco del più forte di tutti i Pokémon mai esistiti: Mewtwo.

La trama di Detective Pikachu nasconde il più classico schema di antagonismo presente nei film che provano a creare un thriller, ma che non nascono per quell’obiettivo. Tim Goodman compie il canonico viaggio dell’eroe, che passa dalla negazione del bisogno di scoprire che fine ha fatto il padre fino al desiderio di intraprendere un viaggio che lo guiderà a risolvere un caso ben più grande di quanto pensasse. A fargli da comprimario c’è un Pikachu parlante, armato di cappello da investigatore e desideroso di recuperare la memoria che ha perso: avere lui come spalla rende ovviamente molto più frizzante l’intero film, riesce a dare una sferzava di vivacità alla narrazione e permette a Tim di scrollarsi di dosso, anche prima della metà del film, quell’austerità che non appartiene a un ragazzo della sua età, ma che ha voluto necessariamente che lo circondasse per alzare delle barriere col mondo circostante. Il tutto scorre in maniera abbastanza leggiadra, senza pretendere troppa attenzione allo spettatore, ma costringendolo a una fortissima sospensione dell’incredulità, che si sposa bene con il fatto di trovarsi dinanzi a un film che parla di Pokémon. Ci sono, però, due modi ben distinti per approcciare Detective Pikachu.

Pikachu, scelgo te! Gotta catch’em all

Da un lato potreste essere dei fan dei Pokémon, il che vi ha sicuramente spinto in questi anni a godere a pieno anche degli OAV prodotti, di cui tra l’altro il primo partiva proprio dalla minacciosa presenza di Mewtwo nella regione di Kanto: se rispettate questo identikit sicuramente vi ritroverete a occhi spalancati ad ammirare quanto costruito in Detective Pikachu, a ridere della maggior parte delle battute del mostriciattolo giallo nei confronti dei suoi simili e a godere a piene mani di un citazionismo sfrenato e quantomai indovinato, che si sposa benissimo con un prodotto che non deve fare altro che dare vita, sul grande schermo, a una saga di videogiochi che dura da oltre vent’anni. Dall’altro lato, nel caso in cui non foste dei fan dei Pokémon, rischierete di ritrovarvi dinanzi a un film che, purtroppo, ha ben poco da lasciarvi e da raccontarvi: non c’è la tanto temuta esasperazione del rapporto di amicizia, che aveva fatto di Ash Ketchum e Pikachu uno dei tandem atipici più smielati dell’animazione anni ’90 e 2000, così come non c’è il vero senso dell’avventura, che viene sempre mascherato da una fortissima necessità di fan-service sfrenato.

La trasposizione al cinema, opera di Rob Letterman, è comunque lodevole: non siamo dinanzi a un prodotto, come già detto, che ci farà strappare i capelli e urlare al miracolo, ma a un film che si lascerà guardare senza risultare ridondante e senza annoiare. Sicuramente è un’opera coraggiosa, che permette ai Pokémon di entrare al cinema in una veste diversa da quelli che erano gli OAV di cui abbiamo già citato il primo poc’anzi. Potrebbe essere l’inizio di un filone che spingerebbe Warner Bros. a creare qualcosa di molto più profondo e destinato a migliorarsi nel tempo. Quello che colpisce seriamente è la direzione artistica e le scelte compiute per realizzare Rime City: se la Zootropolis di Disney vi aveva affascinato per l’aver creato un ecosistema gestito esclusivamente da animali, sappiate che qui è stato compiuto un passo in avanti verso la coesione di universi differenti in un’unica realtà. Il Classico Disney resta un’operazione nettamente superiore, per tutto ciò che si porta dietro dal punto di vista dei contenuti e della trama in sé, ma è chiaro che Detective Pikachu, che allo stesso modo è destinato alla risoluzione di un caso, deve tanto alla pellicola Disney. I risvolti di trama d’altronde risultano spesso telefonati e scontati, rendendo l’intera vicenda ben lontana dal potersi definire un thriller, pur avendoci a tratti provato.

L’umanità è malvagia

Vero mattatore della vicenda è indubbiamente Pikachu, che nei suoi siparietti con gli altri Pokémon e con lo stesso Tim esalta la sua vena comica e si candida a vero e proprio protagonista di un film che, d’altronde, porta il suo nome. Purtroppo non abbiamo potuto guardare il film in lingua originale, quindi non sappiamo quanto Ryan Reynolds abbia potuto aumentare la qualità del doppiaggio, ma in italiano vi assicuriamo che la scelta è stata indovinata e gradevole, con Francesco Venditti (doppiatore di Reynolds anche in Deadpool 2) che ha compiuto un ottimo lavoro. C’è da rendere schizofrenico il personaggio, agitato e perennemente alla ricerca della battuta, senza dimenticare l’arguto intervento in svariati momenti, sfruttando il fatto di essere compreso esclusivamente da Tim e non da altri umani, e il doppiatore italiano, nel suo cercare di avvicinarsi quanto più possibile all’attore canadese, ha reso l’idea. Un ultimo cenno lo dedichiamo alle battaglie Pokémon, un aspetto che ha sempre emozionato grandi e piccini, rimanendo nella sfera dei fan: il film ne regala davvero poche, a causa di un divieto di Rime City, ma vi capiterà di assistere a dei discreti momenti di combattimento, con richiami anche a quelli che sono stati i videogiochi, riuscendo a mettere in risalto anche quel fantastico risultato dell’evoluzione genetica che è Mewtwo.

Detective Pikachu, in conclusione, è un film che va sicuramente a dare una sferzata di ottimismo a quel filone di film tratti dai videogiochi. Non delude alcun tipo di aspettativa, né però le supera: la visione ci accompagna in quell’ora e mezza di vicenda molto basilare, cullandoci tra battute al vetriolo e qualche momento di tenerezza, giocando argutamente sul rapporto di coppia tra Tim e Pikachu e strizzando l’occhio ai più giovani fan dei Pokémon e anche a quelli un po’ più maliziosi, che però cederanno al bisogno di storcere il naso qui e lì. Come esordio per il mondo Pokémon in live-action è sicuramente positivo, pur restando un film di poco superiore a una sufficienza: che, in ogni caso, di questi tempi non è assolutamente da buttare.