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Diabolik sono io: recensione. Il volto oscuro dell’Italia del boom economico

Ieri sera a Roma è stato presentato in anteprima “Diabolik sono io”, interessante docu-film di Giancarlo Soldi che arriverà nelle sale soltanto l’11, 12 e 13 marzo, a un tempo accorato omaggio alla creatura delle sorelle Giussani e suggestiva rilettura in filigrana di un personaggio che è lo specchio oscuro dell’Italia del boom economico e non solo. Noi ovviamente eravamo là e nell’occasione non abbiamo mancato di scambiare due chiacchiere con l’autore.

Giancarlo, tu sei appassionato di fumetti, di cui ti sei occupato a più riprese in lavori come Nuvole parlanti (2006), Graphic Reporter (2009), Come Tex nessuno mai (2012), nonché nel progetto su Crepax che hai in sviluppo. Da cosa nasce la voglia di occuparti anche di un grande fumetto “irregolare” italiano come Diabolik?

La mia è una missione. Non voglio dimenticare, né far dimenticare, quanto quella cultura pop, che è sempre stata bistrattata ma che a me invece ha permesso di conoscere persone visionarie, sia stata importante nella costruzione stessa della nostra identità, perché alla fine noi guardiamo il mondo anche attraverso le categorie che abbiamo appreso attraverso quella cultura.

E poi, per quanto riguarda Diabolik in particolare, beh, il mio interesse nasce per il mistero che si nasconde dietro un personaggio che tutti pensano di conoscere ma che in pochi conoscono davvero. Persino io, che mi reputavo un esperto, scoprii infatti la storia di Angelo Zarcone soltanto attraverso una conversazione casuale con le stesse sorelle Giussani, che all’epoca spesso mi ospitavano e mi davano una mano, essendo io all’epoca un filmaker agli inizi, e piuttosto squattrinato, che finiva spesso a mangiare a casa di Tiziano Scalvi o di Bonelli.

(Angelo Zarcone è il nome, probabile ma non certo, del disegnatore delle prime e mai utilizzate tavole del primo numero di Diabolik, Il re del terrore, che scomparve nel nulla dopo aver consegnato il suo lavoro, senza che fosse mai più possibile rintracciarlo. NdR).

Diabolik è stato un fumetto molto popolare in Italia dalla sua creazione fino agli anni ’80, ma adesso, col tuo lavoro prima e con quello che hanno in lavorazione i Manetti Bros. sembra che stia rinascendo un interesse attorno alla figura del criminale in calzamaglia. Come mai secondo te?

Io credo anzitutto che la popolarità di Diabolik non sia mai scemata. Le vendite del resto sono sempre solide, anche se ovviamente non come ai tempi d’oro. Per ciò che mi riguarda, quello che posso dire, è che covo questa idea da quando appresi del mistero di Zarcone, ma ho dovuto aspettare il momento propizio per riuscire a portare in porto il mio progetto, approfittando del grande successo dei cinecomics Marvel. Fare un film sul personaggio di un fumetto non sembrava più una cosa così campata in aria. E poi avevo un debito, con le sorelle Giussani e Diabolik, un debito che spero di aver saldato.

Ci tenevo a chiederti un’ultima cosa. Il tuo può essere considerato in un certo senso un mockumentary, poiché mescola fatti reali e ricostruzioni romanzate, fiction e documento. Penso a film come Forgotten Silver di Peter Jackson ad esempio, un genere non molto bazzicato in Italia. Tu perché l’hai scelto?

Perché questa era la formula migliore per quello che volevo realizzare. Io non racconto il fumetto del resto, ma sempre le persone e questa formula, che mescola realtà e finzione, era la soluzione migliore per raccontare una storia di cui solo le premesse sono note.

Diabolik sono io, la recensione

“Diabolik sono io” è molte cose. Anzitutto è un documentario vero e proprio, appassionato e appassionante, su una pagina di storia della nostra cultura pop e su quella che è stata e rimane ancora una delle poche vere icone del fumetto nostrano, raccontato attraverso i volti e le voci di alcuni protagonisti come Mario Gomboli, storico sceneggiatore di Diabolik, qui anche nelle vesti di co-sceneggiatore.

Ma soprattutto Diabolik sono io è un omaggio alla figura delle creatrici di Diabolik, le sorelle Giussani, due donne aristocratiche e anticonvenzionali, nonché due imprenditrici visionarie che, all’inizio degli anni ’60 in una società fortemente maschilista, seppero creare un impero, andando avanti nell’indifferenza o nella diffidenza, quando non nell’aperta ostilità di tutti.

“Diabolik sono io” infatti è attraversato dai frammenti di un’intervista inedita dimenticata nelle teche RAI, ritrovata fortunosamente dallo stesso Soldi e restaurata per l’occasione, che fa da fil rouge e da controcanto all’intera narrazione.

La metà oscura dell’Italia del boom economico

Ma “Diabolik sono io” è anche altro, perché inframmezzata al documentario vero e proprio troviamo una storia più ambiziosa di quanto possa apparire. Attraverso il bravo Luciano Scarpa, infatti, Soldi si è divertito a immaginare cosa potrebbe essere successo al misterioso Zarcone, costruendo un thriller in cui l’uomo, in preda ad amnesia, rimettendo assieme i frammenti della propria vita, scopre di essere lui stesso Diabolik. O forse no?

Ho paura di te/ma ti aspetto/e con noi/la notte/che mi tormenta e mi tenta/come fai tu” cantava profeticamente Betty Curtis nel 1966 in una canzone dedicata proprio a Diabolik. Sotto le sue folte sopracciglia minacciose, lo sguardo magnetico di Diabolik non è malvagio né spietato, ma molto spesso spaventato, terrorizzato, non già da quel che sta facendo, ma dall’irresistibile pulsione che lo spinge e lo domina.

Capitato su un’isola misteriosa dopo essere scampato a un naufragio, ancora bambino, il futuro Diabolik viene allevato e istruito nelle arti criminali da un personaggio misterioso, crescendo non esattamente cattivo, quanto totalmente privo di empatia e di qualsiasi senso etico.

Diabolik deruba e uccide soprattutto i malvagi, è vero, e utilizza esclusivamente i pugnali, mostrando quindi di obbedire a un suo personale codice d’onore, ma non esita ad eliminare anche gente innocente se il piano che ha in mente è messo a rischio. Diabolik non gioisce del male che fa, la sua semplicemente è la feroce determinazione dell’ombra della notte, del predatore perfetto, della pantera nera da cui prende il nome. Fa semplicemente ciò che ritiene di dover fare, e nessuno può fermarlo.

Lo specchio perfetto insomma in cui gli italiani del boom economico possono riflettersi e, dietro una formale condanna morale, riconoscere nell’antieroe mascherato le pulsioni che li agitano segretamente.

Il Re del Terrore è l’albo da cui inizia la storia editoriale di Diabolik. Recuperatelo con questo remake del primo, storico numero di Diabolik, qui riproposto con una storia più attuale e uno stile grafico più contemporaneo, ma sempre fedele all’originale.