Cinema e Serie TV

Foundation: recensione della prima stagione

Dopo un’attesa di anni, Il Ciclo delle Fondazioni di Asimov ha visto in AppleTV+ la speranza di arrivare infine nel mondo dell’entertainment. Nell’anno in cui la space opera sembra essersi riaffacciata con vigore sul piccolo e grande schermo, con Dune, e in un periodo in cui trasposizioni tengono banco nell’ambito seriale, come ribadito in questi giorni da La Ruota del Tempo, vedere il servizio streaming della Mela dare vita a Hari Seldon e alla galassia futura immaginata da Asimov è stata un’esperienza intrigante. Vuoi perché la fantascienza contemporanea, specie cinematografica, ha un grosso debito nei confronti del romanziere americano, vuoi perché la curiosità di avere una sci-fi meno action e più pacata con tempi narrativi rilassati rappresenta sempre una piacevole alternativa a storie iperdinamiche.

Foundation

La fantascienza seriale ha visto in serie come Battlestar Galactica e The Expanse esempi di come la costruzione di un contesto sociale solido e curato sia un ottimo strumento narrativo, ma con Foundation si è voluto cercare di portare questo dettaglio a un livello superiore. La vera minaccia era perdere il focus sui tratti essenziali della saga di Asimov, che per sua natura nascondeva delle insidie che potevano diventare degli inneschi per critiche spietate da parte dei fan puristi dello scrittore, che avranno sicuramente molto da ridire sull’adattamento presentato da Apple. Motivo per cui, volendo fare un gioco, abbiamo pensato di dare vita a una recensione ‘multipla’, affrontando Foundation da differenti punti di vista, che contemplino le sensazioni che possono guidare la visione di diverse tipologie di pubblico, in relazione alla familiarità con l’opera originaria.

Foundation: recensione della prima stagione

Il Purista: il tradimento di Asimov

I primi episodi visti in anteprima, nonostante una ricostruzione architettonica convincente dell’Impero conosciuto nei libri di Asimov, avevano mostrato alcune imprecisioni piuttosto marcate, all’interno dello sviluppo di Foundation. Come abbiamo imparato leggendo il Ciclo delle Fondazioni, Asimov stesso ha lavorato a questa saga in modo atipico, tornando in anni successivi a scrivere romanzi prequel, cercando di impostare una continuity che legasse tutta la sua produzione. Modo perfetto per impostare una linea narrativa che partendo dal Ciclo dei Robot arrivasse proprio a concludersi con il Ciclo delle Fondazioni, giocando con il lettore tramite un sistema di richiami e ricostruzione di eventi divenute leggende con il passare dei secoli.

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Foundation sembra aver dimenticato in toto questo aspetto, anzi lo vanifica pienamente. All’interno degli episodi ci sono chiare prese di posizione che tagliano fuori dalla continuity della serie momenti importanti della cronologia asimoviana, come declinare l’assenza dei robot rendendola conseguenza di una guerra con gli umani, aspetto che ha più attinenza con il Jihad Butleriano di Dune che non con l’opera asimoviana, che da sempre tende ad abbattere il Complesso di Frankenstein. Capitoli avvincenti come l’avventura di Hari Seldon e Dors Venabili a Micogeno vengono quindi completamente vanificati, accompagnati da una revisione narrativa che penalizza le dinamiche essenziali dello sviluppo dei personaggi di Asimov.

Lungo questa prima stagione i rapporti centrali della dinamica narrativa di Asimov vengono costantemente riscritti e adattati a una storia che si allontana progressivamente dai punti saldi della controparte letteraria. Dall’assenza di Dors Venabili allo sviluppo di amori totalmente assenti nell’originale e qui resi strumenti per costruire delle dinamiche che spesso si oppongono al concept originale, Foundation mostra di aver poco rispetto per l’opera di Asimov, stravolgendo anche l’animo dei personaggi.

Jarred Harris è un Hari Seldon avanti con gli anni, disilluso e pronto all’inganno in nome del suo presunto ‘bene superiore’. Manca la valorizzazione dei suoi sacrifici e della sua concezione della psicostoria, elemento trainante del Ciclo delle Fondazioni, preferendo mostrarlo come un uomo machiavellico, a tratti fastidioso e supponente nel suo ergersi a guida di una rivoluzione, anziché di una Fondazione che voglia preservare l’umanità. Laddove Seldon era preoccupato di avviare un progetto di salvezza, anche collaborando con il trono imperiale, in Foundation lo si rende un rivoluzionario, in aperto contrasto con la dinastia dei Cleon.

A rendere ancora più marcata questa separazione dall’originale di Asimov è la scelta di rendere la dinastia imperiale una trinità genetica, costituita da cloni del Cleon originale. Un trio che viene presentato come un’entità quasi divina, dando vita a una sottotrama dedicata alla spiritualità, concetto assente in Asimov e che arriva persino a investire una figura come Eto Demerzel. Il personaggio più variato nella sua essenza, se vogliamo, considerato che all’interno della narrativa asimoviana il suo esser di sesso maschile e la sua figura di rigido primo ministro della corte imperiale avevano un’accezione precisa e funzionale all’evoluzione della storia. In Foundation la versione che ci viene proposta è avulsa e priva di legame con l’originale, ennesima pecca di questa serie.

Non è sufficiente creare un impianto visivo avvincente e che lasci emergere alcuni dei tratti essenziali dell’immaginario di Asimov. Se è vero che il romanziere americano non eccedeva nel fornire dettagli delle ambientazioni, va detto che per una produzione televisiva questo si traduce in un’occasione golosa, che consente di muoversi liberamente nel dare corpo a una galassia futura che possa mostrare una propria identità. Ma questa meraviglia visiva non può far dimenticare la totale incuria nel preservare lo spirito autentico dell’opera di Asimov, che vede un uso totalmente incomprensibile degli spaziali o il piegare i personaggi a una dinamica di eventi che si discosta in modo troppo marcato dalla dialettica di Asimov, dai suoi concetti.

Foundation

Foundation è una delusione, manca di focus nel cogliere gli aspetti essenziali della grande opera letteraria di Asimov, preferendo abbracciare diverse suggestioni narrative che poco hanno a che spartire con uno dei grandi classici della space opera letteraria. La dialettica di Asimov aveva una propria caratura e una precisa connotazione, figlia delle idee dell’autore e della sua visione del mondo, snaturarla a questo modo porta la serie di AppleTV+ a fregiarsi immeritatamente del nome di Foundation.

L’appassionato di Asimov: portare il Ciclo delle Fondazioni nel mondo moderno

Trasporre fedelmente il Ciclo delle Fondazioni era pressoché impossibile. La natura dell’opera di Asimov non offre entry point agili da cui avviare una narrazione seriale, considerato il modo in cui il romanziere americano ha creato una forte continuity tra i diversi cicli che compongono la sua opera. La scelta fatta da Goyer e dalla produzione di Foundation, per quanto possa sembrare irrispettosa ai fan puristi di Asimov, ha una sua liceità, è una mossa necessaria per dare vita a un adattamento seriale di uno dei pilastri della tradizione della space opera letteraria.

Una storia complessa e caratterizzata da una narrazione spesso involuta e complessa, che mal si sarebbe adatta alla nuova grammatica della serialità contemporanea. Serie come The Expanse e Battlestar Galactica hanno mostrato come sia possibile creare universi futuri che consentano una narrazione articolata e solida, e con una materia originaria come il Ciclo delle Fondazioni questi insegnamenti consentono di sviluppare un universo futuro ricco di sfumature.

Una modernizzazione del concept originario di Asimov che richiede, inevitabilmente, di apportare profonde modifiche, che colgano il gusto di un pubblico ampio e abituato a una narrazione avvincente, basata sulla grammatica della serialità televisiva. Si potrebbe contestare l’idea della trinità imperiale, così come la presenza dell’elemento religioso è un’aggiunta assai lontana dalla visione di Asimov, ma la presenza di nomi noti e la centralità del loro ruolo sembra mostrare una certa attinenza alla storia originale, per quanto adattata a nuovi canoni narrativi. Cambi di sesso di alcuni personaggi, nuove relazioni sentimentali e parentele totalmente inventate possono sembrare una forzatura di questo adattamento, ma vengono comunque ricondotte all’interno di confini che tengono presente l’idea generale di Asimov. La familiarità dello spettatore con l’opera letteraria consente di colmare alcuni passaggi narrativi poco felici, soprattutto in relazione alla psicostoria. Per quanto citata come la spinta narrativa della serie, la scienza creata da Hari Seldon viene vagamente accennata, rendendola quasi una dottrina mistica cui gli abitanti di Terminus si affidano alla stregua di una fede.

Si perde, in tal senso, la valenza scientifica presente nei libri, ma questa declinazione della psicostoria ben si sposa alle nuove caratteristiche imposte da questo adattamento. La presenza dei poteri di Salvor Hardin e Gaal Dornick, infatti, sembra spingere a una presenza di capacità mentali che nell’opera di Asimov si ravvedevano nel Mulo, presente in epoche future rispetto alla loro. Una concessione che si concede alla produzione di AppleTV+, che la inserisce all’interno di un processo di svecchiamento del concept originale, adattando i tratti salienti della narrativa asimoviana a un nuovo pubblico, quello della serialità.

A ben vedere, l’operazione di David S. Goyer è un esperimento interessante, ossia il presentare a un nuovo pubblico, figlio di un’epoca diversa rispetto a quella in cui Asimov realizzava i suoi romanzi, dei concetti sociali che lo appassionino. Un intento narrativo intrigante, che ripercorre l’evoluzione della narrativa sci-fi, al punto che i concetti essenziali di Asimov non vengono stravolti, bensì portati in un’ottica moderna, lasciando emergere nel tessuto sociale dell’Impero suggestioni che siano lo specchio del mondo moderno, affidando ai personaggi il ruolo di specchio di pensieri e preoccupazioni contemporanee.

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In quest’ottica i cambiamenti apportati ad alcuni protagonisti, siano per quanto concerne il sesso che la loro funzione nella storia, assumono una validità comprensibile in questa opera di rinnovamento. Lo stesso Seldon non è più un ‘padre dell’umanità’ preoccupato di preservare la conoscenza del genere umano, ma trasforma la sua Fondazione in uno strumento rivoluzionario, assumendo una nuova valenza rispetto all’immagine che ci ha dato Asimov nelle sue opere. Era dunque inevitabile concedere spazio a una dialettica meno ampollosa e più immediata, che comprendesse la dialettica seriale contemporanea, che richiede una certa concessione all’azione, solitamente assente in Asimov.

Foundation non è una riproposizione pedissequa del complesso arazzo futuro immaginato da Asimov nei suoi libri, ma si presenta come un gradevole adattamento che porta i tratti essenziali del Ciclo delle Fondazioni nella serialità moderna. Una progressiva caratterizzazione che al termine dei dieci episodi di questa prima stagione di Foundation completa un distacco definitivo dal canone classico del ciclo di Asimov, proiettandosi verso nuove direzioni più contemporanee.

Un nuovo universo: la scoperta della Fondazione

Foundation è una serie fantascientifica ad altro budget che mostra di avere appreso alcune lezioni dai grandi esponenti della serialità. David S. Goyer, traendo ispirazione da una seri di romanzi, ha ritratto su Apple TV+ una galassia futura in cui l’umanità sembra avviata inesorabile verso l’entropia, condannata da una genia di imperatori cloni che mal comprendono quali siano le vere problematiche di un dominio che si estende su milioni di mondi.

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La nascita di una scienza, la psicostoria, in grado di elaborare modelli sociali futuri altamente probabili diviene per il potere una minaccia, un pericolo che vede nel suo ideatore, Hari Seldon (Jared Harris), un potenziale capopopolo da osteggiare. Ma anziché renderlo un martire, eliminandolo fisicamente, i tre imperatori decidono di esiliarlo ai confini dell’universo, su Terminus, dove viene ironicamente concesso all’uomo di sviluppare la sua scienza. Se fosse davvero in grado di realizzare quanto sostiene, allora l’Impero saprà dove trovare un’arma di controllo delle masse, in caso contrario la lontananza di Seldon dal centro socio-politico dell’Impero ne agevolerà l’oblio.

Questo contrasto tra il dispotico potere e la ricerca di un’altra via è uno dei tratti fondamentali di Foundation. Il dualismo è parte integrante di questa serie, che offre una ricchezza di contrapposizioni, come scienza e fede, che animano il racconto. Per dare vita a questa dinamica, vengono mostrati numerosi personaggi, una schiera di volti e personalità che, in alcuni momenti, rischia di confondere lo spettatore meno attento. Fedele al concetto di space opera, infatti, Foundation si prende i propri tempi per definire questo universo futuro, non solo con uno spettacolo visivo indubbio, fatto di pianeti brulli e inospitali in opposizione al brulicante mondo-capitale, ma anche dando a ogni personaggio la possibilità di evolversi, seppur in modo piuttosto rudimentale.

Tolte rare eccezioni, come Salvor Hardin, questa pletora di personaggi rimane spesso invischiata in una narrazione troppo focalizzata sul dove condurre lo spettatore, dimenticando il come portarlo. Questa prima stagione di Foundation sembra dimenticare, in alcuni punti, di dare tutti i giusti strumenti per comprendere al meglio le basi di questo universo, chiedendo un grosso atto di fede in alcuni aspetti, come il ruolo di ribelle infallibile di Seldon, personaggio quasi profetico, magnificamente reso da Jared Harris, ma che nella sua contenuta presenza rischia di risultare più un deus ex machina che non un elmento portante della narrazione.

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Ad avere maggior rilevanza, ironicamente, sono i presunti villain della storia, ossia il trio imperiale. Lee Pace (Fratello Giorno), Terrence Mann (Fratello Tramonto) e Cassian Bilton (Fratello Alba) costituiscono un’allegoria convincente delle diverse età di un uomo, mostrandone le debolezze e come il peso degli anni possa condurre a una diversa visione dell’universo. Perfettamente inserita in questa dinamica Eto Demerzel (Laura Byrn), primo ministro e confidente dei Cleon, figura ammantata di un velo drammatico che viene lentamente sviluppato, sino a una scena di straziante umanità nell’episodio finale, fortemente metaforica ed emotivamente travolgente.

Tutte queste componenti, però, sembrano puramente abbozzate, poco definite. Se da un lato trattandosi di una prima stagione questa è comprensibile, dall’altro considerata la ricchezza di temi e di suggestioni messe in scena ci si sarebbe aspettata una maggior cura nella gestione dei tempi narrativi, che risultano appesantiti nella prima parte, sin troppo preparatoria, ma che viene riscattata da una parte finale che proietta la serie verso un promettente futuro.

Dove Foundation non manca di affascinare sin dal primo momento è nell’impianto visivo. La galassia futura viene ritratta in modo accorto, definendo l’opulenza della corte imperiale contrapponendola al resto della galassia. Un distacco che viene valorizzato non solo mostrando i diversi mondi, ma anche nel ritrarre diversi settori dello stesso Trantor, il mondo capitale. Un’attenzione ben focalizzata, nella sua semplicità, che preferisce puntare a una visione spartana che, specialmente per i mondi periferici, valorizza la sfida della sopravvivenza, come scelta in opposizione all’opulenza decadente dei mondi centrali.

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Foundation, pur con tutti i suoi limiti, è una serie sci-fi ricca, promettente, ma ancora in cerca di un proprio equilibrio. Eccellente nel mostrare la crescita interiore di alcuni personaggi, in primi Fratello Giorno, perde lucidità nella definizione della trama orizzontale, mancando di fornire dei punti saldi su cui lo spettatore può sviluppare la propria comprensione. La già confermata seconda stagione potrebbe diventare, quindi, il punto di svolta di questa serie, che ha riportato la space opera sul piccolo schermo.