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Dune di Denis Villeneuve, la recensione

Portare sul grande schermo un progetto come Dune non è cosa facile: 700 pagine scritte da Frank Herbert, divenute con gli anni un classico intramontabile della fantascienza, è sicuramente un compito che nessun regista amerebbe sobbarcarsi sulle spalle, a patto di non avere già un curriculum in grado di affrontare una sfida di questo calibro. Senza contare che volente o nolente gli appassionati andranno per forza di cose a tirare fuori la potenza del film del 1984 diretto da David Lynch, un film in grado di rileggere il mito di Dune in una maniera tanto visionaria quanto unica nel suo genere, in grado di lasciare un solco indelebile nella storia del cinema.

Denis Villeneuve, regista che negli anni ha portato un gran numero di progetti sci-fi sul grande schermo con risultati al botteghino spesso altalenanti (basti pensare ad Arrival, oppure a Blade Runner 2049), ha quindi dovuto pianificare con estrema attenzione il “suo” progetto legato all’opera di Herbert.

Dune

Dune di Villeneuve ha quindi il delicato compito di catturare sia l’attenzione degli spettatori che mai hanno letto l’opera originale, sia quelli che conoscono invece a menadito le faide familiari intergalattiche della famiglia Atreides. Sin dai primi minuti, l’incipit del film ci immerge da subito in un universo distante migliaia di anni, un mondo magnifico e pericoloso in cui vengono tratteggiati i personaggi che si muovono al suo interno.

La trama ripercorre infatti quella del romanzo: in un futuro dell’umanità non meglio identificato, il duca Leto Atreides (Oscar Isaac) accetta la gestione del pianeta di nome Arrakis, noto anche con il nome di Dune. Questo mondo custodisce la fonte della sostanza più preziosa dell’universo, chiamata “la spezia”, una droga che in grado di allungare la vita, oltre a fornire abilità mentali straordinarie.

La battaglia per Arrakis ha inizio

Leto intuisce da subito che il suo nuovo compito su Arrakis è in realtà una trappola tesa dai suoi avversari, sebbene nonostante il pericolo decide di partire ugualmente per il pericolo pianeta, accompagnato dalla sua concubina Lady Jessica (Rebecca Ferguson), il giovane figlio Paul (Timothée Chalamet) e alcuni fidati consiglieri. Il compito legato all’estrazione della spezia è reso ancora più complesso dalla presenza di enormi vermi delle sabbie, così come l’incontro con il popolo nativo di Arrakis, noti con il nome di Fremen, cambierà il destino degli Atreides per sempre.

Dune recensione

Villeneuve regala da subito una resa scenica mozzafiato (come del resto ci ha quasi sempre abituato nel corso della sua lunga carriera da cineasta), legata giocoforza a una fotografia davvero riuscita e una colonna sonora sontuosa, curata da un Hans Zimmer in stato di grazia. Nonostante una certa lentezza di fondo, la storia che ci accompagna per tutto il film risulterà in tutto e per tutto fedele a quella del romanzo di Frank Herbert, in grado di non perdersi per strada la mole di informazioni che poteva tranquillamente perdersi per strada durante il “trapasso” da libro a film. L’opera di conversione per il grande schermo è stata infatti pianificata nei minimi dettagli, nonostante – com’è noto – Dune ripercorra solo metà della storia del libro originale.

Sebbene quindi la consapevolezza di assistere alla “Parte Uno” di un progetto più grande si trascini inesorabile fino ai titoli di coda, la capacità di tramutare in pellicola uno dei romanzi di fantascienza di grandi sempre merita un plauso indiscusso, molto più di quanto era riuscito a fare Lynch negli anni ’80 col suo lungometraggio, tanto ambizioso quanto bizzarro e poco fedele all’opera originale. Il Dune di Villeneuve nasce infatti dall’idea di rendere giustizia all’universo creato da Herbert, riuscendoci in larga, larghissima, parte.

Dove il film sembra mostrare il fianco alle critiche, è quando lo si cerca di identificare come opera a sé stante: raccontare un universo narrativo caratterizzato da decine di personaggi, casate e pianeti, condensate in un unico film, rende Dune pura fantascienza, tanto complessa quanto ricca di significati filosofici. Talvolta, la sensazione che la pellicola non riesca a reggere il peso è evidente, tanto che Villeneuve preferisce lasciarsi andare in lunghi dialoghi spesso fini a loro stessi, invece che spingere il piede sull’acceleratore per quanto riguarda gli eventi (cosa che invece accade in saghe spaziali meno pretenziose ma altrettanto complesse, come ad esempio quella di Star Wars).

Villeneuve omaggia il mito di Dune

Pollice alto anche per quanto riguarda il cast stellare di attori che hanno preso parte al progetto: Timothée Chalamet si dimostra un attore in costante crescita, pronto a sobbarcarsi sulle spalle un ruolo da protagonista realmente impegnativo e di spessore (e che darà il meglio, se gli sarà permesso, anche nei prossimi film dedicati alla saga), cui si affiancano le notevoli interpretazioni di Josh Brolin (nei panni di Gurney Halleck), Zendaya (nel ruolo di Chani), Stellan Skarsgård (irriconoscibile nei panni del barone Harkonnen), Dave Bautista (il Drax dell’MCU, ora nei panni dell’imponente Glossu ‘Beast’ Rabban), Jason Momoa (Duncan Idaho) e, ultimo ma non meno importante, Javier Bardem (Stilgar). Le star sono dirette con rara maestria da un Villeneuve che muove i fili con estrema intelligenza, facendo sì che ogni ruolo funzioni al meglio delle sue possibilità.

Dune recensione

Dune si prende quindi i suoi tempi, non corre dritto al sodo perché in realtà ciò avrebbe rappresentato un difetto più di qualunque altro, col rischio di “inciampare” e rovinare così un’opera con bel altre ambizioni. Villeneuve ha infatti preferito dirigere un film che gettasse le basi per ciò che verrà (sempre che Warner Bros. dia l’ok per la messa in produzione di uno o più sequel, inclusa la serie spin-off), sacrificando quel ritmo incalzante che avrebbe trasformato il film in un blockbuster nel senso più commerciale del termine.

Se da un lato, quindi, il primo atto delle avventure di Paul Atreides è una pellicola che rischierà di appesantire lo spettatore casuale, dall’altra è difficile non etichettarla come un sapiente tentativo di proporre dell’ottimo cinema, in un momento storico in cui spesso l’intrattenimento fine a se stesso è sinonimo di grandi incassi al botteghino. E se il film sembra voler talvolta azzardare arditi parallelismi con la realtà di alcuni paesi dell’estremo oriente del nostro presente (spesso sfruttati da altre nazioni dell’Occidente per le loro risorse presenti nel territorio), è pur vero che il progetto di Villeneuve sintetizza quasi alla perfezione un’opera immortale entrata ormai nella leggenda. E anche solo per questo, c’è da essere grati a questa Parte Uno.