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Libri e Fumetti

Le idee nuove e originali non esistono, e va bene così

La storia dell’arte e della narrativa ci insegna che inseguire il nuovo a tutti i costi in genere non porta a buoni risultati.
Retrocult cover

Nota del curatore. Ogni volta che esce un nuovo film o un nuovo libro, c’è sempre almeno un commento che grida allo scandalo, perché non ci sono più nuove idee, perché l’originalità è morta, perché non si fa che riciclare cose già viste e già fatte. Vittime designate della sassaiola sono in genere i remake e i reboot, ma è un sentimento dalla portata più ampia, grande più o meno quanto la Rete.

Ecco perché l’articolo di oggi, a firma di Alberto Costantini, è importante. Perché non si ripete mai abbastanza che inventare e creare sono chimere, che quando si parla d’arte, e la narrativa fantastica non fa eccezione, il punto è vedere come lo faranno stavolta.

Perché è sempre un rifare, un guardare di nuovo cambiando il punto di vista, un tornare a raccontare con altre parole e altri sentimenti. Potranno fare cento film di Batman, riscrivere mille volte el Quijote. E non troverete vera arte nell’opera degli innovatori, a cui pure dobbiamo essere grati; la troverete in coloro che sapranno vedere con occhi nuovi e raccontare con lingue mai sentite prima.

Valerio Porcu

Alberto Costantini

Classe 1953, Alberto è laureato in Lettere Antiche e fino al 2016 è stato insegnante nei licei. È autore di diversi saggi, soprattutto storici, e romanzi tra cui Terre accanto (Premio Urania 2002), Stella Cadente (Premio Urania 2005), Le astronavi di Cesare, L’undicesima persecuzione. Dalle numerose conferenze e dagli articoli di divulgazione, ha tratto dei mini-saggi, alcuni dei quali inerenti ai temi di Retrocult, come Dante e il Capitano Kirk, Quando la realtà inganna, Parlare di sé, parlando d’altro. Il suo ultimo romanzo è L’Eresia del Multiverso.

Tutto si ripete

E se ci fossimo già incontrati? Se avessimo già fatto questo discorso? Se aveste già letto questo articolo? Partiamo da quanto sostiene quel mattacchione di Nietzsche:

Questa vita, come tu ora la vivi e l’hai vissuta, dovrai viverla ancora una volta e ancora innumerevoli volte, e non ci sarà in essa mai niente di nuovo, ma ogni dolore e ogni piacere e ogni pensiero e sospiro, e ogni indicibilmente piccola e grande cosa della tua vita dovrà fare ritorno a te, e tutte nella stessa sequenza e successione […]. L’eterna clessidra dell’esistenza viene sempre di nuovo capovolta e tu con essa, granello della polvere!

Beh, vero: se il tempo, e dico se, fosse infinito, noi (o comunque qualcuno del tutto identico a noi) avremmo già vissuto chissà quante volte ogni esperienza, anche quella che ritenevamo la più unica: gli esami di maturità, il primo bacio, la nostra morte, la nostra nascita.

È chiaro che, se le cose stanno così, il concetto di “nuovo e originale” va a farsi benedire, e ci resta solo il “vecchio”.

Va bene, direte, ma se il tempo invece ha avuto un inizio e avrà una fine, il discorso di Nietzsche se ne esce sbattendo la porta. Vero, ma potrebbe rientrare dalla finestra se invece del tempo usassimo lo spazio:

Il nostro universo va concepito come qualcosa che si sta continuamente suddividendo in un numero incredibile di ramificazioni. Ogni transazione quantica che avviene su una qualsiasi stella, in qualsiasi galassia, in ogni più remoto angolo dell’universo, scinde il nostro mondo locale in miriadi di copie di se stesso.

Così dice Bryce S. De Witt, in The Many-Universes Interpretation of Quantum Mechanics (citato in B. D’ESPAGNAT, Foundations of Quantum Mechanics, London, Academic Press, 1971).

Jorge Luis Borges

Oppure, se non ci piacciono le storie borgesiane dei “Sentieri che si biforcano”, possiamo spingere lo sguardo al di là del nostro universo:

Le dimensioni del Multiverso sono così smisurate che hanno come conseguenza che da qualche parte esistono altri esseri uguali a noi, ma non rischiamo di incontrarli però. La distanza che dovremmo percorrere è così grande che il numero di chilometri ha più cifre di quante sono le particelle dell’Universo conosciuto.
Max Tegmark

Per essere più chiari, e per dare un po’ di spazio a una delle mie passioni, la fantascienza, citiamo il celebre Assurdo Universo di Fredric Brown:

Tutti gli universi concepibili esistono. C’è per esempio un universo in cui in questo momento si svolge questa stessa scena, con la sola eccezione che tu o il tuo equivalente, porti scarpe marrone invece di scarpe nere. C’è un numero infinito di permutazioni dei caratteri variabili, per cui in un altro caso avrai una graffiatura in un dito, e in un altro corna purpuree […] E c’è un numero infinito di universi, naturalmente, in cui noi non esistiamo affatto, vale a dire non esistono creature simili a noi, anzi, in cui la razza umana non esiste affatto. Ci sono per esempio infiniti universi in cui i fiori sono la forma di vita predominante, oppure in cui non si è mai sviluppata né mai si svilupperà alcuna forma di vita. E infiniti universi in cui le fasi dell’esistenza sono tali che noi non abbiamo parole né pensieri per descriverle o immaginarle.
BROWN, Assurdo universo, Minalo, 1953 (tit. Originale What a mad Universe, 1948.)

Insomma, se esiste un universo dove fiori d’ottone quadrupedi si nutrono di cavallini volanti, non potrebbe essercene uno in cui si sta svolgendo la stessa scena che stiamo vivendo qui?

Elucubrazioni di scienziati e filosofi, dite? Mica tanto. Chi ha famigliarità con la Bibbia potrebbe citare il Qoèlet (1, 9-10), e il suo famoso Nihil sub sole novi. Ma proviamo a leggere tutti e due i versetti:

Ciò che è stato sarà
E ciò che si è fatto si rifarà:
non c’è niente di nuovo sotto il sole.
C’è forse qualcosa di cui si possa dire:
«Guarda, questa è una novità»?
Proprio questa è già stata nei secoli
Che ci hanno preceduto.

Di qui potrebbe venirci un senso acutissimo di frustrazione: “infiniti noi”, come dicono i Pooh, rendono totalmente privo di senso quello che facciamo, proprio perché è accaduto infinite volte e infinite volte accadrà, in tutte le varianti possibili e anche in quelle per noi inconcepibili.

Lo scopritore dell’acqua calda

A proposito di frustrazione da scarsa originalità. È un’esperienza che viviamo di continuo quella di “scoprire l’acqua calda”, ossia inventare qualcosa che era già stato inventato prima di noi.

Sicuramente, qualche uomo preistorico sarà andato dal suo capo tribù e avrà detto con orgoglio: “Lo sai? oggi ho inventato la ruota!” Delusione quando quello tira fuori una sorta di velocipede di legno, soffia via le ragnatele e gli replica con aria annoiata: “l’aveva già inventata mio nonno, una roba del genere, ma è una baracca che non ha mai funzionato; lascia perdere e tieniti pronto piuttosto per la caccia al mammut di domani.”

Immagine: depositphotos

Fermiamoci un istante: e se il nostro preistorico invece di buttare nel fuoco la sua invenzione, passasse la notte a studiare il velocipede, scoprendo cosa non andava e migliorandolo in modo da renderlo utilizzabile anche su una rete viaria decisamente accidentata?

Letture consigliate

La storia della scienza mostra infiniti esempi di gente che ha inventato o scoperto qualcosa di straordinario e non ha saputo metterlo a frutto, o peggio non s’è nemmeno resa conto di quello che aveva trovato, o ne ha scandalosamente sottovalutato le potenzialità. Erone nel I secolo d. C. aveva inventato la macchina a vapore, il cui impiego pratico era però reso inutile dalla concorrenza della manodopera servile o comunque a basso costo, per cui andò a finire nel dimenticatoio. I vichinghi scoprirono l’America e cosa ne ricavarono? Qualche tronco d’albero e un paio di saghe norrene.

Insomma, aveva ragione Napoleone Bonaparte a dire che l’ideazione è niente, la realizzazione è tutto. Allo stesso modo, se creare è importante, rendersi conto di quello che si è creato e soprattutto sapere – o almeno immaginare – cosa farne, lo è ancora di più.

E gli altri che stanno facendo?

Un secondo insegnamento che ci arriva dal passato è altrettanto importante: quando si crea, è bene sapere cosa stanno facendo gli altri, perché ci fa risparmiare una quantità di tempo e di lavoro. Se i medici del passato, invece di conservare gelosamente i loro segreti, avessero comunicato di più con i loro colleghi, probabilmente la medicina avrebbe fatto progressi molto più rapidi. Parlando per esperienza personale, quante volte mi è capitato, conducendo delle ricerche storiche su Montagnana (comune in provincia di Padova di cui Alberto si è occupato con passione, NdC), di sentirmi dire: ma non lo sai che c’è già Tizio o Caio che se ne sta occupando da anni?

Una cosa che ho trovato sempre divertente è il terrore maniacale che hanno tanti scrittori esordienti di essere “copiati”, un terrore che diventa una sorta di paranoia che li spinge a escogitare complessi meccanismi di auto-difesa informatica e legale. Quasi che al grande editore non bastasse esibire un assegno da due o tremila euro per comprargli in blocco tutti i diritti in esclusiva.

Speculare, ma molto più realistico, è il timore di scoprire che il nostro libro era già stato scritto da altri, a volte quasi tale e quale nell’idea di fondo, nei personaggi, nello sviluppo. Ecco perché alcuni giovani scrittori affermano sdegnosamente: “io non leggo nulla e nessuno, per non farmi influenzare”. E invece, ahimè, alla fine sono proprio quelli che finiscono per scopiazzare di più, quantunque inconsapevolmente, proprio perché, avendo letto poco, ignorano che altri hanno avuto prima di loro la stessa idea.

Imitare e copiare? Provateci se ne siete capaci

Nobilitando un poco il discorso, diremmo che originalità e tradizione, equilibrio e innovazione, vecchio e nuovo, altro non sono che l’eterna dialettica fra classicismo e romanticismo. Secondo il primo, il bello esiste ed è già stato raggiunto e definito in base a canoni intrinseci e immutabili; a noi non resta che imitarlo, fermo restando che anche un nano in groppa a un gigante vede più in là di lui, ossia il rispetto per la tradizione non è per forza una gabbia che ci imprigiona, ma una stampella che ci sostiene, o una scaletta che ci consente di salire di un poco.

Anche perché per imitare bisogna esserne capaci. Quando criticavano Virgilio per essersi rifatto a Omero, lui rispondeva più o meno: “vero; ma perché non ci provate voi”? E, aggiungo io, per quanto suggestivi siano i Cerbero e Caronte virgiliani, rischiano di evaporare di fronte alla potenza veramente infernale del suo “imitatore” Dante.

Il bello è che ogni imitazione, a sua volta, dà origine a nuove imitazioni, in una rete di nessi che si allargano a dismisura, al punto che ogni nuovo libro è, in definitiva, la somma di tutti i libri che, assieme alle esperienza personali, hanno formato e segnato lo scrittore.

La cosiddetta ispirazione, o come nasce un romanzo

La cosiddetta “ispirazione” non arriva, o arriva raramente, nel cuore della notte o nell’estasi creativa, da un Regno misterioso che apre con l’Artista un canale privilegiato. Di solito, la spiegazione di come e perché nasce un’opera è più prosaica, ma non meno interessante, ai fini del nostro discorso.

Senza guardare più in là dell’esperienza personale, la prima idea per il mio romanzo Stella cadente, m’è venuta mentre spiegavo in classe il XVII canto del Paradiso di Dante. In una nota su cui avevo buttato l’occhio, si specificava che il Sommo Poeta era stato ospite di Bartolomeo della Scala nel 1303, a Verona. Ma se era da queste parti, perché non poteva essere passato anche per la Bassa, tipo Montagnana o Legnago? A fare cosa? Già… vediamo un po’… una missione segreta per conto del Signore di Verona. Ok.

Quale missione?

Nello stesso canto si parlava del mito di Fetonte, caduto nel Po con il carro di suo padre il Sole; ecco qui un possibile collegamento: nel romanzo Le Paludi di Hesperia, lo scrittore-archeologo Valerio Massimo Manfredi lasciava intendere che il carro celeste impantanatosi nel Po poteva essere in realtà un UFO. Ehi, ragazzi, ma lo storico Rolandino Padovano, vissuto più o meno al tempo di Dante, aveva accennato proprio a un oggetto volante non identificato visto sui cieli di Padova, che procedeva lento, non “more cadentis stellae”, come stella cadente. Ah, ecco cosa l’aveva mandato a fare il buon Bartolomeo: a indagare su “qualcosa” che era caduto… caduto dove? Beh, le Valli Grandi veronesi erano piene di paludi, un posto ideale per ambientarci un racconto a sfumature horror.

Dunque, Dante, e va bene. Ma dobbiamo trovargli dei compagni. A Montagnana si parlava di una presenza dei famigerati cavalieri Templari, depositari di terribili segreti. Ebbene, uno poteva essere un templare, no? L’altro, un ebreo, che ci sta sempre bene nelle storie di misteri. Dante aveva effettivamente un amico ebreo, Immanuel Romano, che era ospite proprio della corte scaligera. Manca solo il quarto moschettiere. Tre intellettuali vanno bene, quattro sarebbero troppi. Meglio un tipo rozzo e spicciativo, che capisce e non capisce quello che sta accadendo, e che proprio per questo, sarà la voce narrante, come il Dottor Watson era per Sherlock Holmes.

A questo punto, torno a ripetere la domanda iniziale: quanto, in tutto questo, è divina ispirazione, e quanto è figlio di suggestioni, letture, riflessioni?

E allora, creare vuol dire semplicemente saper assemblare bene il materiale preesistente? Per il matematico Henri Poincaré, la Creatività consisteva nell’unire elementi esistenti con connessioni nuove che fossero utili.

Francamente non so se sia così, o meglio se si tratti solo di questo. Altrimenti un programma computerizzato che stabilisse collegamenti casuali fino ad arrivare a trovarne uno di produttivo, lo saprebbe fare molto meglio di noi, potendo attingere a una quantità sterminata di possibilità date da una memoria prodigiosa e da una velocità supersonica.

Nota del curatore: a ben guardare i recenti sviluppi degli algoritmi di Intelligenza Artificiale rendono molto più reale e concreto lo scenario immaginato dall’autore. Questo testo è precedente alle informazioni con cui abbiamo appreso di sistemi AI in grado effettivamente di creare opere narrative (di dubbia qualità, ma è già un passo avanti).

Per fortuna, per scrivere un buon libro bisogna avere dentro qualcosa di più di un cervellone al silicio: occorre possedere un’anima, vivere una vita vera, cose che il signor PC non ha e non sa imitare. Si potrebbe allora affermare che chi ha avuto un’esistenza intensa è meglio predisposto a raccontare cose interessanti? Non è escluso, ma non è nemmeno detto: scrittori e poeti che hanno trascorso la vita chiusi fra quattro mura, prolungando i loro giorni inutili uno dopo l’altro, nella banalità più assoluta, hanno saputo far sognare generazioni di lettori, mentre fior di avventurieri e donne fatali non sono stati capaci di interessare nemmeno i loro nipotini.

Per tornare all’esempio del mio romanzo, posso aggiungere che, oltre alla sedimentazione lasciatami da altre letture, c’erano almeno due cose che sentivo come mie esclusive.

In primo luogo, la voglia di mettere a confronto i miei personaggi con altre persone o situazioni al di fuori di ogni loro aspettativa e quasi al di là di ogni possibilità di comprensione. Un uomo medievale, come avrebbe reagito di fronte a qualcosa che veniva da un altro mondo?

E qui si affaccia, ad esso strettamente correlato, il secondo elemento, che chiamerei pure ideologico: ero arcistufo di veder trattare dai film e dai documentari, soprattutto di scuola anglosassone, gli uomini del medioevo come una genia di poveri sottosviluppati, schiavi di tutte le superstizioni alimentate da una Chiesa tanto corrotta quanto ignorante. Dico: i secoli di Dante, di Chretien de Troyes, di San Tommaso d’Aquino, di Giotto, di Marco Polo, i secoli che hanno inventato gli occhiali e la partita doppia! Ma siamo matti? Se si fossero trovati di fronte a qualcosa di inspiegabile, dico io, avrebbero dato fondo a tutte le risorse della loro scienza e della loro filosofia, e anche del loro coraggio intellettuale, per arrivare a una spiegazione razionale.

Ovviamente, la parte creativa si arricchisce poi della descrizione di luoghi, della caratterizzazione dei personaggi, di alternanza fra ironia, dramma, suspense, tutto quello insomma che serve a costruire e qualificare una storia che funzioni.

Conclusione: la creazione è frutto di tanto studio, tanto mestiere, tanta voglia di dimostrare a se stessi e agli altri che si è capaci di farcela, e di un “qualcosa in più”: Mozart o Leopardi, senza le ore di studio che i loro terribili padri gli inflissero, non sarebbero diventati quello che sono; ma senza quel “più” le loro creazioni non sarebbero state quelle di un genio.

Lo spirito romantico

Lo spirito che per comodità abbiamo deciso di chiamate “romantico” ha un vero e proprio culto dell’originalità creativa, dell’invenzione geniale del singolo, rifiuta qualsiasi scuola e qualsiasi legge che non sia la legge che esso liberamente si dà, diffida della tradizione, soprattutto se colta, come di ogni classicismo.

“Che bello” dirà qualcuno “questo vuol dire che posso scrivere le poesie senza stare attento alle rime o al metro”.

Beh, sì e no. La creatività, contrariamente a quello che si pensa, si giova anche dei vincoli; non ovviamente per proibire, ma al contrario per sollecitare l’autore a trovare una maniera originale per superarli. Si pensi appunto alle strutture formali delle poesie, ai generi letterari, ai limiti di spazio o di argomento concessi. Tutti sono capaci di scrivere una storia avendo cento pagine a disposizione. Pochi saprebbero farlo in sole due pagine.

Non solo, ma anche per infrangere le regole, bisogna pur sempre conoscerle, così come per commettere un peccato come si deve, bisogna sapere quale precetto si sta violando.

Il rischio del troppo originale è la ricerca dell’inaudito, del bizzarro, della provocazione fine a se stessa: lo scavo spietato dell’io, la rappresentazione della realtà senza veli, l’orrore spinto un passo ancora più in là… sembrano i discorsi dei critici cinematografici moderni, vero? È un po’ il concetto di avanguardia: essere sempre avanti, al punto di arrivare all’incomprensione e all’incomunicabilità con il lettore, salvo pervenire alla tristissima conclusione di Verlaine per cui “tutto è bevuto”, non c’è più nulla da dire, e comunque, non interessa a nessuno, perché i poeti – e i creativi in genere – non servono più a nulla: “i tempi son cambiati,/gli uomini non domandano più nulla/ dai poeti:/e lasciatemi divertire!” scriveva con sconsolata ironia Aldo Palazzeschi un secolo fa o giù di lì.

E allora, visto che è impossibile la produzione del nuovo, nel campo della letteratura, delle arti, del teatro, del cinema, si rinuncia alla ricerca di soluzioni inedite e ci si accontenta della ripetizione del già noto, si riprendono gli stili del passato combinandoli, contaminandoli tra loro, si costruiscono testi e opere mediante assemblaggi di citazioni, ostentando addirittura il plagio. Insomma, il Postmoderno. Un esempio di costruzione di questo tipo è il romanzo Il nome della rosa di Umberto Eco, che “è un tessuto di altri testi, un giallo di citazioni, un libro fatto di libri”, strizzata d’occhio al lettore colto e sberleffo al lettore comune.

Le possibilità sono finite

Insomma, sembra che sia impossibile essere veramente creativi, eppure, anziché rimanerne sconfortato, trovo assai consolante sapere che le trame possibili non sono affatto infinite, ed anzi, nel 1895 lo studioso Georges Polti pubblicò in Francia un libro in cui elencava quante e quali situazioni si possono avere in una storia. Il testo si intitolava Le trentasei situazioni drammatiche (rielaborato in tempi recenti da Mike Figgis): secondo lui, non si potevano avere più di trentasei situazioni tragiche attorno alle quali sviluppare una trama. Buona parte dei racconti creati nei millenni dall’umanità girano attorno a questi motivi o a loro varianti, dal capolavoro assoluto del genio, alla sfogo letterario della casalinga disperata.

Letture consigliate

I nemici della creatività

Resta da vedere infine chi sia il vero nemico della creatività, o meglio, se sia peggio la pigrizia mentale di chi le idee proprio non le ha, ovvero la paura di essere criticato per aver violato delle regole o aver innovato la tradizione.

Ricordo il caso di un pittore, tale Giovanni Buonconsiglio, attivo a cavallo del 1500, soprattutto a Montagnana, ottima persona, tecnica eccellente, mano sicura; ebbene, il Marescalco – questo era il soprannome che gli era stato attribuito – ha lasciato nel Duomo locale un affresco di cui purtroppo rimangono solo dei lacerti; non sappiamo esattamente quale fosse l’idea originaria, comunque siamo certi che ne uscì un buon lavoro.

Giovanni Buoncosiglio

Se non che, fu trovato in Francia il progetto originario, il disegno preparatorio di quel dipinto. Ebbene, a giudizio dei critici, era di una straordinaria novità per l’impostazione delle figure e degli spazi. Qui sorge spontanea la domanda: perché quel Maestro vi rinunciò, per ripiegare su una soluzione più convenzionale? Non lo sapremo mai. Ma il fatto già che da giovane abbia dipinto la Pietà per la chiesa di S. Bartolomeo, ora a Palazzo Chiericati (Vicenza), straordinariamente originale, salvo poi ritornare disciplinatamente nelle regole della scuola, è almeno un indizio; e non gioca a suo favore.

E come lui, quanti altri architetti, pittori, poeti, romanzieri, filosofi, scelsero deliberatamente di rinunciare a un’intuizione, a una strada nuova, magari non per paura, ma per modestia, per sfiducia nei loro mezzi, per quieto vivere?

Conclusione: la scuola

Nonostante tutto il parlare che si fa di innovazione e sperimentazione, la scuola sembra fatta apposta per non distaccarsi dalla routine. È impressionante come insegnanti che hanno frequentato scuole superiori di preparazione, corsi di formazione, raggiunto risultati brillanti negli esami di abilitazione, ingurgitando innovazione fino alla nausea, una volta saliti sulla in cattedra passino una spugna inumidita sulla lavagna del loro cervello, cancellando idealmente tutto quello che hanno imparato, per tornare al metodo che, da studenti, avevano visto applicare dai loro insegnanti.

Che poi quelle innovazioni, partorite spesso da menti eccelse ma lontanissime dalla scuola reale, fossero per lo meno utopistiche, quando non demenziali, è opinione alquanto diffusa, ma non inficia il discorso: creare, innovare, tentare strade nuove, è cosa altamente lodata a parole, ma sempre vista con sospetto quando si cerca di metterla in pratica.

“Di’ sempre di sì, mostrati entusiasta di tutte le novità, e poi fai come hai sempre fatto” sembra la regola vincente per arrivare alla pensione senza avere rogne.

Ma non si creda che lo spirito creativo sovrabbondi negli alunni, almeno quelli della secondaria, perché forse i bambini ancora si salvano. Il terrore di andare “fuori tema”, la domanda ricorrente se possono inserire qualcosa di personale, se possono impostare il tema in quel certo modo, se possano esprimere quella opinione un po’ controversa o politicamente scorretta, il timore di cozzare con ciò che pensa l’insegnante, il dogmatismo per cui puoi contestare la Bibbia ma non il libro di testo, sono atteggiamenti che denotano una comprensibile prudenza, ma anche un penoso conformismo.

Del resto, ma qui a parlo a titolo assolutamente personale, è l’intera società, almeno quella italiana, che preferisce i rigorosi esecutori, nel nostro caso alunni ordinati e diligenti, agli spiriti creativi: quelli che escono dagli schemi, che la sera prima non hanno studiato da pagina 24 a pagina 47 del testo di letteratura, perché erano ansiosi di vedere se alla fine del libro c’era qualche paragrafo dedicato agli autori contemporanei che hanno letto per conto loro; quelli che non hanno paura a scrivere un compito “eretico”, a comporre per gioco un’inutilissima poesia in sesta rima, a studiare un modo diverso di risolvere un problema, osservando le cose da un differente punto di vista.

Einstein – cito a memoria, quindi potrei sbagliarmi – invitava a pensare in modo diverso da quello ortodosso almeno per qualche minuto al giorno, ma se ci pensiamo lo stesso poteva sostenere Machiavelli parlando del politico che deve introdurre nello Stato i suoi “ordini nuovi”, o Picasso nella pittura. E sì, anche il cavernicolo che sgravò sua moglie dal carico che portava sulle spalle, regalandole la prima carriola.

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