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Li troviamo solo quando sono morti: Il Cercatore, recensione

Sono due le grandi domande che da sempre si agitano nell’animo umano: esiste un dio? Siamo soli nell’universo? Due interrogativi che uniscono scienza e filosofia, che sembrano trovare risposta in Li troviamo solo quando sono morti (We only find them when they are dead), serie a fumetti fantascientifica di Boom! Studios, portata in Italia da Edizioni BD. A dare vita a questo comic è uno dei grandi nomi del fumetto americano contemporaneo, Al Ewing, che dopo aver dimostrato di sapere gestire in modo eccelso il comparto supereroico (L’immortale Hulk) e quello sci-fi (Guardiani della Galassia e Giudice Dredd), ha deciso di creare una propria visione dell’universo e del rapporto con il divino, orchestrando una trama che sin dalla sua prima comparsa fa una promessa al lettore: qui si fa sul serio.

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Non è certo facile conciliare una componente filosofica e metafisica come la divinità con il racconto fantascientifico. Spessa si tende a vedere scienza e fede come due antitesi, due elementi inconciliabili, ma Ewing sceglie di creare un nodo narrativo che trova in queste due suggestioni un intreccio appassionante. Certo, non si fanno diretti richiami a divinità venerate oggi giorno, ma è innegabile che il rapporto col divino, inteso come legame metafisico tra mondo fisico e spirituale, è centrale in Li troviamo solo quando sono morti, come evidente in questo primo volume, Il Cercatore.

Li troviamo solo quando sono morti: gli dèi sono morti al limitare della galassia

D’altronde, è difficile immaginare che un uomo qualsiasi non rimanga senza parole trovandosi di fronte a una divinità morta. E nel 2367, quello che inizialmente era stupore, è diventata la prassi, considerato che i cadaveri degli dèi sono oramai una consuetudine, al punto che è nato uno sfruttamento di queste salme. Non poteva esser diversamente, considerato che un’umanità oramai sull’orlo del collasso, dopo avere esaurito qualunque risorsa, non può che vedere in questi titani addormentati una nuova possibilità di rinascita.

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Da questa nuova speranza, è nata un’economia, che vede nelle ricchezze di questi giganteschi cadaveri il suo motore. Tramite astronavi autoptiche, queste salme vengono sezionate per recuperare preziose risorse, secondo una prassi rigidamente controllata e che vede, come da tradizione, il potere corporativo avere il sopravvento su piccole realtà che cercano di raccattare almeno le briciole.

A queste ultime appartiene la Vihaan II, astronave autoptica guidata dal capitano Georges Malik. Al suo fianco ci sono la coroner Ella Hauer, la quartiermastro Alice Wirth e l’ingegnere Jason Hauer. Questa piccola nave partecipa alla spoliazione dei cadaveri divini, operando in zone di minore importanza, ma al centro dei pensieri del capitano Malik non ci sono la ricchezza, ma tentare un’impresa impossibile: trovare un dio ancora vivo.

Li troviamo solo quando sono morti, sin da questo primo volume, dimostra come Ewing abbia trovato una felice sinergia tra le atmosfere care alla fantascienza avventurosa e le suggestioni di una narrativa più stratificata e intima. La sua opera di word building, infatti, passa da una presentazione graduale dell’umanità futura e delle sue meccaniche, gestita con spontaneità tramite un incastro di racconto emotivo e flashback impeccabile. Un simile impianto narrativo consente di evitare dialoghi motivati solo dal dovere fornire informazioni essenziali, ma anzi trasmette un senso di realismo e di coerenza sociale tra i diversi attori di questa avventura.

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Ewing va apprezzato soprattutto per il concept metaforico su cui basa la trama di Li troviamo solo quando sono morti. Un’umanità morente, inacidita e disperata, risorge a nuova vita depredando cadaveri di esseri alieni ignoti, visti come divinità. Non avendone mai trovati di vivi, come possono immaginare questi uomini del futuro che si trovino al cospetto di déi? Le loro dimensioni, la loro statuaria bellezza e la fascinazione che esercitano sull’umanità sono sufficienti a motivare la loro aura divina, che però non impedisce di cannibalizzarne i corpi senza vita per sopravvivere.

Dèi e uomini nel vuoto cosmico

Da questo punto di vista, Ewing sembra avere dato all’umanità futura un culto in cui la morte degli déi è la vita dei fedeli, una fede le cui cattedrali sono le spoglie delle divinità e i cui ministri sono gli equipaggi della navi autoptiche. Interessante, quindi, vedere come proprio uno dei capitani di queste astronavi diventi l’elemento di rottura con un ordine, economico e sociale, che si basa su questi fondamenti, animato dalla volontà di comprendere chi siano realmente questi corpi fluttuanti nel cosmo. Georgers Malik diviene quindi un eretico e un criminale, infrange le regole non scritte di un culto silente e le leggi di un ordine sociale rigido e impietoso.

Nel farlo, conta sull’appoggio del proprio equipaggio. Ewing eccelle nel dare vita al microcosmo della Vihaan II, prendendosi il tempo di definire emotivamente ogni personaggio, creando una rete relazionale appassionante e in grado di far emergere, con le giuste tempistiche, l’anima dei personaggi. Un’alternanza di dinamicità e riflessione che valorizza ogni decisione, che avvolge il lettore appellandosi a emozioni quotidiane che creano un’empatia con i protagonisti di Li troviamo solo quando sono morti.

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Una narrativa che si incarna perfettamente nelle tavole di Simone di Meo. Li troviamo solo quando sono morti raggiunge vette di spettacolarità incredibili, non solamente in termini di disegno, ma anche di colorazione (affiancato da Mariasara Miotti). Dal punto di vista grafico di Meo dimostra di essere un raffinato interprete del disegno fantascientifico, capace di realizzare astronavi funzionali e dinamicamente affascinanti e ritrarre gli dèi defunti con una delicatezza che ne esalta l’aura mistica. E’ però nella gestione della colorazione che mostra una visione artistica incredibile, con tonalità vivide e avvolgenti delle tavole, capaci di enfatizzare situazioni ed emozioni dei personaggi, con giochi di luce e riflessi che meritano di essere ammirati in rispettoso silenzio. La costruzione delle tavole di Li troviamo solo quando sono morti giova di questa cura di di Meo, che offre dinamismo ed emotività in una sintesi dialettica impeccabile.

Va riconosciuto a Edizioni BD di avere dato a Li troviamo solo quando sono morti un’edizione che ne esalta la bellezza, rispettandone i tratti essenziali. La scelta della carta era essenziale per la caratterizzazione cromatica del lavoro di Simone di Meo, e il brossurato edito dalla casa editrice milanese è il perfetto tramite per godere al meglio dell’entusiasmante lavoro del disegnatore nostrano. Una bellezza, quella di Li troviamo solo quando sono morti, che viene omaggiata anche dalla gallery delle copertine, ma che si sarebbe potuta valorizzare ulteriormente con una serie di bozzetti ed extra che svelassero l’iter creativo del progetto, come recentemente visto nei volumi di Undiscovered Country. Un’assenza, sia chiaro, che non priva Li troviamo solo quando sono morti del suo fascino, ma che avrebbe potuto ulteriormente gratificare uno dei comics di fantascienza più interessante degli ultimi anni.

Li troviamo solo quando sono morti


Li troviamo solo quando sono mortu è la nuova proposta sci-fi di Edizioni BD, realizzata da Al Ewing e Simone di Meo. Una storia affascinante e dalle interessanti sfumature, impreziosita dall'incredibilità vitalità dell'impianto visivo del disegnatore italiano.

Pro

  • Storia intrigante
  • Tavole stupefacenti
  • Edizione ben realizzata

Contro

  • Qualche extra in pià non sarebbe male