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Possession – L’appartamento del diavolo: la recensione

Di pellicole con una famiglia che si trasferisce in una nuova casa, salvo poi trovarci all’interno presenze oscure e maligne, la filmografia horror degli ultimi decenni ne è colma. Possession – L’appartamento del diavolo è tuttavia un film che, se da un lato ha da sfondo la casa infestata, dall’altro è da non dare per scontato: prendendo le mosse da una base di partenza “nota”, si snoda in 1 ora e 45 minuti di terrore attraverso espedienti inattesi che faranno accapponare la pelle degli spettatori. Non il solito prodotto fatto di presenze demoniache che tormentano una famiglia, quindi, ma un horror che fa il suo dovere con note di originalità, capace di attingere al materiale filmico già presente plasmando qualcosa di nuovo (senza disdegnare evidenti citazioni).

La pellicola del regista spagnolo Albert Pintò farà il suo debutto nelle sale cinematografiche italiane il 28 luglio con Lucky Red, dopo una distribuzione in patria nel 2020 che lo ha consacrato al successo e gli ha permesso un incasso al botteghino da 4 milioni di dollari. Prima dell’uscita al cinema, tuttavia, abbiamo avuto la possibilità di guardare Possession – L’appartamento del diavolo in anteprima: se volete sapere se vale la pena di fare un salto al cinema, date un’occhiata alla nostra recensione.

Possession – L'appartamento del diavolo

Malasaña 32

È il 1976 e molti spagnoli abbandonano la propria casa “in paese” per spostarsi in città e trovare fortuna a Madrid. È questo il caso anche della famiglia Jiménez e del padre acquisito Manolo, i quali comprano un appartamento in una palazzina in Malasaña 32 per ricominciare con una nuova vita. Nonostante le forti riserve che i figli, Amparo, Pepe e Rafita, dimostrano nei confronti della nuova casa, i genitori Candela e Manolo li convincono (e convincono sè stessi) a rimanere per cogliere le opportunità che la città ha da offrire. Ben presto, tuttavia, la famiglia si rende conto che i timori iniziali su quel luogo potrebbero essere fondati. Dopo strani avvenimenti inspiegabili nell’appartamento, la figlia maggiore Amparo perde di vista per pochi istanti il fratellino Rafita, che sparisce misteriosamente: la sua voce, però, riecheggia tra le pareti dell’appartamento attiguo, rendendo ancor più disperata la ricerca del piccolo ormai introvabile.

Possession – L'appartamento del diavolo

Intanto Pepe intrattiene uno scambio di bigliettini con una giovane di nome Clara, passati attraverso il filo del bucato da una finestra all’altra che se all’inizio sembra romantico, entrerà a far parte degli eventi oscuri che stanno segnando la casa. Anche il nonno, Fermìn, appare più spaesato che mai da voci e presenze invisibili che cercheranno, a poco a poco, di insinuarsi nelle vite (e nei corpi) degli abitanti dell’appartamento. Mentre l’esistenza della famiglia Jiménez viene segnata da eventi sempre più spaventosi che incideranno anche sulla vita lavorativa dei genitori, Amparo indaga fino in fondo per scoprire chi viveva prima di loro in quella casa e perchè la sua presenza è ancora tanto forte da cercare di impadronirsi delle loro vite.

Il titolo originale del film di Pintò è Malasaña 32, poiché ambientato in una via fittizia dell’omonimo quartiere spagnolo che pare sia stato lo scenario di reali fatti di cronaca nera tra gli anni ’40 e ’60 (è possibile reperire qui notizie in merito al più sconvolgente omicidio commesso nel quartiere Malasaña, oltre che a questo link e qui) . Per gli abitanti spagnoli già il titolo rievoca quindi nella mente un luogo sciagurato in cui si sono consumati omicidi terribili, segnati da una nota di fondo fatta di inspiegabile e soprannaturale. In Italia la pellicola giunge invece come Possession – L’appartamento del diavolo, dietro distribuzione di Lucky Red; eppure anche questa versione del titolo è allusiva a un luogo che promette orrori soprannaturali. A dispetto delle premesse, tuttavia, non c’è da attendersi una vera e propria entità demoniaca, quanto piuttosto una presenza malvagia e costante che dall’inizio del film permea ogni cosa in maniera spaventosamente indefinibile.

Possession – L'appartamento del diavolo

Se è vero infatti che, come nella migliore tradizione horror c’è da aspettarsi di certo che la famiglia di turno incappi in eventi terrificanti nel nuovo appartamento, d’altro canto il mistero serpeggia incessante lungo tutta la durata della pellicola, rendendo Possession – L’appartamento del diavolo irresistibilmente enigmatico. La spiegazione finale (senza cadere nello spoiler) si rifà a una lunga serie di rivelazioni conclusive fatte di vergogna e moralità macchiate presenti in tanti altri film horror, tuttavia ci arriva tenendo lo spettatore incollato allo schermo nel tentativo di scoprire insieme ai protagonisti cosa sta realmente accadendo, di svelare il mistero dietro ai fatti spaventosi che si susseguono. Questo, senza perdere in una certa misura la sorpresa del plot twist che nessuno, per 1 ora e 45 minuti, si aspetterebbe.

Possession – L’appartamento del diavolo e gli altri

Accanto al mistero da svelare che rafforza la trama, un altro elemento vincente del film di Albert Pintò è sicuramente una sceneggiatura che non teme di prendere spunto da altri “grandi” del cinema e di omaggiarli, con una regia nuova e ben curata. Evidente in questo senso la citazione al Poltergeist – Demoniache presenze di Tobe Hooper (qui disponibile per l’acquisto immediato), con la sparizione del più piccolo della famiglia dopo aver “comunicato” con il televisore che manda strane scariche e programmi televisivi inquietanti. O la possessione di un corpo con consegunete tentativo di “esorcismo”, che non può non ricordare L’esorcista di Friedkin o il più recente The Conjuring di Michael Chaves (lo trovate qui in versione blu-ray), con tanto di personaggio chiave esperto nell’individuazione del maligno.

Possession – L'appartamento del diavolo

Possession – L’appartamento del diavolo si discosta però in diverse occasioni dalle altre pellicole horror. Non siamo, ad esempio, di fronte alla solita famigliola felice che arriva in auto alla nuova casa con tetto a spiovente e giardino tutt’intorno. Conosciamo invece degli individui segnati da segreti indicibili e dalla paura di quel cambiamento che una grande città come Madrid porta con sè: una città fatta di caos e palazzine che incombono su di essi. Lo percepiamo soprattutto nelle frequenti inquadrature aeree del condominio che ne ritraggono la grandezza opprimente, indugiando sulla finestra che chiude quell’appartamento dalla presenza minacciosa. La regia non si sofferma troppo poi su ambienti specifici degli interni come le solite soffitte scricchiolanti o gli scantinati bui. La casa si chiude tutt’intorno ai protagonisti in maniera claustrofobica attraverso lunghi corridoi scuri fatti da numerose porte, che anziché aprire all’interiorità dei personaggi gli uni verso gli altri, si chiudono intrappolandoli nel terrore di un’entità malevola e dell’incomunicabilità dei propri sentimenti.

Possession – L'appartamento del diavolo

Ben congeniati poi gli espedienti narrativi originali che Pintò introduce nel suo film, come lo scambio di bigliettini tramite il filo del bucato, denso di una tensione palpabile grazie anche alle inquadrature dell’inquietante finestra di fronte e delle percezioni uditive che suscita lo stesso filo che scorre. O ancora, l’introduzione di un secondo appartamento tanto spaventoso quanto il primo, le cui camere buie e ingombre di oggetti in cui potrebbe nascondersi qualsiasi cosa, aprono alla possibilità che la casa della famiglia Jiménez non sia la sola ad essere “infestata”. Possession – L’appartamento del diavolo si serve inoltre dell’ampiamente utilizzato escamotage del jump scare in più punti, ma si prende il suo tempo in diverse occasioni e indugia spesso su dettagli e primi piani che raddoppiano l’angoscia dello spettatore nel “sentire” quella dei protagonisti.

In conclusione

Come accade in molti film horror, la tensione che scorre per tutto l’arco del film in un crescendo costante e ben ritmato, viene smorzata leggermente sul finale. La rivelazione finale con tanto di plot twist e le conseguenti azioni dei protagonisti permettono tuttavia di perdonare questo piccolo calo di suspense, grazie anche e soprattutto alla prova recitativa che il cast dimostra. Tralasciando la presenza di Concha Velasco, attrice spagnola veterana del set cinematografico sin dal ’56, anche gli altri forniscono un’interpretazione convincente e ricca di emozioni. Da Ivàn Marcos (Manolo) a Beatriz Segura (Candela), da Sergio Castellanos (Pepe) a José Luis de Madariaga (Fermìn) e Ivàn Renedo (Rafita): si tratta di attori che potrebbero essere poco noti o addirittura sconosciuti per il pubblico italiano, tuttavia le loro doti attoriali sono senza dubbio altamente professionali e rafforzano il senso di angoscia che si respira lungo tutto il film. Nota di merito a parte per Begoña Vargas, ovvero la giovane Amparo, in grado di trasmettere il vero terrore o il senso di pietrificazione che si prova di fronte a eventi spaventosi come quelli che accadono in Possession – L’appartamento del diavolo.

Al di là degli espedienti narrativi e registici (la casa infestata, i jump scare ecc.), il film di Albert Pintò merita sicuramente la visione. Non solo per il climax orrorifico ben costruito, i terrificanti escamotage innovativi di cui si serve, l’ottimo livello recitativo dei protagonisti. Possession – L’appartamento del diavolo è ben realizzato anche per quanto riguarda il comparto visivo, con una fotografia (affidata a Daniel Sosa) dalle tonalità opache, vintage, adatte all’epoca in cui la storia si svolge (gli anni ’70), con scenografie curate e dettagliate che richiamano bene quel periodo. Un plauso anche al sonoro, affidato in questo caso a Lucas Peire e Frank Montasell, che gioca molto sui suoni e i rumoni prodotti dagli oggetti in maniera talvolta snervante, riuscendo nell’intento di procurare angoscia a ogni scena. Una pellicola horror che, insomma, fa quel che deve: intrattiene, spaventa e conduce lo spettatore attraverso un terrificante mistero.