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Star Wars episodio 9: analisi di un film che segna la fine di un’epoca

Star Wars: L’ascesa di Skywalker o Star Wars episodio 9 che dir si voglia è un film che indiscutibilmente tocca tutti gli amanti della cultura POP ed i fan di nuova o vecchia data della saga di Star Wars. Un episodio che mette “una pietra tombale” su una delle famiglie televisive più famose di sempre e che – come è giusto che sia – apre infinite linee di lettura e discussioni sia fra i fan più accaniti che fra i “semplici” spettatori. Dopo qualche tempo dalla visione ecco un nostro articolo – con spolier – per condividere con chi ha già visto la pellicola le nostre impressioni e “chiacchierare” insieme di cosa è stato e cosa sarà l’universo di Star Wars.

È inutile negarlo. Detrattori, sostenitori accaniti, tiepidi spettatori, tutti seduti in poltrona di fronte all’ennesimo trailer cinematografico di questo attesissimo dicembre. Chiunque, insomma, sebbene mosso da pulsioni differenti, non può non essersi posto la domanda…ma quindi, come va a finire? Più di quarant’anni di anni di storia, più di quarant’anni anni della saga delle saghe, finalmente arrivati a una conclusione. Generazioni intere sono passate attraverso lei, e la sua Forza: quant’è bello vedere genitori che portano al cinema i propri figli perché a loro volta i loro padri così avevano fatto con loro? O ragazzi che hanno raccolto il testimone di questa storia semplicemente perché la cultura pop è finita per diventare vera e propria cultura, e Star Wars ne è ormai un solido caposaldo.

Il brand di Star Wars ha toccato una larga fetta della popolazione mondiale, la quale si ritrova ora divisa per squadre. Ognuno con le proprie aspettative, e con una diversa idea di cosa sia giusto per la fine di questa storia.  Ma…cos’è Star Wars, in fondo?
È tante cose, persino troppe. In tutte queste, un’unica grande certezza.  La saga cinematografica Star Wars è la storia di un cognome che si dipana tra epoche galattiche. Star Wars è Skywalker, e ora, proprio ora, vuole essere il punto definitivo posto dopo quel cognome. La sua fine.

La saga degli Skywalker

STAR WARS: EPISODE VI - THE RETURN OF THE JEDI (US 1983) LUCASFILMS/20TH FOX GEORGE LUCAS (executive producer) centre Date: 1983

La saga degli Skywalker è giunta al suo naturale (?) termine. Checché se ne dica l’ultima trilogia, la più divisoria della storia della saga, non ha potuto lasciare indifferenti, nel bene e nel male. Nulla, forse, come l’attrito che si è generato fra i fan ha potuto condurre ad un episodio finale atteso in maniera così sentita: occhi puntati allo schermo per avere prima di tutto delle risposte; secondariamente per sapere se alla fine questa storia, così simile ad un corridore instancabile, ma claudicante, arriverà o meno al suo ambito traguardo. L’ultimo rettilineo che porta alla chiusura di una delle narrazioni più importanti del cinema, non poteva essere più intrigante. Se questa saga fosse stata perfetta il cinema ci avrebbe dato nient’altro che l’ennesima storia da adorare. Se fosse stata un totale abominio, la fallacità del progetto ci avrebbe semplicemente fatto detestare ogni suo fotogramma.
Il mix delle due cose invece, oh… quello è controverso. A ben pensarci è come se lato chiaro e lato oscuro si fondessero all’interno dello spettatore facendogli provare tutto lo spettro di emozioni previste della Forza. Un’identificazione perfettamente riassunta nei due protagonisti della saga, indecisi, incompiuti, in vecchie divisioni in cui non riescono a ritrovarsi, e di cui non riescono a farsi testimoni. Quale lato sarà prevalso nella qualità del film? Dopo averlo visto è finalmente giunto il momento di parlarne. Spoiler mode: on.

Inizia la fine

Ragazzi, parliamoci chiaro. Questo Star Wars episodio 9 si doveva confrontare con una missione pressoché epocale. Episodio 7 sembrava aver avuto il compito più arduo (ovvero riaprire con una storia chiusa in maniera perfetta e considerata praticamente sacra), e invece quest’ultimo capitolo, a sorpresa, si trova in una situazione ben peggiore: riprendere le redini di una storia che per i due capitoli precedenti ha remato contro sé stessa.
L’ultima saga di Star Wars, se proprio dovrà passare alla storia per qualcosa, sarà sicuramente per essere stato un vero e proprio ‘case study’ su come una direzione artistica non solida possa gettare alle ortiche anche la migliore delle idee. L’idea di lasciare totale liberà creativa in un progetto episodico è stata una scelta eticamente fantastica, pessima invece alla conta dei fatti. Sappiamo tutti com’è andata, e una volta annunciato il minutaggio della pellicola (2,30h circa) è sembrato chiaro che il film sarebbe stato, nella migliore delle ipotesi, un’ottima operazione di salvataggio. Condensare in un minutaggio del genere le toppe dell’ottavo capitolo e lo sviluppo di un finale all’altezza non poteva che dare il via ad una corsa forsennata contro il tempo sotto forma di pellicola.
Diciamocela tutta: Star Wars episodio 9 in questo senso fa un grande lavoro. A tratti incredibile e stupefacente. Per metà film si arriva quasi a credere che possa avvenire il miracolo che non ti aspetti. Star Wars, per come lo ricordavi, potrebbe essere davvero tornato.

L’apertura del film è fra il geniale ed il catastrofico a livello di regole del cinema e non nasconde niente dell’emergenza creativa a cui si era arrivati: riga rossa su passato, si cambia totalmente set. Nuova mega minaccia e via, sfruttiamo tutte le nuove pedine già poste sulla scacchiera. Si crea una trama che praticamente può fregarsene di tutto il resto sfruttando solo il nuovo background, gestendosi come film semi-autonomo. Il film fila che è una meraviglia.  Nonostante la velocità di passaggio tra le varie situazioni, si respira aria starwarsiana purissima. Azione leggera (da adventure spielberghiano) che si alterna a momenti improvvisamente più lenti e riflessivi, dove la Forza, e i personaggi che la vivono, assume una solennità mai vista fin ora in questa trilogia.

Abrams dimostra di sapere molto bene che metriche utilizzare per imbastire un racconto che trasudi un certo tipo di epica. Il regista è scaltro, trova il modo di far ‘vivere’ finalmente il personaggio di Rey, che non rimane solamente uno strumento della narrazione. Il viaggio al suo fianco, alla ricerca del puntatore Sith, permette finalmente di avere un personaggio vero, a cui lo spettatore può affezionarsi.  Il merito va anche a un’altra intuizione, scontata, ma che il povero Rian Johnson non era stato tanto abile da sfruttare: Abrams lascia passare del tempo tra episodio 8 e 9.
La mossa è astuta, e alla base delle metriche di questa saga: mai riprendere dall’esatto momento in cui l’episodio precedente si è interrotto. Il rapporto tra Rey e Leia risulta credibile proprio grazie a questo “trucco”. Pur senza raccontare niente (zero fatica registica – risparmio del minutaggio filmico) lo spettatore associa il buio temporale ad una crescita avvenuta nel personaggio, e una contemporanea crescita della relazione con Leia, che rende credibile l’affetto presente sullo schermo. Ed è bellissimo.
Si ripensa con un certo brivido al momento in cui, nell’ottavo episodio, il montaggio riprendeva Rey e Luke dall’esatto momento in cui si era interrotto il precedente capitolo (facendo scadere scenicamente, peraltro, il pathos del finale del settimo film). Un suicidio narrativo vero e proprio. La strada così è tutta in discesa. Il film ne beneficia, e prosegue benissimo in scia positiva. Si arriva persino alla pura esaltazione nel momento (meraviglioso) in cui Rey perde il controllo sulla Forza (fulmini, wow!). Per quasi metà film la pellicola non si preoccupa di dover dare risposte, si basa su cose semplici, e funziona meravigliosamente: una mega minaccia, un viaggio di ricerca, inseguimenti, confronti, conflitti interiori. Basta poco: questo è lo spirito di Star Wars. Questo è Star Wars.

Il colpo di scena problematico

Tratta da Vanity Fair

Poi arriva il momento di confrontarsi con l’altra faccia della medaglia, sempre parte anch’essa del brand: il colpo di scena. E qui la pellicola inizia ad avere problemi, a tratti digeribili a tratti meno.  Premessa al discorso che seguirà è che tutte le scelte narrative sono valide, in qualità stessa di scelte. Non è buona cosa giudicare a livello critico la decisione di far evolvere la storia in modo A o in mondo B, in rispetto della libertà artistica. Ogni scelta è ben accetta, purché rimanga ben inscenata e ben motivata. Purtroppo sono questi gli aspetti in cui il nono episodio trova la gran parte dei suoi punti deboli.

La pellicola si ingarbuglia, osa, senza poi darsi il tempo di approfondire le sue stesse scelte narrative, le sue rivelazioni. Non riesce a dare nemmeno il giusto spazio scenico ai suoi personaggi, non gli permette di reagire in maniera realmente credibile. Si prosegue per “script”. La bella relazione fra Kylo e Rey diviene centrale, e rimane forse l’elemento più bello di tutta l’intera trilogia. I loro personaggi, singolarmente, perdono però la loro veridicità, immersi in questa costante indecisione, senza motivazioni guida capaci di rendere fluide e naturali le loro azioni.
Uno degli elementi più belli di Star Wars è sempre stata la sua capacità di far percepire molto bene allo spettatore i tormenti dei personaggi, così che il passaggio (la tentazione verso il lato oscuro, ad esempio) fosse percepibile, l’odio palpabile, e il conflitto credibile. Lo spettatore ha ceduto con Anakin nella paura della perdita di un amore, ha provato la tentazione di Luke nel seguire suo padre verso il lato oscuro, smosso dai sentimenti di odio istigati dall’Imperatore. Le motivazioni dei due nuovi personaggi centrali non sembrano invece giustificare i loro conflitti, e le azioni che così si trovano a compiere sembrano terribilmente “plastiche”. Riemergono in questo tutti i problemi di una trilogia che non ha saputo avere una visione coerente, e una scrittura dei personaggi decisa. Avere dei personaggi “confusi” non può diventare una scusa per non descrivere in maniera accurata la loro confusione; in questa trilogia sembra invece che si sia puntato proprio su questo aspetto, quasi come fosse una scusa per tralasciare un lavoro che avrebbe richiesto dedizione ed attenzione.

Altro aspetto importante e non banale: la parola “nonno” non evoca lo stesso effetto epico della parola “padre”. Pur essendo due gradi di parentela gli ascendenti che queste due parole creano sono ben differenti; l’effetto della parola “padre”, grazie anche al suo frequente inserimento nella religiosità, genera rimandi impliciti che ben si sposano con il tono epico della narrazione; la parola “nonno” invece (che si spende invece benissimo negli immaginari fiabeschi) stronca il pathos con una sorta di effetto soap opera di quart’ordine che non dona la minima “mitica” al racconto.

L’incedere sempre più rapido degli eventi, nella seconda parte del film, non aiuta una pellicola già messa in difficoltà dalle pesanti rivelazioni narrative. Le idee sempre più interessanti (diade nella forza, una su tutte) nemmeno, perché finiscono per essere così tante e così belle da oscurarsi a vicenda.  Il conflitto finale con Palpatine vive di magnificenza e indecisione: se da un lato è meraviglioso vedere Rey entrare in contatto con lo spirito di tutti gli Jedi che l’hanno preceduta, come è meraviglioso quel tragico bacio finale che sa più di ritrovo che di smanceria (sottile differenza resa perfetta dall’interpretazione degli attori), non decidere di puntare su un solo argomento (la diade, la poca importanza della propria provenienza etc.) li confonde, li mischia l’uno nell’altro, e alla fine non si rimane con un insegnamento netto, preciso, su cui la storia doveva decidere di puntare per dimostrarsi efficace e lasciare il suo segno.
“Chi troppo vuole nulla stringe” sembra gridare questo finale di saga, a cui sarebbe bastato concentrarsi maggiormente su un singolo messaggio per chiudersi con maggiore coerenza.

Qualcosa stona, è vero, ed anche in maniera abbastanza grave. Ma agli effetti il nono episodio rimane comunque un film capace di farsi volere bene. A tratti addirittura amare. Basti pensare ai magnifici duelli, in cui le spade laser hanno un peso specifico importante, mentre i poteri della forza si inseriscono fra di esse per dare vita ad alcune delle coreografie più belle della saga (finalmente abbandonate le danze “ninja” della seconda trilogia). Alla chiusura scenica fra i soli di Tatooine, o al rapporto di conflitto e attrazione generato da due personaggi comunque originali, che sono stati capaci, pur senza un’adeguata scrittura, di divenire a loro modo riconoscibili. È già successo in passato. Tutti i difetti che ora ci sembrano lapidali, col tempo smusseranno i loro angoli, e ci faranno godere di questo nuovo ciclo in maniera più leggera. Non sarà l’accondiscendenza a salvare questa storia dal giudizio obiettivo dei suoi molti punti critici, ma sicuramente sarà il tempo ad aiutarci ad essere più grati per tutti i momenti “in più” di cui ora possiamo godere, di tutte le parti comunque ben riuscite, quando ripensiamo ad una delle saghe che più ci ha fatto sognare negli anni, con i suoi personaggi, la sua epica, la sua filosofia.

Che cosa è Star Wars?

E così torniamo alla domanda di inizio articolo …cos’è Star Wars, in fondo? La storia di un cognome? È la storia di generazioni unite attorno ad uno stesso immaginario. Non è difficile rivedersi in quei bambini mostrati sul finire dell’ottavo episodio mentre si tramandano le leggendarie prodezze di questi cavalieri, capaci di manipolare con la Forza il destino di un’intera galassia.
Se questa nuova trilogia è stata in grado di aumentare il potere di questa storia anche solo di poco, non si può che fermare le valutazioni, seppellire le asce di guerra sfoderate nella ricerca di una perfezione che comunque non sarebbe mai stata raggiunta, e salutare questi personaggi con il giusto affetto. In attesa di un nuovo capitolo che sicuramente avrà ancora modo di raccontarci dello spirito di questo brand, che non è morto, tutt’altro, è risorto. Ed è già alla ricerca della sua nuova forma, con la stessa “Forza”.
La sua. E quella di tutte le generazioni di spettatori che gli si continueranno a stringere intorno.
Cos’è Star Wars? La storia di un cognome? No. È la storia di tutti i nostri.

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