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Them, recensione: l’orrore nel passato degli States

L’orrore può assumere diverse forme, come ci hanno insegnato la letteratura e il cinema. Può arrivare dalle oscure profondità del cosmo come immaginato da Lovecraft, assumendo la forma di creature mostruose, oppure scaturire dalla nostra anima, dalla nostra quotidianità. In fondo, l’orrore è un sentimento di paura di un qualcosa di incomprensibile e apparentemente invincibile, che ci assale all’improvviso e scava nella nostra mente, facendo emergere le nostre fobie e le nostre ansie. E nulla, a quanto pare, può essere più graffiante che la compagine umana, la società in cui ci muoviamo e che ha mostrato di saper crudele come il peggiore degli incubi. Su questo assioma si basa Them, la nuova serie di Amazon Prime Video, che mette in mostra il peggior orrore possibile: la crudeltà umana. Al centro di Them viene posto uno dei grandi mali dell’America, la sua radice razzista che, specialmente nel secolo scorso, ha mostrato il lato peggiore dell’American Dream. Nel creare la sua serie, lo sceneggiatore Little Marvin decide affondare la sua storia nel contesto sociale statunitense degli anni ’50. In questo decennio ebbe luogo la Grande Migrazione, un’emigrazione massiccia della popolazione di colore che decise di abbandonare la zona sud e profondamene razzista degli States (la cosidetta Jim Crow Belt), per cercare migliori condizioni di vita in altre zone del paese, specialmente nella West Coast e nel nord industriale.

Them, anterpima della nuova serie Amazon Prime Video

Contestualizzare storicamente Them è fondamentale, considerato come Little Marvin leghi la propria visione dell’orrore alla condizione della popolazione afroamericana del periodo. Una scelta, quella dello sceneggiatore, che si inserisce all’interno di una dinamica narrativa che pare aver trovato un proprio spazio all’interno della produzione seriale attuale. Sempre su Amazon Prime si può vedere un approccio simile in The Terror: Infamy, dove protagonisti sono i giapponesi americani durante il secondo conflitto mondiale, mentre negli scorsi mesi la condizione degli afroamericani è stata già intrecciata a un horror più classico con Lovecraft Country. L’approccio di Marvin è di focalizzarsi sull’anger gap, un principio che vede la rabbia esarcebata delle popolazioni di colore assumere toni sempre più disperati e trasformarsi in una forza socio-politica che nei decenni successivi a grandi tensioni sociali.

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Ma come dare sostanza a questa forte tensione narrativa? La scelta ricade sul mostrare un contrasto sociale nella sua forma più autentica, con la presenza di un elemento che si possa percepire come estraneo all’interno di una bolla di idealizzata perfezione. Come far trasferire una famiglia di colore in quartiere considerato una roccaforte dei sani e inviolabili valori della brava gente bianca d’America.

La speranza di trovare una condizione sociale più inclusiva spinge la famiglia Emory a muoversi lungo la costa del pacifico, con destinazione il quartiere losangelino di East Compton. Gli Emory sono un tipo nucleo famigliare del periodo, con il padre Henry (Ashley Thomas) ingegnere aeronautico che ha ottenuto un impiego presso una prestigiosa ditta del settore e la madre Lucky (Deborah Ayorinde), che si prende cura delle due figliolette, Ruby Lee (Shahadi Wright Joseph) e Gracie Jean (Melody Hurd). L’arrivo di questa famiglia colore sconvolge la comunità bianca del quartiere, che non esita a mostrare sin dal primo momento la propria avversione agli Emory.

La paura dei bianchi è di fare la fine di West Compton, quartiere simile al loro ma il cui valore è stato deprezzato da quanto ‘loro’ vi sono entrati. Storicamente accurata, questa ansia del vicinato è la rappresentazione di una visione sociale ottusa, in cui l’apertura ad altre etnie di quartieri, scuole e ambienti pubblici era percepita come la perdita di valori americani, appannaggio della popolazione bianca. Gli Emory, quindi, diventano il nemico, il pericolo per i bravi cittadini di East Compton di vedere vanificati i propri sforzi per avere il loro di Sogno Americano per colpa di una famiglia di ‘negri’.

Un contesto sociale che, nonostante l’ottimismo che anima Henry, rende la nuova vita della famiglia Emory nell’assolata California, ben poco idilliaca. Lo stesso titolo della serie, Them (loro), nasconde nemmeno troppo velatamente un’accezione di odio e disprezzo, che viene immediatamente associato a questa famiglia di colore.

L’orrore nella storia moderna degli States

Questa forma di alienazione dal contesto sociale veniva marcata da una serie di atteggiamenti e presunte consuetudini che spingevano gli afroamericani a cercare un’integrazione non solo mirata a una propria identità culturale, ma spesso dettata dall’offrire una visione di sé come frutto dell’immaginario dei bianchi. Dani Bethea, sceneggiatrice della serie, ha spiegato alla perfezione questo aspetto:

“Durante questo periodo, comparvero alcuni dei più riusciti minstrel show realizzati da uomini di colore, che offrivano agli spettatori bianchi degli spettacoli che si basassero su cosa era percepito come ‘autenticamente’ nero. Il Tap Dance Man incarna la persistente follia dell’immaginario bianco: che per poter sopravvivere, dovessimo essere costantemente forzati a ‘ballare per il bianco’”

Ecco dove si nasconde l’orrore di Them. Pur non mancando scene che sappiamo appellarsi a un terrore più immediato e visivamente urticante, è il contesto emotivo dell’ambiente in cui si muovono i personaggi a trasmettere un senso di oppressione, di angosciosa disperazione. Basterebbe citare la scena dell’ascensore, in cui Henry, il suo capo e un collega si trovano assieme all’interno della cabina, quando a uno dei due bianchi cade una penna. Silenzio, sino a quando Henry non ricorda che ci si aspetta che sia lui a raccogliere la penna. Un momento costruito alla perfezione, in cui viene resa l’ipocrita e fastidiosa approvazione dei bianchi al comportamento corretto del ‘negro’.

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Marvin costruisce Them su queste tensioni, accresce il peso emotivo sugli Emory portandoli anche a dissidi familiari. Dove Henry si sforza in ogni modo di farsi accettare, a costo di rinunciare alla propria dignità, Lucky invece non intende sopportare, reagisce alle provocazioni di un vicinato spietato e crudele, capeggiato da Betty, perfetta maschera di casalinga americana del periodo. Una divergenza, quella tra Lucky e Betty, esaltata cromaticamente, valorizzata dalle fredde tinte pastello del mondo di Betty che stridono se contrapposte ai colori caldi e vivaci di Lucky.

Them si basa su questa parentesi storica, ma non disdegna di inserire all’interno della propria narrazione elementi più tradizionali di orrore, che riescono a integrarsi alla perfezione con la trama. Marvin trova una chiave di lettura ottima per dare alla sua serie un’identità sicura, inserendo flashback illuminanti e mai banali, guidando lo spettatore alla scoperta del passato dei personaggi facendo emergere le ferite dell’anima e privando anche il mondo dei bianchi della sua millantata perfezione, lasciando emergere il torbido e l’angoscia.

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Complice della costruzione emotiva avvincente di Them è anche una perfetta gestione degli strumenti narrativi, dalla regia alla colonna sonora. Se musicalmente si possono trovare all’interno della produzione del periodo le sonorità ideale per contestualizzare questo racconto, altrettanto riusciti sono gli effetti  sonori che accompagnano le riprese effettuate da un occhio attento che esalta l’emotività dei personaggi, guida il nostro sguardo all’interno di un dramma umano in cui l’orrore sembra prendere vita divenendo l’incarnazione dei demoni di una popolazione vessata e in cerca di una vita serena. I momenti catartici sono sempre ripresi con una costruzione della scena che acuisce l’emozione, l’alienazione dei personaggi viene ritratta con chirurgica precisione, ricorrendo a trucchi del mestiere, come il tremolio dell’inquadratura, che affiancati a delle performance attoriali impeccabili consegnano agli spettatori una storia che merita di esser vista.

Them, per questa sua connotazione, è una serie sociale, in cui l’identità afroamericana del periodo viene ritratta con cura, aprendoci uno scorcio su dimensioni urbane che non conosciamo, partecipando al momento cinematografico attuale, in cui ci viene mostrata un’America autentica e priva di maschere, grazie a produzioni come Detroit, Elegia Americana, Concrete Cowboy o Nomadland. La serie di Amazon non è un horror di mostri e sangue, è una storia che fa scaturire la paura e l’angoscia dalla realtà, dove si nascondono le ombre più pericolose, quelle dell’animo umano.