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Elegia Americana, recensione in anteprima dell’America perduta di Netflix

Con le sue ultime produzioni, Netflix sembra avere deciso di raccontare al mondo quale sia l’anima autentica dell’America, lontana dalle metropoli, scavando nel tessuto sociale di una nazione fortemente contradditoria e spesso vittima, almeno fuori dai confini, da una visione stereotipata del Sogno Americano. Una concezione che su Netflix ha trovato un duro banco di prova, con la messa in mostra di alcuni dei tratti tipici dell’american way of life così tanto amato all’estero. Lo abbiamo visto con Highwaymen, dove viene smitizzata l’epopea di Bonny e Clyde, o nei più recenti Le strade del male e Il processo ai Chicago 7, in cui emergono i lati meno nobili e invidiabili di questa società così complessa. Un’analisi interiore degli States che trova un nuovo punto di forza in Elegia Americana, film di Ron Howard ispirato a un romanzo che arriva su Netflix dopo un rapido passaggio oltreoceano in sala.

Elegia americana, purtroppo, perde parte del suo fascino in una traduzione del titolo che ha dovuto, suo malgrado, sacrificare un punto essenziale del tessuto di questo ritratto americano. In originale, Hillbilly Elegy dava una precisa connotazione alla visione con cui J.D. Vance ha voluto narrare l’epopea della sua famiglia, parte di quell’America rurale che viene spesso derisa dagli americani metropolitani. Hillbilly, infatti, è il nome dispregiativo con cui si identificano le comunità montane degli Appalachi, termine che fa il paio con redneck, utilizzato per offendere i contadini delle campagne del Sud.

Elegia Americana, ritratto di un’America sconfitta

Hillbilly Elegy: A Memory of a Family and a Culture in Crisis è il titolo completo del romanzo di Vance, figlio di quelle montagne del Kentucky che sono spesso indicate come una delle zone più arretrate degli States. Partendo da queste origini, raccontando tre generazioni della sua famiglia, Vance ha delineato il suo percorso umano, che lo ha condotto a servire come militare in Iraq, frequentare Yale e infine diventare un imprenditore di successo nella Silicon Valley.

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Tenendo fede al suo titolo, la produzione Netflix si presenta come la ricostruzione del giovane studente di Yale J.D. Vance del percorso che lo ha condotto sino a uno dei più ambiti college americani. Quando si parla di elegia, ci si riferisce a una confessione autobiografica, in cui l’impatto emotivo degli eventi che la caratterizzano sono rivissuti dall’autore per trarne una visione intima e onesta.

Come fa J.D., che nei giorni in cui affronta la dura sfida di farsi accogliere come tirocinante presso un prestigioso studio legale americano viene investito da un dramma familiare: la madre Bev è di nuovo sprofondata nella dipendenza da eroina. Per il ragazzo, questo si traduce in un ritorno a Middletown, cittadina della low class in cui vive la sua famiglia, e da cui si era allontanato anni prima per seguire la propria strada.

Da questo evento, prende il via il suo viaggio nei propri ricordi e nella ricostruzione della storia della sua famiglia, celebrando con orgoglio le sue radici e valorizzate dal racconto della vita delle donne della sua famiglia, a cominciare dalla nonna materna, Mamaw Vance (Glenn Close).

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Costretta a fuggire dalla propria casa quando tredicenne rimane incinta nei primi anni ’50, assieme al marito si dirigono a Middletown, dove l’uomo trova lavoro presso uno stabilimento siderurgico locale. Quello che doveva essere un sogno, una nuova vita, si rivela invece un brutale scontro con una realtà impietosa.

J.D., tramite racconti e ricordi personali che lo spettatore vive come flashback, ricostruisce le disillusioni di una famiglia della classe operaia tipica della rust belt, l’immensa regione dell’industria pesante americana che ha subito l’impatto maggiore di crisi e debolezze economiche della seconda metà del ‘900. Una situazione di degrado che ha presentato un conto salato alla famiglia Vance, tra abusi domestici e disillusioni che hanno messo a dura prova i caratteri dei membri della famiglia, come testimonia Bev (Amy Adams), incapace di accettare di accettare le sconfitte e propensa a cercare facili fughe, tra amori sbagliati e dipendenze.

Due grandi attrici

Il film di Netflix, visto come indipendente dall’opera originaria, è un prodotto di buon livello. La costruzione dell’ambiente socio-americano del periodo di fine anni ’90 è curato, sia nel riprodurre la realtà montana degli hillbilly che la vita della periferica di Middletown. L’occhio di Ron Howard coglie sfumature di queste realtà, indugia sui volti segnati di Mamaw e Papaw Vance mentre ricordano il loro arrivo a Middletown o segue con sentito trasporto la disperazione di J.D. mentre assiste impotente alla potenza autodistruttiva della madre, in una scena straziante.

La carica espressiva di Elegia Americana, scaturita dall’idea di questa ricerca delle origini, trova la sua identità nelle superlative interpretazioni delle due donne centrali nella vita di J.D.: Mamaw e Bev Vance.

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A dare il volto alla matriarca della famiglia è una Glenn Close irriconoscibile sotto un trucco che la rende un’anziana provata da una vita di asperità, ma che non si limita alla prostesi per dare vita al suo personaggio. Un’interpretazione fisica, fatta di movimenti sofferti ed espressioni che passano dalla grinta di una donna che non vuole arrendersi alla disperazione, trasmettendo tutto con voce infranta dal fumo e sguardi dietro i spessi occhiali che tradiscono un’anima indomita ma segnata dalle ingiustizie di una vita spietata.

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Amy Adams si cala invece nei panni di Bev Vance, la madre di J.D. Ruolo complesso, quello di una donna che non accetta le difficoltà della vita e cerca rifugio in droghe e uomini sbagliati, non accettando le proprie responsabilità, ma cercando sempre una scusa. La Adams è perfetta, capace di passare dal sorriso amaro di una ragazza cresciuta troppo in fretta alla donna spezzata e perduta, che aleggia come una minaccia nella vita dei propri familiari. La sua bellezza viene cancellata da un trucco che lascia emergere tutte le cicatrici di una vita sofferta, affidandosi alla bravura dell’attrice per dare vita a un personaggio tragico e per cui, alla fine, non proviamo odio, ma pietà.

Il libro di Vance voleva essere, tramite il racconto di una storia familiare, un’analisi della società americana, schiava del mito del Sogno Americano sino al giorno in cui si rende conto che questo sogno, in realtà, è una promessa mancata. Un intento lodevole, nato in un periodo in cui l’America stessa si interrogava su quale fosse la sua identità, divisa tra chi vedeva in Trump un errore e chi lo considerava l’incarnazione delle pulsioni più autentiche dell’americano medio.

Perchè guardare Elegia Americana?

Interpretare un’opera così complessa, divenuta un best seller in madrepatria, è stata una sfida accettata da Vanessa Taylor, già apprezzata per La forma dell’acqua. Non era semplice ridurre questo ritratto di una cultura in declino in un film di due ore, e inevitabilmente qualcosa manca all’interno di Elegia Americana. Un’assenza che può esser percepita dai protagonisti di questa fotografia sociale o da chi ha letto il libro, ma può sfuggire a coloro che si avvicinano a questo film ignaro di certe dinamiche sociali d’oltreoceano.

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Se in patria Elegia Americana viene criticato per non aver apparentemente colto gli aspetti essenziali dell’intento sociale di Vance e per la scelta di Howard di non usare location originali ma avere romanzato troppo questi luoghi per fini di scena, fuori dai confini americani questo film può trovare un giudizio meno severo.

Howard non ha certo bisogno di presentazioni, e la sua esperienza si vede in questo film, dove guida il nostro sguardo con attenzione, ci fa partecipi della vita di questa famiglia, ne valorizza le ferite peggiori ma ne glorifica con ugual intensità le rare, sofferte vittorie. La scansione dei tempi, con l’alternanza tra presente e passato, è studiata per seguire un preciso crescendo emotivo, forse troppo rapido nel finale, ma capace di mostrarci l’evoluzione interiore di J.D., che da timido e impacciato ragazzino dei sobborghi (interpretato da Owen Asztalos) prossimo a perdersi nei meandri di un’America decadente trova la forza di ‘cogliere quella possibilità’ di cui sua nonna gli parlava, diventando lo studente di Yale che conosciamo, interpretato da Gabriel Basso.

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Elegia Americana è un film che cerca di raccontare una storia autentica, fatta di sofferenza e voglia di riscatto, non risparmiando allo spettatore il dolore e la sconfitta di una famiglia che ha vissuto sulla propria pelle l’altro lato della medaglia del sogno americano. Accompagnata da una colonna sonora delicata e suggestiva firmata da Hans Zimmer e David Fleming, questa istantanea di una fetta di America è uno scorcio indicativo di una realtà sociale spesso ignota e dimenticata degli States, ma in cui trovano le proprie radici gli eventi dell’America contemporanea.

Potete vedere Elegia Americana sottoscrivendo un abbonamento a Netflix