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Prodotti Apple su Amazon, un accordo contro i rivenditori non autorizzati

Amazon ed Apple hanno siglato un accordo grazie al quale sul sito di e-commerce saranno disponibili un maggior numero di prodotti della mela morsicata, a prezzi standard. L’accordo riguarda anche la filiale italiana di Amazon. Si prospetta quindi un’esperienza migliore per chi vuole comprare iPhone, iPad e altri prodotti Apple tramite Amazon. Solo Amazon e i rivenditori autorizzati Apple potranno mettere i prodotti in vendita, incluso il marchio Beats. L’accordo è simile a quello stretto l’anno scorso tra Amazon e Nike – nel caso specifico c’era anche la questione dei falsi da gestire.

I rivenditori indipendenti non affiliati ad Apple, dunque, non potranno più vendere prodotti di questa marca, nuovi o ricondizionati, a partire dal prossimo 4 gennaio. Un cambiamento che lascia fuori solo i prodotti ricondizionati venduti direttamente da Amazon – che con questo accordo diventa un rivenditore autorizzato Apple.

Per chi vuole comprare a marchio Apple, l’implicazione più immediata è che non su Amazon non si troveranno più offerte a prezzi inferiori a quelli ufficiali. Oggi per esempio si possono trovare le Airpod a 140 euro circa, mentre sul sito Apple ne costano 180. Con il nuovo accordo, invece, i prezzi saranno solo quelli indicati da Apple. Chi vuole spendere meno dovrà rivolversi altrove.

Per i molti venditori non autorizzati, dunque, l’accordo tra le due aziende significa una potenziale perdita di profitti.  Jason Koebler su Motherboard fa notare che si tratta di un giro d’affari rilevante, con professionisti che si sono creati un business comprando e rivendendo macchine usate in grandi quantità; senza il potente volano rappresentato da Amazon, diverse di queste aziende potrebbero non riuscire più a lavorare. E, di contro, potrebbe diventare più difficile trovare prodotti Apple usati e ricondizionati a buon prezzo.

I venditori che desiderano continuare a vendere prodotti Apple dovranno fare richiesta all’azienda per ottenere un’autorizzazione ufficiale da parte dell’azienda. Oppure limitarsi a lavorare tramite canali diversi, il primo dei quali sarà naturalmente il concorrente eBay – dove al momento non esistono limitazioni di questo tipo.

“È uno sviluppo molto preoccupante“, commenta Aaron Perzanowski, professore di diritto alla Case Western Reserve University e coautore del libro The End of Ownership. Secondo l’esperto, Amazon con questa scelta sta di fatto ostacolando una legge statunitense che concede al proprietario il diritto di rivendere un proprio bene. Legge che, però, non obbliga Amazon o altri a concedere libertà di azione ai rivenditori. “Il fatto che questa mossa sia stata richiesta da Apple è anche più problematico”, continua Perzanowski, “ciò a cui stiamo assistendo sono due tra le aziende più grandi del mondo che mettono in pratica un assalto coordinato alla rivendita legale di dispositivi”.

Un assalto che ha toccato anche iFixit, il popolare servizio dedicato alle riparazioni. In più occasioni, spiega l’AD Kyle Wiens, le loro parti di ricambio per iPhone sono state rimosse da Amazon dopo una segnalazione da parte di Apple per violazione di copyright. Secondo Wiens l’accordo è “preoccupante per il futuro del commercio. Fa trasalire l’idea che un marchio possa controllare la vendita di prodotti usati. È precisamente il tipo di controllo che Apple vuole sul mercato”.

Un controllo che oggigiorno è già realtà per i beni immateriali, dal software alla musica fino ai film; quando li compriamo non ne diventiamo proprietari, ma otteniamo solo una licenza d’uso. Questo modello si sta da tempo espandendo anche agli oggetti fisici, comprese automobili, smartphone, computer e così via – per il fatto appunto che “contengono” del software in licenza.

In ultima analisi, si tratta di una profonda revisione del concetto di “possesso”, che smette di significare ciò a cui siamo abituati. Possedere qualcosa significava poterci fare tutto: regalarlo, rivenderlo, prestarlo. Oggi non è sempre così, domani non lo sarà quasi mai. È precisamente lo scenario che lasciava intuire Jeremy Rifkin quasi vent’anni fa con il suo saggio storico L’era dell’accesso.