La pressione di dover rappresentare tutte le donne che sarebbero venute dopo di lei era schiacciante. Quando Eileen Collins si trovò ai comandi dello Space Shuttle nel 1995, sapeva che ogni suo errore sarebbe stato amplificato, analizzato e potenzialmente usato per giustificare discriminazioni future. Per questo motivo si impose standard altissimi: non poteva permettersi il lusso di sbagliare, perché la posta in gioco andava ben oltre la sua carriera personale.
Un documentario intitolato Spacewoman sta finalmente portando alla ribalta la straordinaria carriera di questa pioniera dello spazio, il cui nome rimane sorprendentemente poco conosciuto nonostante abbia infranto barriere che sembravano invalicabili. Collins non è stata solo la prima donna a pilotare uno Space Shuttle, ma anche la prima a comandarne uno, assumendo la responsabilità di missioni che avrebbero fatto tremare i polsi a chiunque.
La sua determinazione affonda le radici nell'infanzia. A soli nove anni, leggendo un articolo sugli astronauti del programma Gemini, decise che quello sarebbe stato il suo futuro. Il fatto che all'epoca non esistessero donne astronaute non la scoraggiò minimamente: "Pensai semplicemente che sarei diventata un'astronauta donna", racconta con semplicità durante un'intervista al Science Museum di Londra.
Per realizzare il suo sogno dovette però seguire un percorso obbligato: arruolarsi nell'aeronautica militare e diventare pilota collaudatrice, all'epoca una delle professioni più dominate dagli uomini. La sua eccellenza le aprì le porte del programma astronauti della NASA, dove avrebbe pilotato gli Space Shuttle, i rivoluzionari "aerei spaziali" riutilizzabili che caratterizzarono tre decenni di esplorazione spaziale americana.
Il suo doppio ruolo di madre di due figli e comandante spaziale suscitava stupore nei giornalisti dell'epoca, che nelle conferenze stampa sembravano increduli di fronte a questa combinazione. Collins però liquidava la questione con ironia e pragmatismo: essere genitore, sosteneva, era in realtà più difficile che comandare uno shuttle. Anzi, l'esperienza da madre le aveva insegnato qualcosa di fondamentale per la leadership: saper dire di no.
Il programma Space Shuttle raggiunse vette straordinarie ma conobbe anche tragedie devastanti. Nel 1986 il Challenger esplose pochi secondi dopo il lancio, uccidendo tutti e sette i membri dell'equipaggio. Nel 2003 fu la volta del Columbia, che si disintegrò nei cieli del Texas durante il rientro, ancora una volta con sette vittime. Un pezzo di schiuma isolante staccatosi dal serbatoio durante il lancio aveva danneggiato lo scudo termico, rendendo la navetta incapace di resistere alle temperature infernali del rientro atmosferico.
Collins ricorda con dolore quegli amici perduti, ma quando le fu affidata la missione successiva al disastro del Columbia non esitò. Avrebbe potuto abbandonare, ma come spiega con voce pacata, ritirarsi in quel momento sarebbe stato l'opposto del coraggio. L'intero programma shuttle contava su di lei come comandante, e voleva essere un leader coraggioso e sicuro, capace di infondere fiducia negli altri.
La missione del 2005 si trasformò in un incubo quando, ancora una volta, un frammento di schiuma si staccò durante il lancio. Questa volta però esisteva un piano per verificare i danni, che prevedeva una delle manovre più rischiose mai tentate nella storia spaziale. Collins dovette far compiere allo shuttle una rotazione completa di 360 gradi mentre volava sotto la Stazione Spaziale Internazionale, permettendo ai colleghi a bordo del laboratorio orbitante di fotografare la parte inferiore e controllare eventuali brecce nello scudo termico.
Nonostante ingegneri e manager sostenessero che fosse troppo pericoloso, Collins ascoltò le obiezioni e poi decise con fermezza: si poteva fare. Con mani ferme ai comandi e voce calma nelle comunicazioni con il controllo missione, guidò la navetta attraverso una lenta e aggraziata capriola spaziale. I danni furono individuati e riparati durante un'attività extraveicolare, garantendo un rientro sicuro per tutto l'equipaggio.
Quella fu la sua ultima missione, la quarta della carriera. Collins aveva pianificato di fermarsi a quel punto per lasciare spazio ad altri aspiranti astronauti. Oggi guarda con soddisfazione a coloro che hanno seguito le sue orme e, quando le viene chiesto un consiglio per la prossima generazione, risponde con il suo caratteristico pragmatismo: fare i compiti, ascoltare gli insegnanti, prestare attenzione in classe e leggere libri.
La sua figura rappresenta molto più di una donna che ha infranto barriere di genere: è quella di una pilota e comandante formidabile che ha affrontato sfide titaniche. Non rimpiange di aver concluso la carriera da astronauta: prese la decisione e non si voltò indietro. Eppure, quando le viene chiesto se accetterebbe un posto su una navetta spaziale, nei suoi occhi appare un lampo di nostalgia: "Sì, mi piacerebbe molto partire per una missione un giorno. Quando sarò una vecchietta, forse avrò l'occasione di tornare nello spazio".