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Activision Blizzard: uno sguardo più approfondito sui licenziamenti

Due giorni fa vi abbiamo riportato la notizia di una serie di licenziamenti che stanno avendo luogo presso Activision Blizzard. Ovviamente non si è trattato di una decisione presa di punto in bianco ma è arrivata dopo vari cambiamenti avvenuti all’interno della compagnia. I primi rumor legati a possibili licenziamenti sono comparsi già lo scorso dicembre, sulle pagine di Kotaku.

Activision e Blizzard, per quanto abbiano agito in modo indipendente negli ultimi anni, sono un’unica compagnia dal 2008, guidata dallo stesso gruppo dirigenziale, incluso il CEO Bobby Kotick. Il 2018 è stato un anno pieno di tagli per Blizzard, spinti da Armin Zerza nel ruolo di COO (chief operating officer): in poche parole, il nuovo obbiettivo della società era di ridurre le spese e aumentare la produzione di videogame. Blizzard è sempre stata conosciuta per il proprio motto “È pronto quando è pronto”: ne è un esempio a dir poco lampante il fatto che non abbia rilasciato un nuovo gioco sin dal 2016 (Overwatch, a maggio). Per quanto siano state pubblicate espansioni e remaster, il ritmo produttivo era troppo basso per Activision.

La casa madre di Call of Duty, nel corso del 2018, ha avuto sempre più influenza sulle decisioni di Blizzard. Il nuovo CEO di quest’ultima, Amrita Ahuja, proviene infatti da Activision. Una prima misura portata avanti dalla compagnia è la cosiddetta “Career Crossroard”: si tratta di un pacchetto di bonus finanziari offerto da Blizzard a quei dipendenti che volontariamente decidono di lasciare la compagnia. Inizialmente, questa offerta era limitata ai veterani della società, ma nel corso del 2018 è stata estesa anche ai membri più giovani e alle sezioni QA e IT, precedentemente escluse.

L’obbiettivo era di diminuire il personale: secondo quanto riportato da un ex-dipendente, rimasto anonimo, la società cercava costantemente modi per tagliare i costi, senza impattare negativamente sull’opinione pubblica. In una dichiarazione ufficiale, Blizzard ha replicato affermando che il “Career Crossroad” è stato creato ed esteso unicamente come aiuto nei confronti dei dipendenti che erano desiderosi di cambiare carriera o di riprendere gli studi.

Activision stessa non si trova in una situazione positiva: come riportato dal CEO, Bobby Kotick, il 2018 è stato un anno record nei risultati, ma al tempo stesso non sono state raggiunge le aspettative. In aggiunta, le previsioni del 2019 sono state viste al ribasso. Anche le motivazioni dietro all’abbandono di Destiny, come vi avevamo riportato, sono da trovare sempre nell’ambito finanziario: indipendentemente dalla qualità dei titoli e dal riscontro di critica, l’opera non raggiungeva le aspettative. Lo “scontro” avvenuto tra Activision e Bungie nei riguardi della recente espansione, I Rinnegati, mostra perfettamente i diversi punti di vista delle società: se per i creatori di Halo il DLC si era dimostrato di successo, per la casa madre di Call of Duty era tutto l’opposto.

I tagli, come abbiamo potuto scoprire con precisione in questi ultimi giorni, toccano sopratutto le sezioni non legate allo sviluppo di giochi: questo ovviamente non significa che il lato “developer” non venga in alcun modo influenzato dai cambiamenti. Il tutto è iniziato già a dicembre, quando Blizzard ha eliminato il programma di eSport di Heroes of the Storm, oltre a ridurre il numero di sviluppatori dedicati al gioco; le motivazioni sono semplici: è il gioco di minor successo del team e le risorse sono state ricollocate.

Il presidente di Blizzard, J. Allen Brack, ha affermato in proposito che “il numero di dipendenti di alcuni team è fuori proporzione per gli attuali ritmi di rilascio dei giochi. Questo significa che dobbiamo ridurre i numeri in alcune aree della nostra organizzazione.” Ad esempio, questo tipo di manovre toccano tutto il team di Activision dedicato al supporto di Destiny (PR, marketing, social media, etc.) che ora non hanno più lavoro: alcuni membri hanno la possibilità di assumere diverse posizioni all’interno della compagnia, ma i posti sono ovviamente limitati e i licenziamenti sono obbligatori.

I tagli si applicano su Activision e Blizzard, ma anche su King (sviluppatori di Candy Crash): i più recenti rumor parlano di una chiusura totale di King Seattle, una delle sussidiarie della compagnia. Infine anche alcuni studi di Activision sembrano in procinto di subire dei tagli: uno di questi dovrebbe essere High Moon, attualmente impegnata negli ultimi lavori su Destiny 2, come da accordi tra Bungie e Activision.

L’obbiettivo di Activison Blizzard è quindi di riorganizzarsi e riposizionare le risorse sullo sviluppo di giochi, concentrandosi su Call of Duty e Diablo: il primo, nella sua edizione del 2019, avrà una campagna single player (non presente in Black Ops 4, del 2018), mentre il secondo sta puntando sul capitolo mobile Immortal (più fonti interne, rimaste anonime, affermano che il mercato di riferimento è sopratutto quello cinese, dove la serie è apprezzata e il mondo mobile è dominante).

Da un certo punto di vista si può sperare che questo porti più contenuti (ottimo per gli utenti e per il lato finanziario), al tempo stesso però il risultato è che circa 770 persone non avranno più un lavoro. I dipendenti Blizzard saranno supportati dalla compagnia, con aiuti finanziari e nella ricerca di nuove posizioni lavorative, ma non è niente più che una consolazione.