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Dying Light: Bad Blood, provato il nuovo DLC Battle Royale

Il Battle Royale è un genere che da diverso tempo sta spopolando fra i videogiocatori, capitalizzando una buona parte del settore. Tra un PlayerUnknown's Battlegrounds e un Fortnite, però, i ragazzi di Techland hanno deciso di mettere la mano sul piatto andando di nuovo a supportare uno dei loro titoli di punta che tutt'oggi raccoglie più di quattordici milioni di appassionati: con un secondo capitolo in lavorazione, Dying Light torna sui nostri schermi più brutale che mai nella sua nuova pelle – quella del multigiocatore Bad Blood. Dopo che il DLC The Following ha migliorato ulteriormente l'esperienza andando ad aggiungere i veicoli e nuove zone esplorabili, con Bad Blood gli sviluppatori hanno deciso di lanciarsi in un percorso differente: appunto, il Battle Royale, dove cercano di trovare il giusto spazio grazie a una loro personale, adrenalinica e brutale interpretazione di questo genere.

Dodici entrano in gioco, uno solo resterà vivo

Cos'è Dying Light: Bad Blood? Semplice. Prendete dodici giocatori abili nel parkour, gettateli in una città infestata dagli zombie e date loro come obiettivo quello di raccogliere bottino, difendersi dagli infetti ma al contempo trucidare gli altri partecipanti finché uno solo resterà vivo. "May the odds be ever in your favour", diceva Effie Trinket in Hunger Games ed è proprio su questo stile che si pone il nuovo contenuto (free-to-play, ricordiamo, a meno che non preferiate accedervi in Early Access a settembre spendendo qualche soldo) di Techland, sebbene su una scala più ridotta e con qualche partecipante decomposto in più controllato dall'intelligenza artificiale che servirà sia da ostacolo sia da fonte di esperienza. Gli sviluppatori hanno inizialmente annunciato Bad Blood nel 2017 come un'espansione indipendente da sei giocatori ma le cose sono cambiate e ora il tutto si presenza più come un titolo a sé stante: l'obiettivo dei giocatori, gettati in una carneficina a cielo aperto, è raccogliere campioni di sangue da alcune sostanze organiche sparse lungo la mappa e controllate, a seconda di quanto materiale sono in grado di offrire, da diversi tipi di infetti – ci sono quelli di bassa categoria come i Biter e gli armadi a muro di due metri che impugnano un martello da fabbro meglio noti come Goon. È necessario raccogliere una determinata quantità di campioni affinché un elicottero possa venire a prendere il giocatore più abile e spietato al punto d'estrazione: sottolineiamo il, al singolare, poiché per motivi non meglio specificati c'è un solo posto a bordo del velivolo, e quel posto va conquistato con sangue e sudore. Soprattutto sangue. Degli altri giocatori.

Dying light bad blood copertina

Prima di tutto questo però, ovvero dell'atto finale, c'è tutto un percorso in cui la sopravvivenza al suo livello più estremo la fa da padrona. Inizieremo la nostra partita senz'armi, bene o male distanti dagli altri giocatori, con due obiettivi in particolare che vanno ad affiancare quello di base: trovare qualcosa per difendersi e salir di livello per aumentare tanto la salute quanto le capacità combattive. Si può ottenere esperienza in diversi modi, dalla semplice raccolta di risorse (intese come oggetti e campioni di sangue) all'uccidere i nemici, reali o controllati dal computer: ogni level up comporta un incremento della salute massima, dunque di conseguenza una cura completa del personaggio, e un miglioramento della nostra forza d'attacco – essenziale non solo per affrontare al meglio gli altri giocatori ma anche infetti come i già menzionati Goon. Ricordate poi che appena l'elicottero sarà attivo per venirvi ad estrarre dalla zona, si attiverà la logica del last man standing: le lotte si faranno ancora più serrate perché i sopravvissuti convoglieranno verso il punto di estrazione, che non sarà immediata ma richiederà un po' di attesa durante la quale è tutta una questione di preparazione e abilità. I giocatori vi si lanceranno addosso con tutto quello che hanno e questa consapevolezza vi si porrà come condizione di stress fin dall'inizio della partita: da un lato sapete che la raccolta di risorse è fondamentale per lo scontro finale, dall'altro è anche vero che vagare in cerca di oggetti utili ci toglie tempo prezioso per effettivamente salire di livello andando a scontrarci con i partecipanti o gli infetti. Questo livello di tensione e la necessità strategica sono familiari a chi mangia pane e PUBG (o Fortnite) a colazione ma è pur vero che aver inserito dei nemici aggiuntivi e, in un certo senso, imprevedibili aggiunge un po' di pepe alla situazione; sarebbe stato forse preferibile avere gli infetti più attivi, quando al contrario fanno gruppo attorno a un campione organico e reagiscono solo se il giocatore è in prossimità, il che porta a ridurre la tensione. Restano comunque un'aggiunta gradita.

Dying light bad blood freccia

I veterani di Dying Light si sentiranno senza dubbio a casa con Bad Blood, perché i comandi sono rimasti sostanzialmente gli stessi salvo alcune leggere modifiche per godere meglio dell'esperienza multigiocatore: il crafting è stato velocizzato, ad esempio, è un semplice tocco del D-Pad quando si hanno a disposizione i componenti applicherà questi ultimi alle armi, evitandoci così di rimanere vulnerabili verso gli attacchi dei giocatori. Poiché Bad Blood non vuole avere l'open world e il livello di personalizzazione pari al titolo originale, si tratta di modifiche che hanno perfettamente senso nell'economia del gioco: oggetti e armi raccolte sono abbastanza vari da impedire al giocatore di restare invischiato nella scelta di cosa sia meglio tenere e cosa invece scartare. Questa modalità inedita ha un incredibile potenziale di cui Techland è ben consapevole e che sembra voglia sfruttare al meglio: gli sviluppatori non si sono sbilanciati troppo su cosa produrranno come contenuti post lancio ma sappiamo che il supporto al gioco sarà completa, e che alcune ispirazioni per le mappe si baseranno proprio sulle creazioni della community, a rimarcare come il parere degli utenti sia vitale.

Dying light bad blood salto

Nel corso della mezz'ora circa di prova abbiamo preso parte a due partite e l'impressione generale, dopo un primo tentativo un po' zoppicante sia per riprendere familiarità con i comandi sia per farsi un'idea del flusso di gioco, è che Bad Blood sia già sulla strada giusta per distinguersi grazie al tocco unico che ha fatto del gioco originale un tale successo. C'è ancora qualche perplessità sul PvP, sia per un'esecuzione fin troppo lenta degli attacchi quasi ci fosse un problema di input lag sia perché, nel momento in cui ci si trova faccia a faccia, lo scontro può durare in eterno mentre entrambi i giocatori fanno oscillare violentemente le loro armi nella speranza di colpire l'avversario – questo magari mentre un terzo giocatore da una posizione di vantaggio approfitta della situazione. L'effetto sorpresa di fatto è il miglior aspetto su cui fare affidamento perché il gioco continui a rimandare le stesse adrenaliniche sensazioni che si provano quando ci si infiltra in un'area popolata da infetti. Allo stesso modo, la mappa in cui si sono svolte le partite non ha sfruttato al meglio le verticalità del parkour ma è plausibile che altre zone faranno dell'anima di Dying Light il punto chiave attraverso cui avere la meglio sui nemici. Un po' di rifiniture e Bad Blood diventerà un gioco da tenere d'occhio.


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