Articolo di opinione

Ci sono troppi videogiochi e troppo lunghi, non va bene

Quando, qualche giorno fa, sono riuscito a depennare dal mio comunque infinito backlog uno dei videogiochi che vi figurava da maggior tempo mi sono preso qualche giorno per decidere su cosa tuffarmi immediatamente dopo. Normalmente non ci metto molto, essendo un fiero ossessivo/compulsivo ho il mio bel file di testo nel quale sono inseriti tutti i giochi in mio possesso che devo ancora finire (e spesso anche iniziare, ahimè), divisi per piattaforma: do un’occhiata e via, sotto con il successivo. Mi sono però trovato in una situazione in realtà per nulla rara per chi fa questo mestiere, quella nella quale sai che potrebbe arrivare un titolo importante sul quale lavorare e quindi ti tieni piuttosto spiccio, in maniera da poterti concentrare solo su quello. Non solo: avevo già prenotato uno dei giochi più importanti tra quelli in uscita in questo periodo, ovvero Metroid Dread, per di più contrariamente alle mie abitudini nella pregevole edizione da collezione. Diavolo, son passati 19 anni dal capitolo più recente della serie, un’eccezione si poteva (doveva!) fare. Quindi, calma e gesso! “Evitiamo di iniziare o riprendere giochi che da qui a pochi giorni dovrò rimollare”, mi sono detto, fiero ovviamente dei miei nobilissimi propositi e del tutto fiducioso riguardo il buon esito dei miei intenti.

Ovviamente, non è andata esattamente come avevo attentamente pianificato, nonostante sia riuscito a resistere al canto delle sirene più suadenti. Una volta capito che no, dell’atteso gioco non mi sarei potuto occupare, e visto che comunque mancava qualche giorno all’attesissimo ritorno di Samus Aran, che nelle mie aspettative rivaleggia tranquillamente con la seconda venuta di Cristo, ho iniziato a studiare il modo migliore per ingannare il tempo, senza caricarmi nel mentre di nuovi titoli da giocare. Mi sono dedicato, per esempio, alla mia nutrita collezione di sparatutto a scorrimento (tanto orizzontali quanto verticali), genere che mi procura viscerale ed enorme godimento videoludico e che è per sua natura perfetto da fruire nei momenti in cui non si ha il giocone sottomano; siccome però la carne è debole ho ceduto quando, ricontrollando la lista dei titoli nel backlog, ho incontrato la voce The Witcher 2: Assassins of Kings.

Sì, sono tornato, no, stavolta non vado via...
Speciale bulimia videoludica

Molteplici volte iniziata, mai portata avanti, la seconda avventura videoludica dello strigo figurava tra i giochi che caspita, assolutamente avrei dovuto finire il prima possibile, in maniera da potermi finalmente dedicare a The Witcher 3: Wild Hunt, il più grande e doloroso buco nella mia recente carriera da videogiocatore. “Finisco finalmente il 2, e poi sotto con il 3 su Xbox Series X, nella versione per console di nuova generazione”. Ormai avrete capito che la solidità dei miei piani è pari a quella degli espedienti che Willy il Coyote s’inventa per acciuffare Beep Beep e probabilmente anche questo è destinato a crollare, con CD Projekt che al riguardo s’è fatta uccel di bosco (così come per la versione new gen di Cyberpunk 2077); comunque, sotto con The Witcher 2, con la consapevolezza che non sarei riuscito a finirlo prima dell’arrivo di Metroid Dread.

Poi succede, nell’ordine, che riesco a recuperare un po’ di retrogiochi (anche se io preferisco chiamarli classici) che inseguivo da un po’, che Steam decide di regalare i primi due Syberia, anch’essi da tempo nelle mie mire, e che Microsoft, colpo finale, alla già pregevole lista dei titoli di settembre 2021 di Xbox Game Pass, nella quale già figuravano giochi che assai attendevo, come Unsighted e Sable aggiunge Scarlet Nexus, l’occasione perfetta quindi per un recuperone di gran classe a costo zero. Tilt! “Mollo The Witcher 2, inizio Scarlet Nexus”; “caspita quanto mi ispira Unsighted”; “vabbè, chiudo gli occhi e mi tappo le orecchie e cerco di arrivare puro all’8 ottobre”, che è stato quello che sono riuscito a fare, ma sopprimendo i miei bassi istinti di immediato possesso e godimento.

...forse
Speciale bulimia videoludica

Siamo letteralmente sommersi dai giochi, e a leggerlo così davvero non si capisce cosa possa esserci di male. Ma è impossibile non sentire quanto sia soverchiante, ineluttabile quasi, l’imponente catalogo di Xbox Game Pass; quanto sia quasi volgare il modo in cui Epic Game Store regala giochi, per cercare di contrastare lo store digitale diretto rivale, Steam. Viviamo in un’epoca ludica meravigliosa, intendiamoci, e la possibilità di fruire a poco prezzo, persino gratuitamente, o grazie a un abbonamento tutto sommato poco costoso di una pletora di produzioni, anche di grandissimo rilievo e qualità, è senz’altro positiva.

Ma siamo anche sottoposti a un bombardamento dal quale è davvero difficile trovare riparo, persino iniziative benefiche si trasformano in una sorta di mercimonio videoludico. Penso per esempio al lodevole Bundle for Racial Justice and Equality, nato per raccogliere fondi da destinare alla lotta contro il razzismo: benissimo, per carità, ma è giusto che quasi 1400 giochi, anche indie di richiamo come Night in the Woods, Celeste, Beacon, Minit, A Short Hike, Anodyne e tanti altri ancora siano stati acquistabili a 5$? Non posso dire di essermi pentito di aver versato i miei soldi per una buona causa, ma non è quasi svilente per il valore di quelle produzioni? Siamo al caso limite, è ovvio, e d’altronde se va bene agli sviluppatori può andar bene a tutti, eppure…

Videogiocatore moderno, 2021
Speciale bulimia videoludica

Il rischio bulimia videoludica, non nascondiamocelo, è dietro l’angolo, l’abbuffarsi ora di questo ora di quello, ma senza mai godersi una portata nella sua interezza; un morso a un RPG, una leccatina di action, fino a sentirsi talmente pieni da avere il rifiuto, e non, come dovrebbe essere, sazi e soddisfatti. È una questione di controllo, si potrebbe eccepire, ma come detto è davvero davvero difficile resistere quando si ha davanti un ben di Dio simile. E c’è anche il rischio di perdere il valore del videogioco: quello, chiamiamolo così, di mercato, inteso come il giusto prezzo affinché chi si è sobbarcato il suo sviluppo possa essere adeguatamente ricompensato e possa dedicarsi a un altro progetto, in condizioni di lavoro adeguate; e quello come opera, come espressione del genio, inteso come cura, amore e talento.

Non si può quindi non arrivare a porsi una domanda forse anacronistica, ma abbastanza esplicativa di tutto quanto scritto finora: li apprezzavamo di più i videogiochi quando ne potevamo giocare pochissimi per volta e, coscientemente o meno, ne fruivamo in maniera più partecipe? Addirittura: gli volevamo più bene? Parliamone.

Su Amazon Italia potete prenotare Metroid Dread. Ma mi raccomando, prima finite tutto quello che avete cominciato!