Il settore dei data center si trova ad affrontare una sfida infrastrutturale di dimensioni colossali: la corsa all'intelligenza artificiale sta generando una domanda di rame senza precedenti, con gli analisti che prevedono capacità di soddisfare appena il 70% del fabbisogno entro il 2035. In questo contesto critico, Amazon ha siglato un accordo strategico con il colosso minerario Rio Tinto per assicurarsi la prima produzione di rame estratto negli Stati Uniti dopo oltre un decennio di assenza, destinato ad alimentare l'espansione della propria infrastruttura cloud dedicata all'AI.
L'accordo si distingue non solo per il valore simbolico del ritorno dell'estrazione cuprifera americana, ma soprattutto per l'impiego della Nuton Technology di Rio Tinto, un processo estrattivo innovativo che promette di rivoluzionare la filiera mineraria tradizionale. La tecnologia, implementata su scala industriale lo scorso mese presso la miniera di Johnson Camp in Arizona, opera di Gunnison Copper, elimina completamente la necessità di concentratori, fonderie e raffinerie convenzionali, producendo catodi di rame con purezza del 99,99% direttamente in loco.
Dal punto di vista della sostenibilità ambientale, aspetto sempre più rilevante anche per le normative europee sul Green Deal, il processo Nuton rappresenta un significativo passo avanti. Rio Tinto dichiara che il metodo utilizza quantità sostanzialmente inferiori di acqua rispetto all'estrazione tradizionale e genera emissioni di carbonio ridotte, rendendo economicamente sfruttabili giacimenti a bassa concentrazione che sarebbero altrimenti non redditizi con le tecniche convenzionali.
Tuttavia, i numeri rivelano la sproporzione tra innovazione tecnologica e scala del problema. Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, l'accordo soddisferà solo una frazione infinitesimale delle necessità di Amazon. Ogni data center hyperscale del gigante dell'e-commerce richiede decine di migliaia di tonnellate di rame per cablaggio, raffreddamento e alimentazione elettrica. La produzione prevista dal sito di Johnson Camp raggiungerà 14.000 tonnellate metriche in quattro anni attraverso il processo Nuton, cifra insufficiente persino per un singolo impianto.
Il quadro si completa con ulteriori 16.000 tonnellate che proverranno da metodi di lisciviazione convenzionale in heap leaching, portando il totale contrattuale a quasi 30.000 tonnellate. Questo significa che meno della metà del rame fornito utilizzerà effettivamente il metodo più ecologico, evidenziando come la tecnologia Nuton sia ancora in fase di scalabilità industriale rispetto alle tecniche tradizionali.
L'iniziativa di Amazon si inserisce in una tendenza più ampia del settore tech, dove colossi come Microsoft, Google e Meta stanno cercando di assicurarsi forniture stabili di materie prime critiche per supportare l'espansione dell'infrastruttura AI. I modelli di linguaggio di grandi dimensioni (LLM) e i sistemi di machine learning richiedono cluster di GPU sempre più estesi, con conseguente moltiplicazione del fabbisogno di rame per interconnessioni ad alta velocità, alimentazione ridondante e sistemi di raffreddamento a liquido.
La questione della carenza di rame rappresenta un collo di bottiglia potenzialmente limitante per l'intera industria tecnologica. Con l'elettrificazione dei trasporti, la transizione energetica verso le rinnovabili e l'espansione del 5G che competono per le stesse risorse, la capacità estrattiva globale rischia di non tenere il passo. Tecnologie come quella di Rio Tinto potrebbero riaprire giacimenti considerati esauriti o economicamente non sfruttabili, ma la loro diffusione su larga scala richiederà anni di investimenti e perfezionamenti.