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Dragonero – Il Ribelle: Attacco a Vàlhendàrt, recensione

C’è una costante all’interno delle ultime storie di Dragonero – Il Ribelle. Da quando lo scout ha scelto di schierarsi contro la nuova reggenza dell’Impero Erondariano, i due creatori della saga fantasy di casa Bonelli non si sono concentrati solamente sulla definizione bellica della vicenda, ma hanno sacrificato facili occasioni di una narrazione improntata agli scontri per approfondire il contesto emotivo, scegliendo di rendere più vivo e umano questa complessa parantesi della vita di Ian Aranill. Albi come Attacco a Vàhalendàrt svolgono egregiamente questo compito grazie alla loro natura antologica.

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Avere a disposizione delle storie brevi, unite da un racconto ‘cerniera’, consente agli autori di non rimanere vincolati a un punto di vista unico della Ribellione, ma offre la possibilità di dipingere un mosaico di situazioni ed eventi che conferisce una maggior profondità e umanità al tutto. L’intenzione degli autori, evidentemente, non è quella di raccontare una semplice storia fantasy d’azione, ma continuare a dare colore e respiro all’Erondar, al mondo che hanno creato con Dragonero. Non è sufficiente concentrare tutto solo sul titolare della testata, che per quanto abbia la fibra di poter affrontare grandi sfide, mostra la caratteristica migliore per un eroe vero: essere sempre e comunque un uomo.

Attacco a Vàlhendàrt, la ribellione colpisce al curore dell’impero

Se nei precedenti albi, come Ricercati! e Il sacrificio di Yannah, abbiamo visto emergere il lato più fragile di Ian, questa sua travolgente umanità trova un’eco nella sincera emotività dei componenti della Ribellione. Nella letteratura e nel cinema, spesso ci vengono presentati coloro che si oppongono al potere iniquo come eroi incrollabili, ma Vietti e Enoch vanno oltre questa immagine romantica, la loro ribellione è fatta di uomini feriti e in cerca di vendetta, che lottano al fianco di Ian e dei suoi fedeli compagni condividendo obiettivi ma spesso appellandosi a metodi lontani dall’approccio comunque morale di Ian.

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La dimostrazione di questa visione umana dell’essere ribelli si palesa nel primo racconto contenuto in Attacco a Vàhalendàrt. Nonostante la volontà di Ian e dei leader della Ribellione di non lanciarsi in attacchi scriteriati con il trono erondariano, una fazione di ribelli decide di tentare un assalto diretto alla capitale, all’insaputa di Ian, il quale subisce questa loro scelta temeraria ma infruttuosa come un fallimento personale. Ancora una volta, Vietti trova la giusta caratura morale del personaggio rendendola la chiave di lettura della Ribellione, senza farla divenire l’unica nostra visione del momento storico dell’Erondar, ma la leva emotiva con cui possiamo vivere più intensamente questo turbolento periodo.

La bellezza di queste numeri antologici è, come detto, la possibilità di spaziare, di dare portare il lettore a conoscere diversi eventi che accadono in contemporanea, trasmettendo tutta la vitalità della Ribellione. Attraverso questi scorci, infatti, si possono raccontare dei passaggi fondamentali non solo del presente della lotta contro il potere di Leario, ma anche gettare i semi di quello che sarà l’Erondar quando questa guerra intestina giungerà al termine.

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Parentesi come quella dedicata a Yamara non hanno solo il merito di farci conoscere luoghi esotici dell’Erondar, ma sono anche la rappresentazione della speranza che anima i ribelli. Senza entrare troppo nello specifico per non rovinare il gusto della lettura, è sufficiente dire che il breve racconto dedicata alla Guardiana è un momento emozionante, una delicata concessione di Vietti a una speranzosa visione futura da parte dei ribelli, che mentre cercano di rovesciare l’attuale ordine sociale si preparano per dare vita, una volta trionfato, a una nuova società.

E che ci sia un futuro, lo sappiamo sin dal primo numero di Dragonero – Il Ribelle, grazie al ‘vecchio’ Gmor, divenuto il cronista degli eventi della Ribellione. Tocca all’orco, infatti, divenire la voce narrante dei numeri antologici, diventando per gli autori lo strumento perfetto per stuzzicare la curiosità dei lettori, che passano dall’assistere alla lotta di Ian e compagni al vedere come i loro sforzi abbiano portato a un Erondar diverso. Questo abile balletto tra diverse linee temporali è un escamotage narrativo interessante, crea una tensione narrativa che consente a Vietti ed Enoch di lanciare dei segnali ai lettori. D’altronde, sin dai primi numeri di Dragonero sono stati inseriti dei dettagli che lasciavano intendere come la trama orizzontale della saga fosse figlia di un processo creativo impressionante, animato da una pianificazione attenta e scandita alla perfezione.

Un numero antologico perfettamente inserito nella continuity

Albi come Attacco a Vàhalendàrt confermano questa costruzione precisa, la presenza di un anziano Gmor è il tramite tra presente e futuro, in un delicato gioco di equilibri che richiede agli autori una gestione attenta del personaggio, soprattutto quando dialoga con altri suoi contemporanei. In queste occasioni, infatti, bisogna trovare un giusto compromesso tra una parlantina spontanea e credibile e la necessità di non dire qualcosa di troppo, che anticipi troppo gli eventi o, al contrario, trovare una giusta forma dialettica con cui trasmettere l’informazione credibile con credibilità.

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Sfida, quegli degli autori, che viene sostenuta da un sempre impeccabile comparto artistico. Anche Attacco a Vàhalendàrt conferma, infatti, l’alta qualità di questa produzione Bonelli, e per la sua particolare natura questo albo consente a ben quattro autori (Cristiano Cucina, Vincenzo Riccardi, Fabio Babich e Ludovica Ceregatti) di dare vita ad altrettante parentesi della storia di Dragonero. Ogni artista interpreta al meglio il proprio capitolo, la presenza di un’identità artistica differente per ogni storia non priva di continuità la lettura, anzi è un punto di forza, rafforza l’individualità dei protagonisti lasciando però inalterata la sensazione di tutt’uno narrativo della saga.

Attacco a Vàhalendàrt ha solo un difetto: lasciare a riposo Gianluca Pagliarani e Paolo Francescutto. La coppia di artisti che ci ha oramai viziati a grandi copertine per gli albi di Dragonero – Il Ribelle, infatti, questo mese ha avuto un compito più semplice del solito, considerato che anche la collana fantasy bonelliana aderisce all’inziativa della collezione delle medaglie commemorative per festeggiare gli 80 anni della casa editrice. Occasione in cui tutte le testate bonelliane offriranno delle copertine che vedano i titolari delle serie campeggiare stoicamente in copertina.