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La Città Incantata: sogni e visioni di Hayao Miyazaki

La Città Incantata è uno dei film più amati del maestro del cinema d’animazione giapponese Hayao Miyazaki. Prodotto dallo Studio Ghibli fondato dal già citato regista e Isao Takahata, La Città Incantata è stato distribuito nelle sale giapponesi il 20 Luglio 2001 ed ebbe da subito un enorme successo, tanto da vincere, quell’anno, il premio Oscar come miglior film d’animazione.

Il film di Miyazaki non è un semplice lungometraggio di animazione come, del resto, nessuno de suoi film lo è, ma è un vero e proprio viaggio all’interno di quella che sembra quasi una bolgia infernale ma che mostra, al contempo, una stratificazione di significato che va oltre l’immagine sullo schermo. La Città Incantata è il film più complesso e con maggiori chiavi di lettura del regista giapponese, che svela una infinita gamma di riflessioni che solo a una visione più attenta è possibile comprendere.

Una storia, tanti significati

La storia ci racconta le vicissitudini di Chihiro, una bambina capricciosa in viaggio con i genitori verso una nuova vita. Nelle prime immagini, infatti, vediamo la giovane in auto con i genitori, lamentarsi di questo trasloco che l’ha portata via dai propri amici. Durante il viaggio, il papà di Chihiro, per arrivare prima alla destinazione, già di per sé vicinissima, decide di imboccare una scorciatoia.

I tre, madre padre e figlia, si ritroveranno all’ingresso di uno strano tunnel dove è impossibile procedere con l’automobile, e decidono, quindi, di proseguire a piedi. Dopo una lunga passeggiata, la famiglia si ritroverà all’interno di quello che sembra un parco divertimenti abbandonato, ma che cela un segreto indicibile.

Lo shock di Chihiro alla prima visione di questa Città Incantata che piano piano, dopo il tramonto, inizia a prendere vita e trasformare le cose conosciute in qualcosa di assolutamente delirante, è molto forte, la bambina sembra quasi impazzire nei primi istanti di smarrimento. Chihiro assiste alla trasformazione dei suoi genitori in maiali, significato trasfigurato della loro ingordigia dinanzi a un buffet luculliano dove non sono riusciti a contenere la loro bramosia.

La bambina, sconvolta, cerca di scappare da quella città “stregata”, ma per salvare i suoi cari è costretta a scendere a patti con qualcuno o qualcosa. Scoprirà che a capo della città c’è una temibile strega di nome Yubaba e conoscerà un giovane ragazzo, discepolo della strega, il cui nome è Haku, che la aiuterà durante questa pericolosa avventura.

La trama, analizzata qui a grandi linee, è molto più complessa di quello che può sembrare a una iniziale visione del film, perché ci riporta all’interno di dinamiche complesse, che si rifanno alla cultura e alle tradizioni proprie del Giappone, come l’animismo e lo scintoismo, per esempio. Ma, oltre questa spiccata spiritualità di quello che è il film più stratificato del maestro Miyazaki, troviamo anche una forte critica alla società contemporanea e alla politica occidentale. Si parla, come abbiamo visto nell’episodio della trasformazione dei genitori di Chihiro in maiali, di avidità umana.

I maiali, in questo senso, diventano vera e propria trasfigurazione del peccato capitale dell’avarizia. In questo caso, però, il concetto cristiano di peccato viene in qualche modo superato, non abbiamo più la punizione per qualcosa che si è fatto, ma c’è, invece, la trasfigurazione. È tangibile sulla figura dei due coniugi, genitori di Chihiro, quanto l’ingordigia e l’avarizia abbiano nuociuto, senza cercare il significato della punizione nella teologia.

La Città Incantata, una società strutturata

Altra importante storia dal profondo significato è quella del giovane Haku. Il ragazzo che aiuta Chihiro nei momenti di maggiore smarrimento iniziale, è un discepolo della strega Yubaba e vive con essa un rapporto subalterno dove lui è, perciò, sottomesso al volere della strega. Haku sembra quasi un automa, pallido, si muove in modo quasi meccanico. Caratteristiche, queste, che saranno rivelate a Chihiro da un altro personaggio al servizio di Yubaba, Kamaji, che dirà alla bambina come il giovane non abbia nemmeno più consapevolezza del suo passato, prima di diventare allievo della strega.

Il racconto qui diventa una sorta di allegoria morale sulla consapevolezza e sulla responsabilità delle proprie azioni in una società gerarchica, dove la base della piramide non ha dignità, ma produce beni e li consuma per poi, semplicemente, lasciar posto ad un altro ingranaggio della macchina al servizio del vertice della società.

Il sistema raccontato ne La Città Incantata, quindi, assume le caratteristiche della società capitalistica, volta allo sfruttamento e all’alienazione di ogni componente di essa. Questa connotazione di significato che Miyazaki conferisce al film è un’aspra critica alla società contemporanea dove l’uomo perde la propria identità per alienarsi in un progetto più grande. Questo, alla fine dei conti, non porta giovamento al lavoratore ma solamente al capo, che è al vertice di questa società piramidale.

Miyazaki rende anche tutto il comparto grafico e stilistico, oltre che narrativo, funzionale a questa alienazione programmatica degli abitanti della città. I personaggi assumono le caratteristiche proprie del soggetto alienato, sia figurativamente sia interiormente. Riconosciamo subito chi è destinato a lavorare di più e chi, invece, lavora meno. Ma, perché tutte queste persone sono ingranaggi di una macchina perfetta che non può smettere di funzionare?

Semplicemente per ricevere la loro retribuzione, ma mai la libertà tanto sperata. Inoltre, questi soggetti potrebbero essere in grado di vivere da persone libere? Non avendo coscienza né della loro interiorità né, tanto meno, della loro alienazione, i lavoratori de La Città Incantata sono stereotipi, personaggi tipici che rappresentano il vuoto, la ricerca spasmodica di denaro, che alla fine non porta assolutamente a nulla poiché non possono acquistare la loro libertà che, per ogni uomo, è il bene più prezioso. 

Un film universale

La grandezza del film di Miyazaki che oggi, a distanza di ben diciannove anni, ancora ci fa riflettere e dibattere sulle varie chiavi di lettura, è una pietra miliare della cinematografia mondiale. Questo perché le tematiche affrontate sono universali, così come universale è la messa in scena. Non parliamo di un prodotto cervellotico, di difficile comprensione o appartenente a qualche corrente stilistica particolare. No, il film La Città Incantata è tanto semplice quanto complesso nei significati delle riflessioni che possiamo fare a posteriori.

La Città Incantata ci conduce per mano in un mondo che è allegoria e trasfigurazione della nostra realtà e fa vivere allo spettatore qualcosa di totalmente inaspettato, di meraviglioso e atroce allo stesso tempo. Questa è la caratteristica di ogni opera d’arte che si arroga l’onore di diventare un grande classico. La pellicola è così bella, esplosiva e ricca di significati diversi e stratificati che può essere vista a qualsiasi età, è adatta ai più piccoli ma anche agli adulti che certamente possono trovare in essa una lucida critica alla società contemporanea, già attuale quasi venti anni fa. 

Se volete approfondire le tematiche de La Città Incantata, vi consigliamo la lettura del saggio di Valeria Arnaldi che potete acquistare a questo link.