Cinema e Serie TV

Mortal Kombat, la recensione del reboot: popcorn e fatality

A poco più di un mese dall’uscita negli Stati Uniti, l’attesissimo reboot cinematografico di Mortal Kombat arriva anche in Italia in esclusiva e in prima assoluta il 30 maggio su Sky Cinema Uno alle 21.15 e in streaming su NOW.

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Sarà riuscito il regista esordiente Simon McQuoid, accompagnato alla sceneggiatura da Greg Russo, Oren Uziel e Dave Callaham, nell’arduo compito di rilanciare un franchise che si è più volte reinventato con successo dal punto di vista videoludico mentre, partito molto bene con l’omonima pellicola del 1995 (diventata poi un cult fra gli appassionati), subì un clamoroso tracollo? Ma soprattutto il regista sarà riuscito a trasporre sul grande schermo in maniera credibile tutta la brutalità (spesso grottesca ed ironica) dei combattimenti e l’immanenza della lore del videogioco?

Sky

Mortal Kombat: un torneo millenario per il destino della Terra

Giappone, 1617. I clan Lin Kuei e Shirai Ryu sono in guerra. Bi-Han del Lin Kuei decide di sferrare il colpo decisivo e punire il leader rivale Hanzo Hasashi attaccando lui e la sua famiglia nella loro casa interrompendo così la sua linea di sangue e con essa la rivalità. Lo scontro è mortale e senza esclusione di colpi: Bi-Han infatti è dotato di arcani poteri legati al freddo mentre Hanzo, dopo aver vista la sua famiglia massacrata, giura vendetta e viene trasportato magicamente dopo aver esalato l’ultimo respiro. L’unica a salvarsi sembra essere la figlia neonata di Hasashi grazie all’intervento di Lord Raiden, il dio del Tuono.

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Presente. Così come scritto nelle antiche regole, l’Outworld è in procinto di invadere la Terra, o meglio l’Earthrealm, avendo vinto gli ultimi nove dei dieci tornei Mortal Kombat. Ma Shang Tsung, stregone dell’Outworld e ospite del torneo, teme una profezia che afferma che la “linea di sangue di Hanzo Hasashi” riunirà una nuova generazione di campioni dell’Earthrealm per impedire la vittoria definitiva dell’Outworld. Lo stregone decide quindi di contravvenire alle regole inviando un suo agente, Sub-Zero, sulla Terra ad uccidere i campioni dell’Earthrealm, tutti contrassegnati da un marchio a forma di drago, prima che inizi il prossimo torneo.

Sulla Terra intanto il maggiore Jax rintraccia l’ex-campione di MMA Cole Young. Entrambi infatti possiedono il marchio del drago. Tuttavia i due non hanno modo di confrontarsi a lungo perché vengono subito attaccati da Sub-Zero. Jax propizia la fuga di Cole e della sua famiglia intimandogli di riunirsi Sonya Blade, una sua commilitone e alleata, cercando contemporaneamente di fermare Sub-Zero ma senza successo, anzi subendo ferite mortali.

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Dopo aver messo al sicuro la sua famiglia, Cole rintraccia Sonya nella sua “base”. La donna spiega quindi a Cole il significato del marchio del drago e lo scopo del torneo Mortal Kombat di cui vi sono tracce in diverse epoche storiche. Sonya e Jax infatti stanno cercando di rintracciare tutti i campioni prima che questi vengano misteriosamente uccisi, ma finora con scarsi risultati. L’unico attualmente sotto la sua custodia è infatti lo scurrile mercenario Kano che ha ottenuto il suo marchio uccidendo un precedente combattente marchiato.

Cole è scettico ma dovrà presto ricredersi, quando un nuovo letale attacco di un altro agente di Shang Tsung viene respinto dagli sforzi congiunti suoi, di Sonya e di Kano. L’unico indizio nella mani di Sonya è il misterioso Tempio di Raiden la cui posizione è però sconosciuta ai più tranne che a Kano il quale, con la promessa di una lauta ricompensa, decide di accompagnarli. Ma il mercenario è tutt’altro che sicuro della posizione del tempio, fortunatamente però, nel mezzo del deserto, i tre vengono avvicinati da Liu Kang, emissario di Raiden.

Final Round, Fight!

Nel tempio, il Dio del Tuono non sembra essere particolarmente contento dei campioni a sua disposizione tuttavia è costretto ad autorizzarne l’addestramento dopo che Shang Tsung e i suoi tentano un audace assalto la tempio stesso. Raiden riesce ad imporre una tregua ma il tempo stringe e i prescelti devono sottoporsi a un duro addestramento affinché sviluppino i loro arcana, ovvero le abilità date dal marchio del drago che si rivela quindi un mero segno distintivo.

Sotto la guida di Liu Kang e di suo cugino Kung Lao, a sorpresa il primo a svilupparne il suo arcana è Kano, mentre Cole nonostante la sua tenacia sembra non esserne in grado. Sonya intanto non può allenarsi in quanto non possiede il marchio ritrovando però Jax salvato in extremis dalle ferite riportate dallo scontro con Sub-Zero dai monaci del Tempio. Proprio quando Raiden, deluso dalla mancanza di progressi offre a Cole la possibilità di tornare dalla sua famiglia, Shang Tsung sferra un nuovo attacco forte di una “talpa” all’interno dei campioni di Raiden. Contemporaneamente anche Cole viene attaccato sulla Terra dal mostruoso Goro.

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Proprio quando lo scontro si fa mortale, i guerrieri dell’Earthrealm riescono a sbloccare i loro arcana. Il primo round si conclude con pesanti perdite per entrambe le fazioni e con Raiden che teletrasporta i suoi in una dimensione “neutra” fra i regni. Cole, di cui scopriamo finalmente l’eredità e il coinvolgimento nel Mortal Kombat, propone un piano per costringere i campioni dell’Outworld ad una serie di scontri singoli così da poter poi affrontare e neutralizzare Sub-Zero tutti insieme.

Tuttavia il ninja sembra aver intuito le intenzioni di Cole e, giocando d’anticipo, rapisce la sua famiglia costringendolo ad uno scontro uno contro uno. Proprio quando Cole sembra essere sul punto di cedere però arriverà un inaspettato aiuto che cambierà l’inerzia della battaglia: chi è il misterioso Scorpion?

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Il piano di Shang Tsung è stato sventato ma Raiden vuole giocare d’anticipo contro il suo eterno rivale incaricando i suoi campioni di reclutare i nuovi prescelti. Cole parte quindi per Los Angeles alla ricerca di uno di questi prescelti.

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Mortal Kombat, rilanciare rimanendo fedeli alla lore

Negli ultimi 10/15 anni le grandi produzioni hollywoodiane e gli studios hanno radicalmente mutato il loro approccio soprattutto per la realizzazione di quelli che una volta venivano definiti i grandi blockbuster. Prima si cavalcava un trend (l’action movie, il kolossal storico e così via) che in alcuni fortunatissimi casi diventava saga da due o più pellicole le quali garantivano introiti per i 7/8 anni successivi. Oggi invece questo processo non è più completamente organico, e dettato dal mero successo di critica e pubblico, ma viene caldeggiato a priori nella speranza di trovare, in un’epoca in cui il consumo dei prodotti di intrattenimento è follemente accelerato, nuovi bacini (o franchise transmediali se preferite) come Harry Potter o Il Signore degli Anelli, ma anche in forma minore l’universo horror di The Conjuring o il più recente MonsterVerse con protagonisti Kong e Godzilla.

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Il lungo preambolo serve un po’ per contestualizzare il nervosismo che pervade almeno inizialmente la pellicola del regista esordiente Simon McQuoid. È nel prologo iniziale, apparentemente sconnesso per ambientazione e fotografia, che McQuoid stabilisce subito il tono e idealmente le tematiche del film. La contrapposizione fra Bi-Han e Hanzo diventa il volano attorno a cui costruire la mitologia del torneo nonché quella delle abilità legate al marchio del drago in cui confluisce poi, in maniera organica ma un po’ prevedibile, il personaggio originale di Mortal Kombat ovvero Cole Young interpretato da un ottimo e convincente, seppur un po’ troppo contrito in alcuni frangenti, Lewis Tan.

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C’è ovviamente in ballo il destino del mondo in Mortal Kombat ma la dimensione è più a misura d’uomo e di donna, perché Jessica McNamee nei panni di Sonya Blade è una delle protagonista più badass che si siano viste recentemente sullo schermo, il che ci riporta ancora una volta alla radici videoludiche della pellicola. Da un lato infatti il film procede nello svelare tutti i pezzi della complessa scacchiera che contrappone Earthrealm e Outworld (rappresentati da un credibilissimo Chin Han nei panni di Shang Tsung e un da un Tadanobu Asano forse non completamente a suo agio nei panni di Lord Raiden) e dall’altro scava nelle motivazioni che spingono questi combattenti a sfidare nemici potenzialmente letali, ma senza incorrere in inutili lungaggini psicologiche.

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L’approccio invece è più votato a quella immediatezza a metà strada fra l’action movie tout court (vedasi il personaggio di Jax interpretato da un Mehcad Brooks che si ritaglia anche le due battute più esagerate del film in altrettanti convincenti combattimenti) e l’esperienza videoludica originale che ha reso Mortal Kombat un cult (trovate qui Mortal Kombat 11 per Playstation 4). Il film, come i videogiochi, fa della scoperta del background dei personaggi/combattenti, mai completamente rivelata e sempre pronta ad essere ampliata, uno delle sue cifre più appaganti e dinamiche anche in previsione di evidentissimi sequel in cantiere. Perché Jax Sonya erano alla ricerca dei combattenti? Che operazioni conduceva Kano? qual è l’origine dei campioni di Shang Tsung?

Regia urgente, coreografie e fatality

Simon McQuoid concretizza quindi molto bene l’approccio sottrattivo della sceneggiatura di Greg Russo, Oren Uziel e Dave Callaham. Sì perché la lore, estremamente ricca ed eterogenea, non costituisce l’unico e solo elemento focalizzante di Mortal Kombat, ma al contrario con una formula estremamente asciutta dal punto di vista narrativo diventa tessuto connettivo.

Il regista quindi gioca con una tensione evidente e sempre palpabile che si concretizza ora in spettacolari sequenze di combattimento (semplici e incentrate sui movimenti di macchina e/o sull’interazione con gli ambienti quelle con protagonisti Cole o Sonya per esempio mentre tutte incentrate sulle coreografie quelle con protagonisti Joe Taslim, Bi-Han/Sub-Zero, e Hiroyuki Sanada, Hanzo Hasashi/Scorpion) ora in tutti quei momenti in cui proprio gli elementi intertestuali propri del franchise emergono con forza ed in cui le fatality, riportate sul grande in tutta la loro devastante brutalità, rappresentano il godimento massimo per lo spettatore soprattutto per quello che è anche fan dei videogiochi (clamorosa ad esempio quella su Nitara).

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Non è certamente una prova esente da sbavature quella di McQuoid né tantomeno Mortal Kombat è un film esente da difetti. La formula tensiva e urgente che brucia letteralmente il primo atto della pellicola si normalizza nella parte centrale dove si fatica maggiormente nel dare sostanza ai collegamenti fra i vari personaggi e situazioni ed in cui ci si rifugia in maniera lapalissiana nel comic relief affidato a sorpresa al personaggio di Kano (interpretato da un abrasivo Josh Lawson) che in più di una occasione risolleva in maniera decisa la tensione di un film che rischia di ripiegarsi su sé stesso in inutili intrecci e spiegazioni.

Dal punto di vista degli effetti speciali poi se l’ingresso in scena di Sub-Zero è spettacolare nell’idea ancora una volta semplice ma efficace con cui si utilizza la più moderna tecnologia a disposizione, in più di un frangente il regista e lo scenografo sembrano non lesinare un uso del green screen così evidente da dare un look posticcio e pericolosamente anni ’90 alla pellicola a cui contribuisce anche una fotografia non sempre omogenea e attentissima. Buoni anche i costumi ma anche qui l’accuratezza di Sub-Zero o Scorpion non viene replicata per esempio con Cole.

Mortal Kombat, il Fast & Furious dei cinevideogiochi

A differenza di qualche suo collega, anche più esperto, Simon McQuoid non si scompone, e mantiene la barra più o meno dritta per tutti i 210 minuti di durata di Mortal Kombat offrendo un film divertente, a tratti ingenuo, e che vuole coscientemente avere un retrogusto anni ’90.

Quello che colpisce tuttavia è il rigore che permea la pellicola e che assume, soprattutto nel terzo e conclusivo atto del film, l’aria di vera e propria spavalderia dettata dall’aver costruito un film tutto sommato equilibrato che, pur dovendo prendersi delle licenze sulla lore originale, va a toccare i giusti tasti per far sobbalzare i fan e soprattutto per divertire tutti gli altri. In questo senso, Mortal Kombat è si discosta un po’ dalla formula tipica del cinefumetto, per osmosi traslata con scarso successo nei cinevideogiochi, abbracciando invece quella grezza, urgente e caciarona di un franchise come Fast & Furious ricordandone la struttura narrativa, la composizione del cast, l’eterogeneità dei personaggi e per quel senso di world building tutto ancora da svelare e raccontare. Come prologo insomma ma con un senso compiuto e conciso.

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