Parchi divertimento

Parchi divertimento italiani in crisi. Cosa accadrà ?

L’emergenza coronavirus sta impattando in modo drastico sui parchi divertimento italiani. Tutte le strutture sono infatti costrette a restare chiuse. Dai parchi grandi e famosi fino al più piccolo. Tematico, meccanico, avventura, didattico o faunistico che sia il settore è immobile. Nessuno ha ancora potuto avviare la stagione 2020 e non ci sono presupposti per una ripresa imminente. La stagione primaverile è definitivamente saltata.

Il quadro purtroppo è sconfortante. La crisi non colpisce tutti allo stesso modo. Abbiamo visto quali saranno le conseguenze sui parchi Disney, ma ben pochi sono così fortunati. Le grandi multinazionali hanno facile accesso al credito. Possono permettersi perdite giornaliere milionarie per lunghi periodi senza che l’attività sia in alcun modo a rischio. Perderanno soltanto parecchi miliardi, pronti a rifarsi come e più di prima ad emergenza terminata. Questo è chiaro anche agli investitori che continuano a riporre fiducia in certi titoli azionari.

La situazione dei parchi divertimento italiani è sostanzialmente identica a quella nel resto del mondo, ovvero molto fragile, ma ogni situazione può essere profondamente diversa dall’altra. Ad esempio, Gardaland, Mirabilandia e Magicland sono di proprietà rispettivamente di Merlin Entertainment, Parque Reunidos e Pillarstone. Società e fondi d’investimento molto solidi, alcuni dei quali multi settoriali. Ciò si traduce in una maggiore capacità di resistere alla crisi. Tagliati tutti i costi operativi, cominciando dai dipendenti stagionali, restano i dipendenti fissi e gli oneri finanziari, onorabili più facilmente.

Per i parchi divertimento italiani più piccoli invece la situazione è molto più delicata. La maggior parte delle strutture sono gestite da piccole società, spesso a conduzione familiare. Strutture di questo tipo non hanno un accesso al credito semplice. Da questo punto di vista la discriminante tra il fallimento e la prosecuzione dell’attività è costituito dall’intervento statale a garanzia dei prestiti, i cui paletti non sempre si prestano adeguatamente alle esigenze di un parco, che per il suo carattere stagionale, difficilmente può essere equiparato ad un’azienda manifatturiera. Il discorso si estende chiaramente a tutto il comparto turistico in generale. Tornando sui piccoli parchi, purtroppo è possibile che alcuni debbano procedere con il licenziamento dei dipendenti fissi, e nella peggiore delle ipotesi alla vendita dell’attività a fondi d’investimento a prezzi molto bassi dovuti all’emergenza, del tutto fuori mercato in normali condizioni di operatività.

Sarà dura, ma sopravvivere è possibile. La situazione è in continua evoluzione, ed una grossa discriminante sarà quella del se e quando si potrà aprire nel 2020. Anche in questo caso, ogni struttura è differente. Aprire un parco zoologico che comunque ha costi fissi non eliminabili, come il parco Natura Viva conviene anche con un solo ospite pagante.  Aprire invece un parco meccanico/tematico presenta costi fissi elevati non presenti a parco chiuso, dunque la scelta se aprire o meno non è né semplice né scontata. Il pubblico potrebbe essere non troppo propenso a fiondarsi immediatamente in luoghi affollati. Anche qualora cessassero i divieti statali e regionali, dunque il fermo potrebbe protrarsi fino a quando gli ospiti non ricominceranno ad uscire nuovamente di casa.

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