Cinema e Serie TV

Robin Hood e l’eredità di Disney: le curiosità sulla volpe che rubava ai ricchi

È il 1973 e Walt Disney è già morto da sei anni, eppure la sua mano si è poggiata lo stesso sui Classici che sono stati pubblicati dal 1966 in avanti: Il Libro della Giungla e Gli Aristogatti, distribuiti rispettivamente nel 1967 e nel 1970, erano entrati in produzione per volontà di Walt, che però dovette lasciare l’azienda prima di poter assistere e ammirare Robin Hood, il ventunesimo Classico Disney e il primo guidato da una persona diversa: Wolfgang Reitherman.

L’eredità di Walt Disney

Il regista e animatore tedesco, nato a Monaco di Baviera nel 1909, era diventato a tutti gli effetti il vicario di Walt Disney, avendo firmato tutti i Classici dal 1959 in avanti: parliamo de La bella addormentata nel bosco, La carica dei 101, La spada nella roccia, Il libro della giungla, Gli Aristogatti e ovviamente Robin Hood. Ma ovviamente Reitherman non aveva esordito con una regia così importante, perché sin dal 1934 era stato accolto a Los Angeles da Disney, tanto da lavorare come animatore anche per Biancaneve e i sette nani. Il suo lavoro fu così promettente e di qualità, che venne promosso a direttore dell’animazione già su Pinocchio, il suo secondo Classico. Reitherman fu per anni quello che Lasseter è stato nell’ultimo ventennio prima in Pixar e poi in Disney, raccogliendo quell’eredità che Walt aveva lasciato: sebbene si ritrovò a lavorare in quel periodo di crisi creativa che poi sfociò, vent’anni dopo, nel Rinascimento, il periodo che va dal 1966 al 1975 se è a oggi ancora ricordato lo si deve proprio a Wolfgang Reitherman.

Robin Hood, come spesso successo nelle produzioni di Walt Disney, in origine doveva essere tutt’altro: non c’è da stupirsi, perché spesso si partiva da una determinata idea e altrettanto spesso Disney la cambiava in corsa, perché colpito da qualche altro aspetto ritenuto più valido e affascinante. Accadde anche per Robin, che in origine doveva essere Renart la volpe: Disney amava le storie con gli animali antropomorfi e il suo essersi già dedicato alle storie di Dumbo, Bambi, Cenerentola, Alice e Lilli & il Vagabondo gli permetteva di avere un buon bagaglio culturale sia nell’animazione di animali veri e propri, sia di quelli che invece dovevano essere umanizzati. Renat, però, non sembrava si prestasse bene al ruolo di eroe e di protagonista: d’altronde la raccolta di favole francese aveva sfondi satirici e sebbene rappresentasse uno dei primi esempi di letteratura borghese, quindi storicamente pregnante, non si sposava con le necessità di animazione dell’epoca.

Il conflitto con Ken Anderson

Mentre Gli Aristogatti erano in produzione, quindi, Disney spinse Ken Anderson, lo sceneggiatore del Classico, a trovare una nuova idea, che gli permettesse di mettere in disparte Renart, mantenendo però le animazioni già realizzate: il budget, d’altronde, non era altissimo e si finì ben presto a riciclare anche alcune scene dei precedenti lavori, quando Walt non poté più metterci bocca. Anderson portò con sé la proposta di realizzare una storia sulla leggenda di Robin Hood, idea che venne accolta in maniera entusiasta dagli Studios. La proposta di Anderson, però, includeva anche degli aspetti che non piacquero alla produzione, che bocciò immediatamente l’idea di ambientare la vicenda nel sud est dell’America, là dove Disney nel 1946 aveva sviluppato I racconti dello zio Tom, un film che oggi Disney+ ha ritenuto essere troppo razzista per essere distribuito sulla propria piattaforma on demand. Fu quindi Reitherman a decidere di ambientare la storia nell’Inghilterra che apparteneva proprio alla storia di Robin Hood, rendendola il più fedele possibile alla leggenda.

Anderson ne uscì sconfitto anche nella scelta degli animali: lo sceneggiatore avrebbe voluto che lo Sceriffo di Nottingham fosse una capra, per esplorare delle scelte artistiche diverse da quelle canoniche, ma non vi fu vittoria nella battaglia dello scrittore, che dovette arrendersi alla scelta di un lupo, scontato ma funzionale. Anderson propose anche l’aggiunta dei Merry Man, in Italia conosciuti come “i compagni della foresta”, i seguaci di Robin Hood: così facendo, alla volpe avrebbero dato una caratterizzazione più da eroe con i propri fedeli al seguito, ma Reitherman aveva una sola idea in testa, ossia quella del buddy movie. D’altronde erano gli anni di Butch Cassidy e Sundance Kid, i due fuorilegge più amati degli anni Sessanta in America, quindi dei Merry Man rimase solo Little John, promosso a vera spalla di Robin. Fra Tuck venne inserito nella storia come amico di Hood e infine Alan-a-Dale divenne il narratore, ossia Cantagallo.

Il riciclo e il revisionismo storico

Reitherman per le animazioni attinse da Il libro della giungla, Gli Aristogatti e Biancaneve, tant’è che per le animazioni di Little John e di Sir Biss si andarono a riprendere quelle di Baloo e di Kaa. I ricicli furono davvero tanti, anche in diverse scene con protagonista Lady Cocca, senza tralasciare il tappeto sonoro e gli effetti stessi, fino ad arrivare a un riutilizzo interno dei vestiti: l’abbigliamento di Robin Hood e del Principe Giovanni è uguale a quello di Peter Pan e del re che David Tomilison incontra in Pomi d’ottone e manici di scopa. Bisogna fare di necessità e virtù e Robin Hood si avviò ben presto a diventare quasi un compendio dei Classici degli anni precedenti. Diversa la storia degli altri comprimari, tra cui anche Fra Tuck, che originariamente Anderson avrebbe voluto rendere come un maiale: si pensò, però, che un frate che grugnisce sarebbe stato offensivo per la Chiesa, il che portò il prete a diventare un tasso. Ovviamente la sceneggiatura attinse molto dalla storia vera dell’Inghilterra di fine Duecento, ma edulcorando alcuni concetti.

La creazione del personaggio del Principe Giovanni fu, d’altronde, illuminata e molto apprezzata, nonostante la grande distanza da quella figura mastodontica che fu Giovanni d’Inghilterra. Noto anche come Plantageneto o Senzaterra, Giovanni fu l’ultimo sovrano assoluto d’Inghilterra e d’Irlanda, ma essendo il quinto figlio di Enrico II non avrebbe avuto nulla da ereditare dal padre, tanto da farlo diventare Senzaterra: la morte dei fratelli maggiori Guglielmo, Enrico e Goffredo, lasciò solo lui e Riccardo a contendersi il trono, ma – come racconta d’altronde anche Robin Hood – Cuor di Leone partì per la terza crociata, lasciando la possibilità a Giovanni di tentare la conquista del potere. Sarebbe diventato re cinque anni più tardi, in maniera legittima, arrivando a sigillare la Magna Carta, uno dei documenti più importanti per la giurisprudenza tanto britannica quanto europea, e governò per sette anni, prima di morire per dissenteria. La sua figura, buffonizzata e ridicolizzata in Robin Hood, fa riferimento al periodo in cui in maniera goffa provò a impossessarsi della corona in assenza del fratello maggiore Riccardo, ma sua madre, Eleonora d’Aquitania, ricordata spesso come defunta nel Classico Disney, era ancora viva e lo fu fino al 1204, in tempo per vivere cinque anni di monarchia del figlio più giovane e scapestrato.

Il finale alternativo e l’accoglienza tiepida

Robin Hood ebbe un’accoglienza discordante, tanto all’epoca quanto oggi. Appartiene, come già detto, a un periodo critico della produzione Disney, nel limbo dell’incertezza artistica, che Reitherman provò a tenere comunque alta. Molti definirono Robin Hood come uno degli adattamenti più deboli mai realizzati, proprio perché incapace di affondare il colpo in una critica spicciola, che era diventata stucchevole negli anni: la favola del povero che ruba al ricco aveva d’altronde già raggiunto la propria saturazione e la figura di Robin Hood, come è possibile notare negli anni successivi, aveva già peccato diverse volte di ripetitività e scarsa originalità. Resta comunque da sottolineare l’affetto che negli anni Robin e Little John hanno saputo conquistare, grazie anche a una colonna sonora firmata da George Bruns, che venne anche candidato all’Oscar per Love, come miglior canzone, però non vinto.

Al film, tra l’altro, è legata anche una stranezza per le produzioni Disney: dopo aver subito numerose batoste artistiche, Anderson decise comunque di scrivere il proprio finale, una rivisitazione di quello che Reitherman gli disse di realizzare. Dopo il tuffo di Robin nel fossato, mentre il castello va in fiamme, una freccia colpisce la volpe: Little John riesce a recuperarlo e lo porta con sé in chiesa. L’atto fa infuriare Giovanni, che insegue i due armato di pugnale, pronto a uccidere Robin alle spalle, dinanzi agli occhi di Lady Marian. Solo il pronto intervento di Re Riccardo, che ferma la mano del fratello, salva Robin Hood e gli permette di sposare la sua amata, con il benestare della corona. Una versione più cupa di quella che Reitherman scelse alla fine, spingendo Robin a urlare: “Abbasso il re fasullo d’Inghilterra”.