La Cina ha compiuto una trasformazione radicale negli ultimi quattro decenni, passando da un Paese che dipendeva dalla formazione accademica estera a una superpotenza scientifica autonoma. Un nuovo studio pubblicato su Nature Human Behaviour rivela un dato sorprendente: oltre l'82% degli scienziati d'élite delle principali accademie scientifiche cinesi ha conseguito il dottorato in università nazionali, non all'estero. Questa tendenza segna un'inversione storica rispetto agli anni Ottanta e Novanta, quando le carriere più prestigiose erano appannaggio di ricercatori formati nelle università americane ed europee.
La ricerca, condotta da Cong Cao dell'Università di Nottingham a Ningbo insieme a Jianan Huang e Hong Liu della Nanyang Technological University di Singapore, ha esaminato i profili di 3.534 membri dell'Accademia Cinese delle Scienze (CAS) e dell'Accademia Cinese dell'Ingegneria (CAE) nel periodo 1905-2023. L'analisi bibliografica ha rivelato un cambiamento radicale nella composizione delle élite scientifiche cinesi, iniziato paradossalmente proprio quando la Cina si apriva al mondo dopo la storica visita di Deng Xiaoping negli Stati Uniti nel 1979.
La metodologia dello studio ha tracciato le traiettorie educative e professionali dei membri delle accademie, evidenziando come la proporzione di scienziati con titoli conseguiti in istituzioni prestigiose come il Massachusetts Institute of Technology, Yale, Princeton, Cambridge o Oxford abbia iniziato a declinare proprio negli anni Ottanta, in controtendenza rispetto all'intensificarsi degli scambi scientifici sino-americani. Mentre i ricercatori con esperienza in entrambi i Paesi continuano a raggiungere posizioni di medio e alto livello nelle università cinesi, le posizioni apicali nelle accademie nazionali sono sempre più riservate a studiosi con formazione interamente domestica.
Secondo Britta Glennon, economista della Wharton School dell'Università della Pennsylvania, questa cifra non riflette necessariamente una debolezza del sistema di ricerca cinese, dato che il Paese è emerso come potenza scientifica globale con una "profonda capacità di ricerca". Tuttavia, potrebbe segnalare un minore interesse per l'impegno internazionale, con implicazioni che vanno oltre i confini cinesi. "Sappiamo dalla ricerca che una ridotta cooperazione internazionale danneggia la scienza", sottolinea Glennon, aggiungendo che un simile schema di disimpegno internazionale avrebbe conseguenze non solo per la Cina, ma per il progresso scientifico globale.
L'ascesa scientifica della Cina è documentata dal Nature Index, che colloca il Paese al primo posto mondiale per produzione scientifica, con la CAS che risulta l'istituzione leader per pubblicazioni su riviste scientifiche d'élite. Questa espansione delle capacità di ricerca interne ha reso meno necessaria la formazione all'estero, ma gli autori dello studio mettono in guardia contro una tendenza "preoccupante" alla sottovalutazione dell'educazione straniera, considerata meno favorevole alle riforme istituzionali e all'attrazione di talenti dall'estero.
Un altro indicatore del ripiegamento verso l'interno riguarda la composizione dei membri stranieri delle accademie. Nel 1994, l'88% degli accademici stranieri eletti proveniva dagli Stati Uniti; nel 2023, questa percentuale è crollata al 21%. La Cina ha invece aperto opportunità per ricercatori provenienti da Paesi in via di sviluppo, in linea con la Belt and Road Initiative, implementando politiche di trattamento preferenziale per le loro nomine, nonostante gli autori notino che "i membri stranieri provenienti da Paesi sviluppati tendono a ottenere risultati migliori rispetto alle controparti dei Paesi in via di sviluppo".
Gi-Wook Shin, sociologo della Stanford University il cui libro del 2025 "The Four Talent Giants" esplora l'intreccio tra forze geopolitiche e strategie per attrarre talenti, ha documentato un altro cambiamento significativo: la pressione sui ricercatori a pubblicare in cinese su riviste locali. Studenti che dieci anni fa erano rientrati in Cina con l'aspettativa di pubblicare in inglese su riviste occidentali di prestigio ora vengono criticati politicamente se non pubblicano anche in cinese. Simon Marginson, scienziato sociale dell'Università di Bristol, precisa che non si tratta di smettere di pubblicare in inglese, ma di fare entrambe le cose, il che "raddoppia il carico di lavoro".
La tendenza verso l'isolamento scientifico emerge anche dalla crescente presenza nelle accademie di rappresentanti delle regioni occidentali meno sviluppate della Cina, un fenomeno che gli autori attribuiscono in parte a sforzi di promozione dell'inclusione interna. Questa redistribuzione geografica delle élite scientifiche, insieme al declino della mobilità internazionale, configura un sistema sempre più autosufficiente ma potenzialmente meno integrato nel tessuto scientifico globale, proprio mentre le tensioni geopolitiche tra Cina e Stati Uniti rendono sempre più difficile per i ricercatori che hanno lavorato in entrambi i Paesi raggiungere posizioni senior.