Una nuova speranza si profila all'orizzonte per migliaia di uomini che si trovano ad affrontare il ritorno del cancro alla prostata dopo aver già completato interventi chirurgici o cicli di radioterapia. Uno studio clinico internazionale ha dimostrato che una terapia combinata può ridurre il rischio di mortalità di oltre il 40% in pazienti che fino ad oggi avevano pochissime alternative terapeutiche a disposizione. Si tratta di un risultato che potrebbe rivoluzionare completamente l'approccio medico a una delle fasi più critiche di questa malattia.
Il trattamento si basa sull'utilizzo congiunto di enzalutamide, un farmaco oncologico già esistente, e della terapia ormonale tradizionale. La ricerca ha coinvolto più di mille pazienti provenienti da 244 centri medici distribuiti in 17 paesi diversi, tutti accomunati da una condizione definita come cancro alla prostata ad alto rischio con recidiva biochimica. Questa situazione si verifica quando i livelli di PSA, la proteina utilizzata per monitorare l'attività del tumore prostatico, aumentano rapidamente dopo il trattamento iniziale, segnalando un'elevata probabilità che la malattia si diffonda ad altre parti del corpo, frequentemente alle ossa o alla colonna vertebrale.
Stephen Freedland, direttore del Center for Integrated Research in Cancer and Lifestyle presso il Cedars-Sinai Cancer e co-investigatore principale dello studio, ha sottolineato come questi pazienti rappresentino una categoria particolarmente vulnerabile. "Dopo il trattamento iniziale, alcuni pazienti vedono il loro cancro alla prostata tornare in forma aggressiva e rischiano una rapida diffusione della malattia", ha spiegato il medico. Per tre decenni, la sola terapia ormonale è stata l'unica opzione disponibile senza però riuscire a migliorare i tassi di sopravvivenza.
I partecipanti allo studio sono stati suddivisi casualmente in tre gruppi: uno ha ricevuto esclusivamente la terapia ormonale tradizionale, un altro solo enzalutamide, mentre il terzo gruppo ha beneficiato della combinazione di entrambi i trattamenti. Dopo otto anni di monitoraggio, i risultati hanno evidenziato una differenza sostanziale: coloro che avevano assunto la terapia combinata presentavano un rischio di morte inferiore del 40,3% rispetto agli altri due gruppi. I dati sono stati pubblicati sul prestigioso New England Journal of Medicine e presentati al congresso della Società Europea di Oncologia Medica tenutosi a Berlino lo scorso 19 ottobre.
L'aspetto particolarmente significativo di questa scoperta risiede nel fatto che l'enzalutamide è già stato approvato dalla Food and Drug Administration americana e incluso nelle linee guida del National Comprehensive Cancer Network sulla base di ricerche precedenti condotte dallo stesso team. Freedland, che ricopre anche la cattedra Warschaw, Robertson, Law Families in Prostate Cancer presso il Dipartimento di Urologia, ha anticipato che questi nuovi risultati rafforzeranno ulteriormente tali raccomandazioni, trasformando probabilmente la terapia combinata nello standard di cura per i pazienti con cancro alla prostata recidivante ad alto rischio.
Robert Figlin, direttore ad interim del Cedars-Sinai Cancer, ha inquadrato questo traguardo nel contesto più ampio della ricerca traslazionale condotta dall'istituto. "Questo trial clinico, uno dei molti che il Cedars-Sinai Cancer ha offerto ai propri pazienti, rappresenta un esempio del lavoro traslazionale svolto dai nostri medici-ricercatori", ha dichiarato. L'obiettivo finale è garantire trattamenti migliori e risultati superiori per i pazienti ovunque si trovino.
Hyung Kim, oncologo urologo e presidente del Dipartimento di Urologia al Cedars-Sinai, ha enfatizzato l'impatto pratico della scoperta. Secondo Kim, questi risultati si aggiungono a studi precedenti che avevano già dimostrato come l'enzalutamide migliorasse significativamente la sopravvivenza in altre situazioni cliniche legate al cancro alla prostata, e modificheranno concretamente le modalità con cui i medici assistono i loro pazienti. Per migliaia di uomini che si trovano in una fase critica della malattia, con opzioni terapeutiche limitate e la prospettiva di una diffusione metastatica, questa combinazione farmacologica rappresenta finalmente una possibilità concreta di prolungare la vita.
Lo studio è stato finanziato da Pfizer Inc. e Astellas Pharma Inc., le aziende farmaceutiche che hanno co-sviluppato l'enzalutamide. Stephen Freedland ha dichiarato di essere consulente per diverse aziende farmaceutiche tra cui Astellas Pharma Inc., AstraZeneca, Bayer, Eli Lilly, Johnson & Johnson Innovative Medicine, Merck, Novartis, Pfizer Inc., Sanofi, Sumitomo Pharma America e Tolmar.