Il passaggio dalla vita microbica che ha dominato la Terra per miliardi di anni agli organismi complessi e visibili rimane uno dei grandi enigmi della biologia evolutiva. Un tassello fondamentale per comprendere questa transizione è rappresentato dalla Biota di Ediacara, una misteriosa comunità di creature marine vissute circa 570 milioni di anni fa, decine di milioni di anni prima della celebre Esplosione del Cambriano. Questi organismi dal corpo molle, privi di conchiglie o scheletri rigidi, sfidano ogni logica paleontologica: sono stati preservati con straordinaria precisione in arenaria, una roccia a grana grossa che normalmente non conserva tracce biologiche delicate. Comprendere come sia stata possibile questa fossilizzazione eccezionale significa illuminare un capitolo cruciale nella storia della vita complessa sul nostro pianeta.
La Dottoressa Lidya Tarhan, paleontologa della Yale University, descrive questi organismi come radicalmente diversi da qualsiasi forma di vita successiva. "La Biota di Ediacara appare totalmente bizzarra nel suo aspetto. Alcuni esemplari mostrano simmetria triradiata, altri presentano braccia spiraliformi, altri ancora esibiscono pattern frattali", spiega Tarhan. "È davvero difficile, quando li si osserva per la prima volta, capire dove collocarli nell'albero della vita". Queste creature rappresentano quello che la ricercatrice definisce una "lunga miccia" che ha portato all'Esplosione del Cambriano, quel periodo iniziato circa 540 milioni di anni fa che ha visto la rapida diversificazione della vita animale complessa. Lungi dall'essere una rivoluzione improvvisa, l'evento cambriano appare sempre più come il culmine di un processo graduale di espansione in dimensioni, complessità e ruoli ecologici.
Il mistero della preservazione di questi fossili ha attratto l'attenzione della comunità scientifica internazionale da decenni. Gli organismi a corpo molle difficilmente sopravvivono nella documentazione fossile, e le condizioni che portano alla formazione dell'arenaria sono particolarmente ostili: si tratta di ambienti turbolenti modellati da onde e tempeste, dove l'acqua scorre facilmente attraverso i granuli grossolani cancellando rapidamente i resti biologici delicati. Eppure i fossili della Biota di Ediacara sono stati scoperti in siti distribuiti in tutto il mondo, tutti caratterizzati da impressioni dettagliate conservate proprio in questo tipo di roccia sedimentaria.
Un recente studio pubblicato sulla rivista Geology con il titolo "Authigenic clays shaped Ediacara-style exceptional fossilization" offre nuove risposte a questo enigma geologico. Il team guidato da Tarhan ha utilizzato un approccio chimico innovativo basato sull'analisi degli isotopi del litio presenti nei fossili di Ediacara raccolti a Terranova e nel Canada nordoccidentale. Questi campioni comprendevano esemplari preservati sia in sedimenti sabbiosi che fangosi, permettendo un confronto diretto tra diverse condizioni di fossilizzazione.
L'analisi isotopica ha permesso di distinguere tra argille detritiche, trasportate dalla terraferma, e argille autigene, formate direttamente all'interno del fondale marino. I risultati hanno rivelato un processo in due fasi: le particelle di argilla detritica erano già presenti nei sedimenti che hanno sepolto gli organismi, ma successivamente hanno fornito superfici su cui nuove argille potevano crescere in situ. Questo processo di formazione autigena è stato alimentato dalle peculiari caratteristiche chimiche degli oceani ediacarani, ricchi di silice e ferro, creando un ambiente favorevole alla crescita di minerali argillosi attorno agli organismi sepolti.
La scoperta ribalta una teoria consolidata che attribuiva la preservazione eccezionale di questi fossili a caratteristiche biologiche intrinseche degli organismi stessi, come una particolare resistenza chimica o durezza dei tessuti corporei. Secondo i dati raccolti da Tarhan e colleghi, la sopravvivenza nella documentazione fossile dipendeva invece dalle condizioni ambientali piuttosto che dalla durabilità biologica. In altre parole, non furono gli organismi a essere speciali, ma l'ambiente chimico e sedimentario in cui vissero e morirono.
Questa comprensione ha implicazioni profonde per interpretare la documentazione fossile di questo periodo critico. "Se vogliamo comprendere le origini della vita complessa sulla Terra, la Biota di Ediacara occupa un punto cruciale in quella traiettoria", afferma Tarhan. "È incredibilmente importante, non solo per la Biota di Ediacara ma per tutti gli assemblaggi fossili eccezionalmente preservati, che cerchiamo di capire quali siano i meccanismi dietro quella fossilizzazione eccezionale, così da poter valutare meglio in che misura questi assemblaggi fossili forniscano un riflesso fedele della vita sull'antico fondale marino".
La ricercatrice sottolinea come il salto dimensionale e di complessità rappresentato da questi organismi costituisca un cambiamento drammatico rispetto alle forme di vita piccole e microbiche che hanno dominato gran parte del Precambriano. La capacità di distinguere tra artefatti della preservazione e caratteristiche biologiche reali diventa quindi essenziale per valutare ipotesi di lunga data sui fattori che hanno guidato non solo la comparsa della Biota di Ediacara, ma anche la loro successiva scomparsa alla fine del periodo Ediacarano.
Il metodo degli isotopi del litio promette ora di essere applicato a fossili provenienti da altre regioni geografiche e periodi geologici, per verificare se processi simili abbiano operato anche altrove. Questa linea di ricerca potrebbe rivelare se la finestra di preservazione eccezionale dell'Ediacarano sia stata un evento unico legato a condizioni oceaniche irripetibili, o se meccanismi analoghi abbiano operato in altri momenti della storia della Terra.