Per oltre cinquant'anni, la comunità scientifica ha dato per scontato che i farmaci stimolanti prescritti per il disturbo da deficit di attenzione e iperattività (ADHD) agissero direttamente sui circuiti cerebrali deputati all'attenzione. Una ricerca pubblicata sulla rivista Cell il 24 dicembre 2025 ribalta questa convinzione consolidata, dimostrando che metilfenidato (commercializzato come Ritalin) e anfetamine (Adderall) influenzano primariamente i sistemi cerebrali della ricompensa e della vigilanza, non quelli attenzionali. Lo studio, condotto dal team della Washington University School of Medicine di St. Louis guidato da Benjamin Kay e Nico Dosenbach, getta nuova luce sui meccanismi d'azione di molecole assunte quotidianamente da circa 3,5 milioni di bambini americani tra i 3 e i 17 anni.
La scoperta emerge dall'analisi di dati di risonanza magnetica funzionale a riposo (fMRI) raccolti su 5.795 bambini tra gli 8 e gli 11 anni partecipanti all'Adolescent Brain Cognitive Development Study, un ambizioso progetto longitudinale che monitora lo sviluppo cerebrale di oltre 11.000 minori negli Stati Uniti. I ricercatori hanno confrontato la connettività cerebrale nei bambini che avevano assunto stimolanti il giorno della scansione con quelli che non li avevano presi, identificando pattern di attivazione sorprendentemente diversi da quelli previsti. Le aree cerebrali che mostravano un'attività significativamente aumentata erano quelle associate all'arousal, alla vigilanza e alla predizione della ricompensa, mentre i network tradizionalmente collegati ai processi attentivi non mostravano incrementi degni di nota.
Per validare questi risultati inattesi, il gruppo di ricerca ha condotto uno studio controllato su cinque adulti sani senza ADHD che normalmente non assumevano stimolanti. Ciascun partecipante è stato sottoposto a scansioni fMRI prima e dopo l'assunzione di una dose standard di stimolante, permettendo di tracciare con precisione le modificazioni nella connettività cerebrale. I dati hanno confermato quanto osservato nei bambini: i farmaci attivano prioritariamente i circuiti della ricompensa e dell'arousal, lasciando relativamente invariati quelli attenzionali. Come spiega Dosenbach, professore di neurologia presso la David M. & Tracy S. Holtzman Chair, "essenzialmente gli stimolanti pre-ricompensano il nostro cervello, permettendoci di continuare a lavorare su compiti che normalmente non catturerebbero il nostro interesse, come la nostra materia meno preferita a scuola".
Questo meccanismo d'azione indiretto offre una spiegazione coerente anche per un fenomeno apparentemente paradossale: come mai farmaci stimolanti riducono l'iperattività. Secondo i ricercatori, i compiti sui quali i bambini non riescono a concentrarsi sono quelli che percepiscono come poco gratificanti, spingendoli a cercare continuamente stimoli alternativi. Sotto l'effetto degli stimolanti, questi stessi compiti acquisiscono un valore di ricompensa maggiore, rendendo i bambini più capaci di rimanere seduti e concentrati non perché direttamente costretti dall'azione farmacologica sull'attenzione, ma perché non sentono più il bisogno di alzarsi per trovare qualcosa di più interessante da fare.
L'analisi dei dati dell'ABCD Study ha rivelato che i bambini con diagnosi di ADHD in trattamento farmacologico ottenevano risultati accademici superiori, secondo quanto riportato dai genitori, e performance cognitive migliori rispetto ai coetanei con ADHD non trattati. Tuttavia, i benefici non erano uniformi: emergeva una correlazione significativa con la durata del sonno. Tra i partecipanti che dormivano meno delle nove ore raccomandate per notte, quelli sotto stimolanti mostravano rendimenti migliori rispetto ai bambini deprivati di sonno che non assumevano farmaci. Sorprendentemente, nei bambini neurotipici che dormivano a sufficienza, gli stimolanti non erano associati a miglioramenti delle performance, sollevando interrogativi sui motivi per cui questi soggetti ricevessero tali prescrizioni.
Uno degli aspetti più rilevanti emersi dalla ricerca riguarda l'interazione tra stimolanti e privazione di sonno. "Abbiamo osservato che se un partecipante non dormiva abbastanza ma assumeva uno stimolante, la firma cerebrale del sonno insufficiente veniva cancellata, insieme ai deficit comportamentali e cognitivi associati", sottolinea Dosenbach. I pattern di attività cerebrale nei bambini sotto stimolanti mostravano infatti somiglianze con quelli osservati dopo una notte di sonno ristoratore, suggerendo che questi farmaci possano in qualche modo compensare gli effetti neurologici della deprivazione di sonno. Benjamin Kay, neuropediatra al St. Louis Children's Hospital, sottolinea però i rischi di questo effetto mascherante: "Non dormire abbastanza fa sempre male, ed è particolarmente dannoso per i bambini".
La questione assume rilevanza clinica considerando che la sonnolenza cronica può manifestarsi con sintomi sovrapponibili a quelli dell'ADHD: difficoltà di concentrazione in classe, calo del rendimento scolastico, irrequietezza. Questo può condurre a diagnosi errate quando il problema sottostante è in realtà la privazione di sonno. Gli stimolanti potrebbero apparire efficaci nel breve termine, simulando alcuni effetti del riposo adeguato, ma esponendo nel contempo i bambini alle conseguenze a lungo termine della mancanza cronica di sonno, che includono alterazioni metaboliche, immunitarie e neurosviluppali. Kay raccomanda pertanto ai clinici di valutare sistematicamente la qualità e la durata del sonno durante le valutazioni diagnostiche per ADHD e di esplorare interventi per migliorare l'igiene del sonno prima o parallelamente alla prescrizione farmacologica.
Lo studio, che ha ricevuto finanziamenti da numerosi grant del National Institutes of Health e ha utilizzato le infrastrutture computazionali del Washington University Research Computing and Informatics Facility, apre questioni fondamentali ancora irrisolte. I ricercatori evidenziano la necessità di indagini longitudinali sugli effetti a lungo termine dell'uso di stimolanti sul cervello in sviluppo. Ipotizzano che questi farmaci potrebbero avere un ruolo potenzialmente protettivo attivando durante la veglia il sistema glinfatico di clearance dei metaboliti cerebrali, normalmente più attivo durante il sonno. D'altra parte, permane la preoccupazione che l'uso prolungato per compensare deficit cronici di sonno possa causare danni permanenti ai delicati equilibri neurochimici e ai processi di maturazione cerebrale.