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Invertito l’invecchiamento muscolare nei topi

Nei topi anziani livelli 3,5 volte superiori della proteina inibiscono mTOR, riducendo attivazione e riparazione delle staminali.

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Avatar di Antonello Buzzi

a cura di Antonello Buzzi

Senior Editor @Tom's Hardware Italia

Pubblicato il 24/02/2026 alle 08:55

La notizia in un minuto

  • La proteina NDRG1 si accumula con l'età nelle cellule staminali muscolari (3,5 volte di più nei topi anziani), rallentando la rigenerazione ma proteggendo le cellule dalla morte
  • Bloccare NDRG1 ripristina la capacità rigenerativa giovanile ma riduce drasticamente la sopravvivenza delle cellule staminali nel lungo termine, rivelando un trade-off evolutivo tra prestazione e resilienza
  • La lentezza riparativa dell'invecchiamento potrebbe essere una strategia di sopravvivenza piuttosto che un semplice difetto, con implicazioni cruciali per le future terapie anti-invecchiamento

Riassunto generato con l’IA. Potrebbe non essere accurato.

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Nella ricerca sull'invecchiamento, uno dei fenomeni più frustranti per chi supera una certa età è la progressiva lentezza con cui i muscoli guariscono dopo un infortunio. Un nuovo studio condotto presso l'Università della California di Los Angeles (UCLA) e pubblicato sulla rivista Science ribalta le concezioni tradizionali su questo processo, suggerendo che il declino funzionale legato all'età potrebbe non essere semplicemente un difetto biologico, ma una strategia di sopravvivenza cellulare profondamente radicata nell'evoluzione. La ricerca, condotta su modelli murini, identifica in una proteina chiamata NDRG1 il regista molecolare di questo compromesso tra efficienza riparativa e longevità cellulare.

Il team guidato dal professor Thomas Rando, direttore del Eli and Edythe Broad Center of Regenerative Medicine and Stem Cell Research della UCLA, ha scoperto che le cellule staminali muscolari accumulano livelli progressivamente crescenti di NDRG1 con l'avanzare dell'età. Nei topi anziani, equivalenti per età biologica a esseri umani di circa 75 anni, i ricercatori hanno misurato concentrazioni di questa proteina 3,5 volte superiori rispetto agli esemplari giovani. La funzione di NDRG1 è quella di un freno molecolare: inibisce la via di segnalazione mTOR, un circuito cellulare fondamentale che normalmente stimola l'attivazione delle cellule staminali, la loro crescita e la capacità di riparare i tessuti danneggiati.

Per verificare il ruolo causale di questa proteina nel rallentamento della rigenerazione muscolare, i postdoctoral scholars Jengmin Kang e Daniel Benjamin hanno condotto esperimenti mirati bloccando selettivamente l'attività di NDRG1 in topi invecchiati naturalmente. I risultati sono stati sorprendenti: una volta inibita la proteina, le cellule staminali muscolari anziane hanno recuperato comportamenti tipici delle cellule giovani, attivandosi più rapidamente e riparando i danni muscolari con maggiore efficienza. Questo ringiovanimento funzionale è stato confermato attraverso molteplici metodologie sperimentali, sia in colture cellulari in vitro che in tessuti viventi.

Le cellule staminali che sopravvivono all'invecchiamento potrebbero non essere le più funzionali, ma semplicemente le più adatte a resistere nel tempo

Tuttavia, questa apparente soluzione al problema dell'invecchiamento muscolare nasconde un prezzo biologico significativo. Quando NDRG1 veniva bloccato, il numero di cellule staminali muscolari sopravvissute nel tempo diminuiva drasticamente, compromettendo la capacità del muscolo di rigenerarsi dopo ripetuti traumi. Questo fenomeno rivela un trade-off fondamentale tra prestazione immediata e resilienza a lungo termine. Come spiega Rando con un'efficace analogia sportiva: "Le cellule staminali degli animali giovani sono come velocisti, eccellenti nel breve termine ma inadatte alla maratona. Al contrario, le cellule invecchiate assomigliano a maratoneti: più lente a reagire, ma meglio equipaggiate per resistere nel lungo periodo".

Il concetto chiave emerso dalla ricerca è quello di "bias di sopravvivenza cellulare". Nel corso del tempo, le cellule staminali che non riescono a produrre livelli adeguati di NDRG1 hanno maggiori probabilità di morire sotto lo stress ambientale crescente caratteristico dei tessuti invecchiati. La popolazione cellulare superstite risulta quindi arricchita di elementi più lenti funzionalmente ma più resistenti. Questo meccanismo non rappresenterebbe un semplice deterioramento, ma una strategia evolutiva per prevenire uno scenario peggiore: l'esaurimento completo del pool di cellule staminali disponibili.

Rando collega questa dinamica cellulare a strategie di sopravvivenza osservate nel regno animale. In condizioni ambientali estreme come siccità, carestie o temperature glaciali, molti organismi attivano programmi di resilienza come il letargo, sacrificando la riproduzione per garantire la sopravvivenza individuale. Allo stesso modo, le cellule staminali invecchiate sembrano dirottare risorse dalla produzione di nuove cellule verso meccanismi di autoprotezione quando affrontano stress cronico. "Non esistono pasti gratis in biologia", sottolinea il neuroscienziato della David Geffen School of Medicine. "Possiamo migliorare temporaneamente la funzione delle cellule invecchiate in determinati tessuti, ma ogni intervento comporterà costi potenziali e possibili effetti collaterali".

Le implicazioni per lo sviluppo di terapie anti-invecchiamento sono significative ma richiedono cautela. La possibilità di modulare selettivamente NDRG1 potrebbe aprire strade per accelerare la guarigione muscolare negli anziani, ma qualsiasi intervento dovrà considerare attentamente l'equilibrio tra prestazione rigenerativa immediata e preservazione della riserva di cellule staminali nel lungo termine. Il team di ricerca, finanziato dai National Institutes of Health, dalla NOMIS Foundation, dalla Milky Way Research Foundation, dalla Hevolution Foundation e dalla National Research Foundation of Korea, intende ora approfondire i meccanismi molecolari che governano questo delicato bilancio.

Come afferma Rando, NDRG1 rappresenta una vera e propria porta d'ingresso per comprendere i compromessi che sono critici non solo per l'evoluzione delle specie, ma anche per l'invecchiamento dei tessuti all'interno di un singolo organismo. Questo cambio di prospettiva sulla biologia dell'invecchiamento suggerisce che alcuni cambiamenti apparentemente dannosi potrebbero in realtà essere compromessi necessari, mettendo in discussione approcci semplicistici alla "cura" dell'invecchiamento e invitando a considerare la complessità dei sistemi biologici che hanno permesso la sopravvivenza delle specie attraverso milioni di anni di evoluzione.

Fonte dell'articolo: www.sciencedaily.com

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