La recente inaugurazione della fattoria ecosostenibile del Vaticano, voluta dal primo pontefice agostiniano della storia, papa Leone XIV, riporta alla luce una dimensione pressoché dimenticata della Chiesa medievale: il profondo legame tra spiritualità cristiana e cura della terra. Secondo una nuova ricerca storica pubblicata da Oxford University Press, questa iniziativa non rappresenta una novità, ma il recupero di pratiche e valori radicati nella tradizione dell'Ordine degli Eremiti di Sant'Agostino, un ordine mendicante la cui influenza sullo sviluppo del cristianesimo europeo è stata sistematicamente sottovalutata dalla storiografia moderna. Lo studio, condotto dalla storica medievalista Krisztina Ilko del Queens' College di Cambridge, sfida l'idea consolidata che il potere religioso nel Medioevo e nel primo Rinascimento fosse concentrato quasi esclusivamente nelle città, dimostrando invece come le campagne abbiano avuto un ruolo centrale nella vita spirituale e sociale dell'epoca.
Il lavoro della dottoressa Ilko si basa su dieci anni di ricerche documentali che l'hanno condotta in oltre venti archivi e sessanta siti agostiniani, molti dei quali remoti e difficilmente accessibili. L'analisi di affreschi, manoscritti miniati, agiografie e corrispondenze ha rivelato un corpus di testi erroneamente datati o attribuiti, contribuendo all'oscuramento del contributo agostiniano negli studi sui miracoli medievali. Tra i documenti più significativi emerge un manoscritto fiorentino degli anni Venti del Trecento, conservato presso la Biblioteca Medicea Laurenziana, che raccoglie le prime biografie di frati agostiniani e che ha ricevuto scarsa attenzione accademica proprio perché i miracoli descritti erano considerati troppo rurali e poco rilevanti rispetto alle più celebri manifestazioni del sacro urbane.
I miracoli documentati da Ilko sono radicalmente diversi da quelli comunemente associati alla religiosità medievale. Non ostie sanguinanti o stigmatizzazioni, ma alberi da frutto rigenerati da rami carbonizzati, paludi malariche bonificate e restituite alla fertilità, zampe di buoi guarite, cavoli moltiplicati per sfamare comunità rurali. Il manoscritto fiorentino narra della vita di Giovanni di Firenze, che costruì l'eremo agostiniano di Santa Lucia a Larniano con l'aiuto di contadini locali e guarì miracolosamente un bue con una zampa rotta. Un altro racconto riguarda Jacopo di Rosia, che comandò a un melo poco produttivo di dare frutti ogni anno e moltiplicò i cavoli per la comunità. Queste narrazioni, lontane dall'essere mere allegorie spirituali, riflettono interventi concreti che garantivano la sopravvivenza delle popolazioni rurali in condizioni ambientali estremamente difficili.
Particolarmente emblematica è la figura di Guglielmo di Malavalle, eremita del XII secolo venerato dagli agostiniani come uccisore di draghi. A differenza di San Giorgio, rappresentato come guerriero con lancia, Guglielmo sconfisse il drago con un semplice bastone di legno a forma di forcone. Nell'immaginario medievale europeo, i draghi incarnavano le malattie che colpivano persone, animali e raccolti: il loro respiro avvelenava l'aria e soffocava la terra, specialmente nelle regioni paludose dove le patologie erano endemiche. Guglielmo si stabilì nella Maremma toscana, in una valle denominata "Malavalle" proprio per la sua insalubrità, un territorio ritenuto così contaminato da aria tossica e tempeste violente da essere diventato sterile e spaventoso, descritto come "oscuro e terribile", evitato persino dai cacciatori.
Secondo l'interpretazione di Ilko, la reputazione di Guglielmo come uccisore di draghi derivava dal suo effettivo ruolo nella bonifica ambientale e nel ripristino della produttività della valle. "Questi risultati non erano simbolici", sottolinea la ricercatrice. "Guglielmo forniva un servizio pubblico cruciale, aiutava le popolazioni rurali a sopravvivere in un ambiente naturale davvero ostile. Era simultaneamente un uccisore di draghi armato di forcone e un giardiniere divino. Comandare il tempo atmosferico, assicurare un buon raccolto e ripristinare la salute del bestiame dovevano sembrare gli interventi divini più desiderabili nella campagna tardo-medievale. Erano questioni di vita o di morte."
La stretta relazione degli agostiniani con foreste, montagne e aree costiere si rivelò strategica per la sopravvivenza stessa dell'ordine come istituzione ecclesiastica. L'Ordine degli Eremiti di Sant'Agostino fu formalmente costituito nel 1256, quando il papato unificò diversi gruppi eremitici dell'Italia centrale in un unico ordine mendicante. Nel 1274, la Chiesa cattolica mise in discussione la legittimità dell'ordine poiché era stato fondato dopo il 1215 e mancava di una presenza continuativa risalente alla tarda antichità. Il papato confermò formalmente l'esistenza dell'ordine solo nel 1298. Durante questi venticinque anni di incertezza, i frati agostiniani lavorarono intensamente per giustificare la loro collocazione all'interno della Chiesa, sviluppando una narrazione delle origini che rivendicava legami diretti con Sant'Agostino e valorizzando la loro forte presenza nei paesaggi naturali come fonte di autorità e radici antiche.
Quando l'ordine si espanse nelle città, gli agostiniani scelsero strategicamente ubicazioni ai margini della vita urbana, mantenendo il contatto con elementi naturali. A Roma fondarono il convento di Santa Maria del Popolo presso uno degli ingressi principali della città, circondato da alberi e giardini, in un sito precedentemente rifiutato dai francescani perché considerato troppo remoto e difficile "per sostenere il corpo". L'area era ritenuta infausta, dominata da un antico albero di noce ritenuto infestato da demoni e che segnava il presunto luogo di sepoltura dell'imperatore Nerone, rimosso per ordine di papa Pasquale II nel 1099.
La ricerca di Ilko sottolinea come, mentre francescani e domenicani vengono tradizionalmente accreditati per il rapido rinnovamento urbano italiano dal XIII secolo in poi, gli agostiniani traevano gran parte del loro potere proprio dalle campagne, con miracoli che definisce "dalle dita molto verdi, agricoli". "Quando si pensa agli ordini religiosi e al loro ruolo massiccio nel Rinascimento, solitamente l'attenzione si rivolge a città come Roma, Firenze e Siena", osserva la studiosa. "San Francesco d'Assisi rimane il più famoso 'santo della natura', conosciuto soprattutto per aver predicato agli uccelli. In un mondo più consapevole ecologicamente, gli agostiniani meritano molta più attenzione."
Oltre a riconfigurare la comprensione del contributo agostiniano alla storia ecclesiastica europea, Ilko sostiene che i ruderi dei loro eremi meritino migliore preservazione e accessibilità pubblica, affinché più persone possano sperimentare questo capitolo trascurato della storia religiosa e ambientale.