La battaglia contro l'Alzheimer potrebbe compiere un salto significativo grazie a un nuovo modello predittivo sviluppato dai neuroscienziati della Washington University School of Medicine di St. Louis. Per la prima volta, un semplice esame del sangue consente di stimare con precisione l'insorgenza dei sintomi della malattia neurodegenerativa, anticipando di anni il momento in cui la memoria e le funzioni cognitive inizieranno a deteriorarsi. Questa capacità predittiva rappresenta uno strumento fondamentale non solo per accelerare la sperimentazione di terapie preventive, ma anche per identificare con largo anticipo i pazienti che potrebbero beneficiare maggiormente di interventi precoci. In un contesto in cui oltre 7 milioni di americani convivono con l'Alzheimer e i costi assistenziali raggiungeranno i 400 miliardi di dollari nel 2025, disporre di biomarcatori affidabili e accessibili diventa una priorità sanitaria ed economica.
Il cuore della scoperta, pubblicata su Nature Medicine il 19 febbraio 2026, risiede nella misurazione della proteina p-tau217 nel plasma sanguigno. Questa molecola riflette l'accumulo cerebrale di due proteine anomale caratteristiche dell'Alzheimer: l'amiloide e la tau, che si depositano progressivamente nel tessuto nervoso molti anni prima della comparsa dei deficit cognitivi. Come spiega Kellen K. Petersen, primo autore dello studio e ricercatore presso il Dipartimento di Neurologia della Washington University, l'analogia con gli anelli di crescita degli alberi chiarisce il meccanismo: "Amiloide e tau si accumulano secondo uno schema costante, e l'età in cui diventano rilevabili predice fortemente quando si manifesteranno i sintomi dell'Alzheimer. Abbiamo scoperto che questo vale anche per la p-tau217 plasmatica".
La metodologia ha coinvolto 603 adulti anziani cognitivamente sani, seguiti nell'ambito di due importanti progetti longitudinali: il Knight Alzheimer Disease Research Center della Washington University e l'Alzheimer's Disease Neuroimaging Initiative, che riunisce numerosi centri di ricerca statunitensi. Nel primo gruppo, i livelli di p-tau217 sono stati misurati tramite PrecivityAD2, un test diagnostico sviluppato da C2N Diagnostics e clinicamente disponibile. Nel secondo gruppo sono stati impiegati test di altre aziende, incluso uno già approvato dalla Food and Drug Administration, garantendo così una validazione incrociata dei risultati su diverse piattaforme analitiche.
L'accuratezza del modello predittivo si attesta su un margine di errore di tre-quattro anni, un traguardo notevole considerando la complessità della progressione neurodegenerativa. Un aspetto particolarmente rilevante emerso dallo studio riguarda l'influenza dell'età sull'intervallo tra l'elevazione della proteina e la manifestazione clinica. Gli adulti più giovani mostrano una maggiore resilienza cerebrale, tollerando più a lungo le alterazioni patologiche prima che queste si traducano in deficit cognitivi. Al contrario, nei soggetti più anziani anche livelli inferiori di patologia sottostante possono determinare l'insorgenza sintomatica. Questo fenomeno suggerisce che la riserva cognitiva e i meccanismi compensatori del cervello diminuiscono con l'invecchiamento, accelerando la transizione dalla fase preclinica a quella sintomatica della malattia.
Suzanne E. Schindler, neurologa e autrice senior della ricerca, sottolinea l'impatto immediato di questi risultati sulla sperimentazione clinica: "Nel breve termine, questi modelli accelereranno la ricerca e gli studi clinici. L'obiettivo finale è poter comunicare ai singoli pazienti quando è probabile che sviluppino i sintomi, aiutandoli insieme ai loro medici a elaborare un piano per prevenirli o rallentarli". Attualmente, i test per la p-tau217 vengono utilizzati per diagnosticare l'Alzheimer in pazienti già sintomatici, ma non sono raccomandati per screening di popolazione al di fuori di contesti di ricerca. La dimostrazione della loro capacità predittiva potrebbe però cambiare radicalmente questo approccio, trasformando un semplice prelievo ematico in uno strumento di medicina preventiva accessibile ed economicamente sostenibile rispetto alle costose scansioni cerebrali con tomografia a emissione di positroni o ai prelievi di liquido cerebrospinale.
Il progetto si inserisce nell'ambito del Biomarkers Consortium della Foundation for the National Institutes of Health, una partnership pubblico-privata che ha visto la collaborazione di diverse istituzioni accademiche, associazioni di pazienti e aziende farmaceutiche tra cui AbbVie, Biogen, Janssen Research & Development e Takeda Pharmaceutical. Il finanziamento è stato supportato anche dal National Institute on Aging attraverso il grant R01AG070941. Per favorire ulteriori sviluppi, il team ha reso pubblicamente disponibile il codice utilizzato per sviluppare il modello, e Petersen ha creato un'applicazione web che consente ad altri ricercatori di esplorare in dettaglio i "clock models", i modelli temporali basati sui biomarcatori.
Le prospettive future includono l'integrazione di ulteriori biomarcatori ematici associati al declino cognitivo nell'Alzheimer, un approccio multiparametrico che potrebbe affinare ulteriormente le previsioni. L'applicazione pratica più immediata riguarda la progettazione di trial clinici più efficienti: identificare con precisione le persone che svilupperanno sintomi entro un determinato periodo consentirebbe di valutare l'efficacia di terapie preventive in tempi più brevi e con campioni più mirati. A lungo termine, se ulteriormente raffinati, questi strumenti potrebbero entrare nella pratica clinica individuale, permettendo interventi personalizzati e tempestivi in una fase della malattia in cui il danno neuronale è ancora limitato e potenzialmente reversibile.