Come fa i soldi Apple? Qual è, tra tutto quello che fa, l’attività davvero più redditizia? E soprattutto: come è cambiato nel tempo il modo in cui Apple genera profitti, sia in termini di fonti sia in termini di volumi? Perché l’azienda che oggi fattura centinaia di miliardi di dollari l’anno non ha sempre avuto questo modello, né questo peso economico.
Capire come Apple ha costruito la propria macchina dei ricavi significa leggere in controluce l’evoluzione dell’intera industria tecnologica: dal valore dell’hardware all’importanza del software, fino alla centralità dei servizi e degli ecosistemi chiusi. E significa anche porsi una domanda inevitabile: questo modello può continuare a funzionare all’infinito, oppure siamo vicini a un nuovo punto di svolta?
Quello che leggerete è il risultato di un’analisi basata principalmente sui bilanci annuali di Apple, sulle comunicazioni ufficiali agli investitori e sui dati pubblici disponibili. Non si tratta quindi di speculazioni astratte, ma di numeri, tendenze e scelte strategiche che emergono chiaramente dai conti dell’azienda. Dove sarà necessario interpretare i dati, collegare punti o esprimere valutazioni personali sul modello di business e sulle prospettive future, lo dirò in modo esplicito, distinguendo sempre i fatti dalle opinioni.
Il punto di svolta
I meno appassionati di tecnologia, o semplicemente disinteressati all’argomento, potrebbero pensare che Apple sia sempre stata sulla cresta dell’onda. Odiata da tanti, amata da molti e comunque una società di successo. In realtà non è così, perché all’inizio degli anni Duemila Apple era una società di elettronica in difficoltà. Aveva sì un pubblico fedele, ma numericamente limitato.
Apple vendeva computer di fascia alta, o meglio, computer premium. Il bilancio del 2001 riportava ricavi per circa 5,3 miliardi di dollari, generati quasi esclusivamente dai Mac. Il margine operativo era però minimo, anzi negativo: l’azienda perdeva letteralmente denaro.
Ancora prima, nel 1997, quando Steve Jobs tornò in carica, si ritrovò a guidare un’azienda sull’orlo della bancarotta. Il rilancio passò prima dall’introduzione di Mac OS X nel 2001 e poi, soprattutto, dall’iPod, presentato nello stesso anno. La strategia era interamente costruita attorno all’iPod, che in realtà poggiava su tre pilastri: hardware, software e distribuzione; il dispositivo, insieme ad iTunes e all’iTunes Store, vennero lanciati nel 2003.
Questo passaggio è cruciale. Prima di questa intuizione di Jobs, il modello di business di Apple era estremamente classico: produceva computer, vendeva computer e guadagnava dal margine sull’hardware.
Con l’arrivo dell’iPod, il valore economico smise di derivare esclusivamente dalla vendita del prodotto. Nacque un ecosistema chiuso in cui ogni elemento generava un flusso di ricavi costante. L’utente comprava l’iPod, acquistava musica su iTunes, sincronizzava le librerie sul Mac e continuava a muoversi all’interno di un ambiente completamente controllato da Apple.
Tra il 2003 e il 2006, i ricavi di Apple passarono da circa 6 miliardi a oltre 19 miliardi di dollari, e gran parte di questa crescita fu dovuta proprio all’iPod e ai servizi musicali collegati.
Questo periodo, spesso sottovalutato, è in realtà quello in cui nasce la formula moderna del profitto Apple. Tutte le innovazioni successive non faranno altro che ripetere lo schema sperimentato con l’iPod: creare un prodotto attraente, collegarlo a un software esclusivo, centralizzare i contenuti e trasformare l’acquisto in una relazione economica permanente.
Nel frattempo, l’azienda iniziò anche a cambiare la propria struttura finanziaria. Nel 2005 i margini lordi superarono il 28%, un record per l’epoca, grazie al controllo dell’intera filiera: progettazione, sistema operativo, software, distribuzione diretta tramite gli Apple Store e politiche di prezzo aggressive che posizionavano i prodotti in una fascia di lusso e desiderabilità.
Il vero punto di svolta arrivò nel 2007, quando Jobs presentò l’iPhone. Tutti i principi appresi nel ciclo dell’iPod vennero condensati in un unico prodotto; con l’iPhone, Apple passò dal guadagnare su ciò che vendeva al guadagnare su tutto ciò che gli utenti facevano all’interno del suo ecosistema.
Alla chiusura dell’anno fiscale 2007, Apple registrò 24 miliardi di dollari di fatturato, con circa il 40% proveniente dai dispositivi musicali e dai servizi collegati, e un utile netto di 3,5 miliardi di dollari. Pochi mesi dopo, l’iPhone avrebbe raddoppiato entrambe le cifre.
iPhone, iPhone, iPhone
Il 9 gennaio 2007 è una data che divide la storia di Apple in due ere: prima e dopo l’iPhone. Fino a quel momento l’azienda era riuscita a reinventarsi con l’iPod, ma il successo dell’iPhone la portò su una scala di crescita completamente diversa.
L’iPhone non è semplicemente un prodotto, ma uno strumento per accedere a un ecosistema. Un dispositivo hardware che integra software proprietario, servizi digitali, un canale di distribuzione delle app e una piattaforma di contenuti.
Nel primo anno completo di vendita, il 2008, Apple registrò circa 37 miliardi di dollari di ricavi totali, con l’iPhone che rappresentava già oltre il 18%.
Tra il 2009 e il 2015 le vendite di iPhone passarono da 20 milioni a oltre 230 milioni di unità annue, trasformando completamente il bilancio aziendale. Nel 2015, con l’iPhone 6, Apple superò i 233 miliardi di dollari di fatturato, di cui il 66% proveniente da un solo prodotto. L’utile netto raggiunse i 53 miliardi di dollari, una cifra superiore al PIL annuale di diversi Paesi europei.
Apple trovò così il modo di dominare il mercato mobile facendo pagare un prezzo premium, ottenendo margini lordi vicini al 40%, un risultato senza precedenti nell’industria dell’elettronica di consumo.
Ogni nuovo iPhone generava un picco di vendite e, soprattutto, ogni nuovo utente entrava in un ecosistema chiuso che garantiva ricavi aggiuntivi da app, accessori e servizi.
L’App Store, lanciato nel 2008, fu un elemento essenziale di questo successo. Per la prima volta Apple monetizzava non solo la vendita dei dispositivi, ma anche tutto ciò che accadeva al loro interno. Trattenendo una commissione del 30% su ogni transazione, l’azienda costruì un flusso di ricavi ricorrenti che cresceva in parallelo alla base installata.
Nel 2015 l’App Store generava già circa 20 miliardi di dollari di vendite lorde, di cui oltre 6 miliardi finivano direttamente nelle casse di Apple.
Ci furono anche altri prodotti molto apprezzati, come il MacBook Air del 2008, il MacBook Pro Retina del 2012 e l’iPad del 2010. Tuttavia, nessuno riuscì ad avvicinarsi alla potenza finanziaria dell’iPhone. Apple divenne di fatto un’azienda monolitica, la cui salute economica dipendeva quasi esclusivamente da un singolo prodotto.
L’iPhone non basta più
Dopo quasi un decennio dominato dall’iPhone, Apple si trovò a un bivio. L’anno fiscale 2016 segnò il primo calo dei ricavi in tredici anni, scesi da 233 a 216 miliardi di dollari. Le vendite di iPhone registrarono per la prima volta una flessione significativa.
Con Tim Cook alla guida, la direzione cambiò in modo esplicito: trasformare Apple da azienda hardware a piattaforma di servizi e dispositivi connessi, capace di generare flussi di guadagno costanti e meno ciclici.
L’ecosistema smise di essere una conseguenza e diventò una necessità. Jobs aveva concentrato il genio nella creazione di prodotti iconici; Cook fece in modo che ogni dispositivo diventasse una porta d’ingresso verso abbonamenti, software e accessori. L’obiettivo era aumentare il valore medio per utente, non vendendo più hardware, ma monetizzando meglio chi lo possedeva già.
Nel 2016 comparvero nuove categorie nei bilanci: “Wearables, Home & Accessories” e “Services”. I Wearables, trainati da Apple Watch e AirPods, passarono da 10 miliardi di dollari nel 2016 a quasi 31 miliardi nel 2020. Gli AirPods divennero un caso unico, capace di generare più fatturato dell’intera divisione Mac in alcune annate.
La vera rivoluzione, però, avvenne nei Servizi. App Store, iCloud, Apple Music, AppleCare e gli abbonamenti digitali iniziarono a pesare in modo determinante. Tra il 2015 e il 2020 i ricavi da Servizi passarono da 19,9 a 53,8 miliardi di dollari, con margini superiori al 65%.
A rafforzare questi numeri arrivarono nuovi abbonamenti: Apple TV+, Apple Arcade e Apple News+ nel 2019, seguiti nel 2020 da Apple Fitness+ e dai pacchetti Apple One. Il paradigma cambiò definitivamente: non più picchi di fatturato legati ai cicli di lancio, ma flussi prevedibili e crescenti mese dopo mese.
Alla fine del 2020, l’iPhone restava il primo motore di ricavi con circa il 50% del totale, ma i Servizi rappresentavano ormai il 20%, i Wearables il 10% e il resto era distribuito tra gli altri prodotti. L’utile netto superava i 57 miliardi di dollari, nonostante la pandemia.
Gli ultimi cinque anni
Nel 2021 Apple ha registrato un fatturato record di 365 miliardi di dollari, saliti a 394 miliardi nel 2022, con un utile netto superiore ai 99 miliardi. Anche se nel 2023 e 2024 la crescita si è stabilizzata, i margini operativi restano sopra il 30%.
Nel 2024 l’iPhone rappresentava ancora circa il 52-54% del fatturato complessivo, mentre i Servizi avevano raggiunto il 26%, diventando il secondo pilastro dell’azienda. Seguivano Wearables, Mac e iPad.
Dal punto di vista dell’utile operativo, il peso dei Servizi è ancora più impressionante: pur rappresentando poco più di un quarto dei ricavi, contribuiscono a quasi metà del profitto totale, grazie a margini lordi superiori al 70%. Nel 2024 i Servizi hanno generato oltre 85 miliardi di dollari di fatturato, con una marginalità superiore al 70%, la più alta di tutte le divisioni Apple.
Il pilastro resta l’App Store, che ha generato un giro d’affari complessivo stimato in circa 110 miliardi di dollari, di cui oltre 30 miliardi di ricavi netti per Apple. Accanto ci sono gli accordi di licenza, in particolare quello con Google, che garantisce tra i 18 e i 20 miliardi di dollari l’anno per restare motore di ricerca predefinito su Safari.
Seguono i servizi cloud e gli abbonamenti. iCloud conta oltre 850 milioni di utenti attivi. Apple Music ha superato i 110 milioni di abbonati paganti, mentre Apple TV+ ha consolidato una base di oltre 30 milioni di utenti.
AppleCare genera circa 10 miliardi di dollari l’anno con margini molto elevati. Crescono anche i servizi finanziari e pubblicitari: Apple Pay conta oltre 500 milioni di utenti attivi e l’Advertising interno vale già più di 6 miliardi di dollari annui.
I rischi futuri
Dopo due decenni di crescita, Apple è davanti a un nuovo punto di svolta. Il contesto è sempre più regolato, il mercato hardware è saturo e l’innovazione procede più lentamente. Il modello dell’ecosistema chiuso è sotto pressione normativa, soprattutto in Europa e negli Stati Uniti.
Un altro rischio è la difficoltà di introdurre nuovi prodotti realmente dirompenti. Vision Pro rappresenta l’ultimo tentativo in questa direzione, ma i numeri, almeno per ora, non sono incoraggianti. Sul fronte dell’intelligenza artificiale, invece, Apple appare in rincorsa rispetto ai principali concorrenti.
Nel breve periodo la strategia attuale continuerà a funzionare, ma nel medio-lungo termine sarà necessario un nuovo cambiamento per evitare una fase di declino.
Guardando ai prossimi dieci anni si possono, dunque, ipotizzare tre scenari. Nel primo, quello più probabile, Apple continuerà a crescere lentamente, rafforzando servizi e Wearables, diventando una sorta di utility tecnologica estremamente redditizia, ma poco innovativa.
Nel secondo scenario, più ottimistico, Apple riuscirà a introdurre una nuova piattaforma rivoluzionaria, come avvenne con l’iPhone. Nel terzo, più prudente, potrebbe essere costretta a ridurre margini e prezzi per trattenere gli utenti, in attesa della prossima grande svolta.
Quale sarà il futuro più probabile? È una domanda aperta. Ma una cosa è certa: oggi Apple non guadagna più vendendo prodotti, bensì monetizzando ogni singolo utente nel tempo.