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Google Search sotto la lente dell’Antitrust USA: si segue il modello UE

Il Dipartimento di Giustizia statunitense starebbe al lavoro per limitare il potere di Google nell’ambito della ricerca online. A riferirlo è stato Gabriel Weinberg, CEO di DuckDuckGo (browser rivale incentrato sulla privacy), il quale ha dichiarato a Bloomberg che i regolatori USA starebbero ponendo domande e indagando per trovare il modo migliore per chiedere a Big-G di fornire alternative al suo motore di ricerca su Android.

Si seguirebbe dunque la strada tracciata dall’Unione Europea. Da pochi mesi, infatti, il colosso di Mountain View ha cominciato a offrire agli utenti che hanno acquistato uno smartphone Android la possibilità di scegliere quale browser e motore di ricerca installare sul proprio dispositivo. La scelta include anche servizi diversi da quelli di Google.

Una mossa che è una diretta conseguenza delle decisioni prese dalla Commissione Europea in materia di libera concorrenza e antitrust. Nell’estate del 2018, infatti, la Commissione UE ha comminato al gigante californiano una multa di 4,34 miliardi di euro per aver abusato della sua posizione nel mercato dei dispositivi mobili imponendo delle restrizioni in ambito Android.

La decisione dell’UE ha attirato l’attenzione del Dipartimento di Giustizia USA che starebbe verificando se possa avere senso applicare il modello europeo anche negli Stati Uniti. Weinberg riferisce che i funzionari governativi hanno fatto domande esplicite mostrando il forte interesse per un possibile “menu delle preferenze” per la scelta di un browser predefinito sugli smartphone Android diverso da quello di Google.

Tuttavia, sono stati sollevati dubbi sul modo in cui la società californiana sta implementando il nuovo sistema di scelta nel Vecchio Continente. Le opzioni concesse da Google sarebbero limitate a tre in qualsiasi Paese e – secondo quanto confermato da Weinberg – viene imposto alle aziende interessate di partecipare a un’asta trimestrale per stabilire la cifra da pagare ogni volta che vengono selezionate dall’utente come opzione predefinita. I tre migliori offerenti si aggiudicano il posto accanto a Google che ha rifiutato di specificare eventuali cifre.

DuckDuckGo vede il menu delle preferenze come un buon modo per aumentare la concorrenza, ma se implementato in maniera corretta. Per la società, dovrebbe essere gratuito e dovrebbero essere presenti più di quattro provider. L’asta fa aumentare i prezzi mettendo in una posizione di svantaggio le realtà più piccole. Così com’è implementato attualmente – si sottolinea – servirebbe solo ad aumentare il potere di Google. “Un’asta pay-to-play fa male ai consumatori (e alla concorrenza)“, ha dichiarato Weinberg, “Google sa come far funzionare il sistema e alla fine a perderci sono i consumatori“.

Tuttavia, non sarebbe la prima volta che viene imposto a un colosso di aprire le porte alla concorrenza. La stessa sorte toccò anni fa a Microsoft che fu costretta a far scegliere agli utenti quale browser utilizzare – a partire da Windows 7 – come alternativa al suo Internet Explorer. Una mossa che fece esplodere la concorrenza portando sulla cresta dell’onda nuove applicazioni come Mozilla Firefox, Opera Browser e lo stesso Google Chrome.

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