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Red Dead Redemption 2: La fine del Far West e la guerra delle Filippine

Il 1899 non è un anno qualsiasi nella storia americana, poiché segna il passaggio dal selvaggio West alla modernità del XX secolo.
Le lande calpestate da cowboy e banditi in sella si sono tramutate in città fatte di strade, rotaie e mezzi di trasporto. La vita non scorre più scandita dall’accensione di un falò o da un piatto di fagioli mangiato dentro la tenda. Soprattutto, il lato selvaggio della natura, ovvero pellerossa e animali, è stato domato per sempre.
Rockstar lo sa bene, per questo decide di renderlo l’anno chiave di Red Dead Redemption 2, videogioco erede della cinematografia western degli anni Sessanta, ma anche dell’ultima produzione di Quentin Tarantino.

La fine inesorabile della vita di frontiera è il fulcro su cui si fonda l’essenza di Red Dead Redemption 2 e dei suoi personaggi: Dutch van der Linde, Hosea Matthews e Arthur Morgan rappresentano il prototipo dell’eroe – o dell’antieroe – fascinoso appartenente a un’epoca oramai giunta al tramonto. Non a caso, durante il gioco, Arthur si lascia andare in sfoghi in cui confida di sentirsi un relitto all’interno di una società che veloce muta e travolge il vecchio.
Il cambiamento è rappresentato in Red Dead Redmeption 2 attraverso diversi elementi, che siano personaggi – principali e non -, ambientazioni o semplici citazioni.

La vittoria della modernità tra speranze e timori

Nella piccola cittadina di Rodhes, di stampo sudista, è possibile partecipare a un piccolo corteo di suffragette. Mentre si guida il carro al ritmo dei cori delle femministe, gli uomini gli urlano contro e le insultano.
Nel gruppo capeggiato da Dutch, uomini e donne si dividono le loro mansioni: i primi dediti alla caccia, agli affari e alla difesa, le ultime ai lavori “domestici” rilegati all’accampamento. Ma Sadie, l’ultima arrivata, rappresenta la nuova donna, colei che vuole avere un ruolo attivo all’interno della comunità, cacciando, difendendola dai banditi: insomma vuole sporcarsi le mani. Una visione che si oppone a quella di Miss Grimshaw, erede della mentalità tradizionale.

Questi dettagli non sono solo un riflesso del cambiamento che sta coinvolgendo il panorama videoludico, che vede una ribalta della figura della donna nelle produzioni videoludiche, ma rimandano ai fatti reali del passato. Risale infatti alla fine del XIX secolo la formazione della prima ondata femminista, che portò al crollo della mascolinità americana, più volte evidenziato da uno degli statunitensi simbolo dell’epoca nonché futuro presidente, Theodore “Teddy” Roosevelt.

Ancora più particolare nel gioco è l’ingresso a Saint Denis, espressione della vita cittadina, in cui si vive un forte senso di straniamento dei panni di Arthur, specialmente quando vi si entra a cavallo la prima volta.
La città come simbolo di modernità è rappresentata soprattutto da New York, la metropoli per eccellenza spesso citata nel gioco, in quanto emblema del progresso, luogo dei sogni dei nuovi immigrati polacchi, italiani, ebrei.
Accanto all’immagine scintillante della città, si sviluppa una critica alla metropoli vorace e iniqua. Questa visione negativa è perfettamente espressa ne “L’inferno americano” di Evelyn Miller, libro poggiato sopra un comodino fuori la tenda di Dutch:

“Escludersi dal consesso umano, vivere da prigionieri in un carcere di marmo, isolarsi dal resto
dell’umanità in tal maniera è così profondamente anti-americano da rendere il concepimento stesso di questa nazione un’assurdità persino peggiore del trattamento che riserviamo ai negri. Manhattan riesce al tempo stesso a depravare i poveri e disumanizzare i ricchi. Il suo scopo è l’infelicità. Creare e alimentare la sofferenza.
Ed essa, ci dicono, sarebbe l’apice della società americana. Che sciocchezza. Che grande sciocchezza tutta americana, è vero, ma insensata e ingannatrice ciò nondimeno. Non è nei desideri che si trova la vera America, ma nella purezza del suo paesaggio”.

Una modernità in corsa pronta a stravolgere gli equilibri dell’acerba società americana, unita un tempo nella lotta contro la caccia al selvaggio, contro le insidie della natura.
Ma nel 1899, essa è quasi domata dai signori del progresso rappresentati nel gioco da Leviticus Cornwall, figura che racchiude l’essenza di industriali storici come Rockfeller, Carnegie o Harriman.

Le Filippine come simbolo della lotta contro il selvaggio

Il grande sviluppo economico e industriale – ben espresso nel 1893 con la World Columbian Exposition di Chicago – aveva contribuito ad aumentare il prestigio degli Stati Uniti e a inserirli nel cerchio delle potenze mondiali, ma non fu l’unico fattore. Dal punto di vista culturale, la giovane America aveva già i suoi miti: sempre nell’Ottocento aveva avuto il suo battesimo di sangue con la Guerra Civile, e dopo aver unito Nord e Sud, era giunta alla conquista dell’Ovest. Non a caso, durante l’Esposizione di Chicago, Buffalo Bill si esibì con i suoi spettacoli incentrati sulla vita del Far West, affascinando spettatori provenienti da tutto il mondo.

L’elevata concezione di sé derivata dal fermento culturale e dal progresso industriale portò alla diffusione del darwinismo sociale, vale a dire la convinzione che gli uomini bianchi fossero superiori rispetto agli africani, ai sud americani, ai nativi e a tutte quelle popolazioni ritenute barbare. Il già citato Teddy Roosevelt fu uno dei principali promotori di questa filosofia.

La guerra nelle Filippine, iniziata proprio nel 1899, rappresentò l’espansione del modello americano in quei paesi da educare alla civilizzazione.
Il conflitto esplose poiché nell’Arcipelago dell’Oceano Pacifico sorsero ribellioni locali contro il dominio spagnolo. Gli Stati Uniti decisero di schierarsi a favore della popolazione per liberarla dal giogo europeo, ottenendo una vittoria schiacciante contro la Spagna, che tentò di intervenire per sedare il movimento indipendentista.
Tuttavia la vittoria degli Stati Uniti non si risolse con la libertà delle Filippine, in quanto furono occupate militarmente.

La Guerra filippino-americana, menzionata nel gioco Rockstar, simboleggia la fine del selvaggio West. Infatti, sempre durante L’Esposizione di Chicago del 1893, lo storico Frederick Jackson Turner spiegava che la conquista del mondo selvaggio era passata dall’Ovest ai paesi in via di sviluppo.
Ecco perché il conflitto nel Pacifico del 1899 è fondamentale per comprendere la mentalità dell’epoca.
Gli studi di Turner, la propaganda di Roosevelt e la mitologia spettacolare di Buffalo Bill lasciano intendere la nostalgia e la potenza immaginifica del Far West, oramai appannaggio del passato, ma pur sempre presente nell’identità americana.

Red Dead Redemption 2 si fonda su queste concezioni, senza affidarsi necessariamente ai reali personaggi storici bensì attraverso i suoi protagonisti, le sue ambientazioni mutevoli, le sue missioni secondarie, le battute tra i suoi di personaggi. E alla fine l’effetto, per i giocatori, è quello di vivere quasi sulla propria pelle la fine del mito, di comprendere la malinconia di Arthur Morgan dentro un mondo travolto freneticamente dal cambiamento.