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Italia Digitale, le PA che perdono tempo e non innovano processi e servizi dovranno vedersela con la Corte dei Conti

Protocollo d'intesa siglato dal Commissario Straordinario per l’attuazione dell’Agenda Digitale, Luca Attias, e dal Presidente della Corte dei conti, Angelo Buscema. I processi di digitalizzazione della Pubblica Amministrazione saranno all'esame della magistratura contabile, per controllare ritardi ed eventuali danni alla finanza pubblica.

È solo un protocollo d’intesa, ma il messaggio è forte e chiaro. Gli amministratori pubblici che cincischiano, frenano, perdono tempo, non rispettano le scadenze e sprecano soldi invece di digitalizzare servizi e processi organizzativi, dovranno vedersela (anche) con la Corte dei Conti. È questo il senso dell’accordo sottoscritto nei giorni scorsi tra il Commissario Straordinario per l’attuazione dell’Agenda Digitale, Luca Attias, e il Presidente della Corte dei conti, Angelo Buscema.

La Corte dei Conti, lo ricordiamo, è la cosiddetta magistratura contabile. È un organo di rilievo costituzionale, autonomo ed indipendente da altri poteri dello Stato. Tra i suoi compiti c’è quello di controllare che gli amministratori pubblici ad ogni livello (statale, regionale, provinciale, comunale, eccetera) spendano bene i soldi dei contribuenti e non arrechino danni alla finanza pubblica. In caso contrario, gli amministratori possono essere chiamati a giudizio e, se ritenuti colpevoli, rifondere il danno.

Nel protocollo d’intesa le parole sono soppesate e usate con circospezione e diplomazia, ma l’obiettivo è inequivocabile. Tra gli ambiti d’azione si citano alcuni degli obiettivi del Piano Triennale per l’Informatica nella Pubblica Amministrazione 2017-2019. Cioè “l’adesione alle piattaforme digitali abilitanti (quali l’Anagrafe Nazionale della Popolazione Residente, PagoPA, SPID, Carta di Identità Elettronica, Domicilio Digitale“.

E poi “l’interoperabilità e la condivisione dei dati per l’implementazione di processi digitali integrati, la pubblicazione dei dati aperti, l’acquisto di software secondo le prescrizioni delle linee guida di riuso e open source, l’utilizzo degli strumenti messi a disposizione sui siti Designers Italia e Developers Italia, Docs Italia, la gestione dei progetti utilizzando le modalità di project management descritte nel Piano Triennale, l’implementazione delle misure minime di sicurezza informatica, la nomina del Responsabile per la Transizione Digitale, i risparmi di spesa conseguibili mediante l’eliminazione di iniziative locali che costituiscano sovrapposizione rispetto a quelle disponibili a livello nazionale”.

Facciamo qualche esempio. Finora solo 1519 comuni su 7978 si sono allacciati alla banca dati dell’Anagrafe nazionale della popolazione residente (ANPR). Eppure è un obbligo di legge e le scadenze sono state rispettate da pochi. È un danno alla finanza pubblica. Forse un giorno la Corte dei Conti chiamerà a risponderne i sindaci che non hanno operato correttamente. La stessa cosa si potrebbe replicare per le PA che non hanno ancora adottato lo SPID, il sistema pubblico per l’identità digitale, oppure per i comuni che non rilasciano ancora la Carta d’Identità Elettronica e per gli enti pubblici che non hanno implementato il sistema di pagamento PagoPA. E l’elenco potrebbe continuare.

 

Insomma, la digitalizzazione è un obbligo anche per la Pubblica Amministrazione. Finora nessuno è stato chiamato a rispondere dei ritardi e dei denari non spesi o mal spesi ma potrebbe accadere. Speriamo presto.