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La duplicazione delle reti in fibra è un falso problema: Bortolotto di Assoprovider spiega perché

La duplicazione delle reti in fibra (FTTH) sembra essere un falso problema, anche se il senso comune direbbe il contrario. “Quello della duplicazione della copertura è un tema teorico, ma non sostanziale”, ha dichiarato recentemente l’AD di Open Fiber Elisabetta Ripa al Il Messaggero. “Se davvero questo potenziale accordo (con TIM, NdR.) è volto ad accelerare sulla fibra e sull’innovazione e non a sfruttare tecnologie del passato è da condividere”.

Dino Bortolotto, presidente di Assoprovider, ovvero l’associazione dei provider indipendenti e quindi tendenzialmente i più interessati a favorire la competizione fra tanti attori, nonché lo sviluppo della rete, è convinto che sulla “duplicazione” sia fatta confusione.

“La duplicazione dell’infrastruttura è un falso ideologico”, ha confermato Bortolotto a Tom’s Hardware. “Una sola cosa da migliaia di anni che non è replicabile: le infrastrutture civili, i cavidotti”. In effetti come spiega l’ingegnere per costruire un cavidotto – quindi scavare, posizionare il tubo, etc. – bisogna spendere a seconda dei casi tra i 20mila e i 50mila euro al chilometro. Un investimento certamente non alla portata di tutte le imprese, ma è pur vero che in ambito cittadino e metropolitano spesso l’infrastruttura esistente può essere condivisa. Altro discorso per alcune aree remote o di difficile accesso, dove effettivamente gli investimenti possono diventare importanti.

Di contro per posizionare un cavo da 96 fibre in un cavidotto esistente, sempre secondo Bortolotto, il costo è di 2mila euro al km (considerando ovviamente tutto, quindi anche manodopera, materiali, etc.); una cifra alla portata di qualsiasi PMI in area telco. I terminali a monte e valle poi richiedono ulteriori 2mila euro. Insomma per 70 km di fibra abilitati per una 10 Gigabit complessivamente si possono spendere meno di 150mila euro. Ovviamente bisogna poi prevedere i collegamenti alle dorsali, ma i costi vengono ammortizzati dal fatto che a quel punto vi si assestano centinaia di clienti.

Anche la storia dei verticali in fibra, a suo parere, è molto relativa. “In questo caso il costo è in ore-uomo. I terminali costano poche decine di euro, la fibra lo stesso perché si parla di decine di metri”, spiega Bortolotto. “È il lavoro di un tecnico specializzato a costare”.

In sintesi, se anche domani si scatenasse una competizione tra più operatori nella posa della fibra è probabile che nella maggior parte dei casi avverrebbe per lo più in cavidotti comuni poiché certamente in città non mancano. Su questo punto l’AD di Open Fiber ha ricordato che già oggi il 70% di quanto viene realizzato è su infrastrutture esistenti, comprese quelle di Telecom Italia. Certo rimane il nodo della burocrazia e dei permessi, ma quello potrebbe essere sciolto solo semplificando e sensibilizzato i soggetti in campo, come Provincie, Sovraintendenza, ANAS, FS, etc.

Un cavo fibra ha un diametro analogo a quello di una moneta da 10 centesimi che in unico cavidotto può essere affiancato da altri 10, 20 o 100 cavi. Davvero il problema è la replicabilità della rete? Davvero il tema è un cavo in più o in meno?

Ecco spiegato il motivo per cui l’eventuale fusione tra TIM e Open Fiber non è considerata da Assoprovider un’emergenza per far fronte a rischi di dualità infrastrutturale. Per altro non è neanche visto come un tabù, a patto che l’ex-monopolista separi la rete dai servizi. Insomma, Bortolotto non avrebbe da obiettare se nascesse una newco totalmente sganciata da una TIM specializzata solo nel fornire connettività al cliente finale. Perché in caso contrario vi sarebbero rischi per la concorrenza, il nodo delle concessioni pubbliche legate ai bandi Infratel, il tema delle tariffe imposte da AGCOM, rischi di abuso di posizione dominante, etc.

Ora, una condizione ideale di separazione di servizi e rete secondo molti addetti ai lavori più che impraticabile sarebbe estremamente sfavorevole per i destini di TIM: diventerebbe un operatore con gli altri costretto sia a un ridimensionamento della forza lavoro che delle attività di ricerca e sviluppo – che al momento sono all’avanguardia proprio perché strategiche e sinergiche alle infrastrutture e i servizi.