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Il bar degli zanza, recensione: tutti i colori di un quartiere milanese


Il bar degli zanza

Ci sono angoli nascosti delle nostre città, quelli meno raccontati nei romanzi perché sono i più squallidi, antieroici, ricoperti dalla polvere della quotidianità e delle “vite da mediano”, per dirla con un verso di Luciano Ligabue. Sono proprio le esistenze apparentemente banali, senza alcuna azione eroica in azione e probabilmente nessun merito da elogiare sulla pubblica piazza, ma questa è la vita degli anni Ottanta, questa è la storia de Il bar degli zanza. Il nuovo romanzo di Tino Adamo, uscito lo scorso 9 novembre e pubblicato da Edizioni Unicopli, ci dipinge in maniera impressionante e realistica la vita di un quartiere milanese, quello di Baggio, raccontato proprio dalla penna di chi ha respirato l’aria greve di una delle zone più colorate e caratteristiche di Milano. Non resta che scoprire insieme cosa abbiamo scoperto in queste pagine, ma prima di tutto, ricordate: “Vieni a Baggio se hai coraggio“, come dice un proverbio di quelle parti.

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Il bar degli zanza, storia di un quartiere ricca quanta una metropoli

Sono le esperienze di Tino, in una sorta di autobiografia scritta proprio riportando i modi di dire, le espressioni colloquiali, anche le più basse, e i soprannomi più tipici di un dialetto che, come tutte le lingue autoctone, non finisce mai di stupire e divertire, a riempire oltre trecento pagine di romanzo. L’autore, all’epoca barista, oggi illustratore e sceneggiatore di fumetti per nientepopodimeno che Sergio Bonelli Editore e coautore del format Bonelli Kids e del Bestiario umoristico, ci immerge appieno nella periferia milanese. Qui sorge un vero e proprio microcosmo, frequentato da una fauna eterogenea di “zanza”; ma cosa significa questo termine?

Genericamente indicatore di fannulloni, persone che fanno tutto, fuorché attività produttive (quasi impensabile per un milanese tutto fatturato e puntualità), e sono dunque rappresentati nel libro da giocatori d’azzardo, simpatici furfanti, delinquentelli e un’accolita di anziani dediti all’alcool.

Tino, fagli un panino e dagli da bere che, pure se è africano, ha diritto di mangiare anche lui.

Proprio quest’ultima “passione” degli abitanti del quartiere aiuta Tino nella sua attività: è uno dei due giovani baristi del locale di proprietà dell’istrionico Saverio, oltre a vestire i panni di un improbabile “Virgilio” rionale che ci guida nei meandri di una commedia umana dalle tinte tragicomiche, una serie di racconti che si alternano con ritmo incalzante da un capitolo all’altro.

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In queste vicende, i personaggi protagonisti che popolano questa zona di Milano e le pagine del romanzo in questione si intrecciano fra trame cruente e momenti esilaranti, senza dimenticare una costante del libro: il linguaggio basso, volgare in tutti i sensi, sia di “volgo”, sia di popolare, che accosta imprecazioni a espressioni colloquiali decisamente indecifrabili per chi non frequenta le zone, e che potrebbe rendere difficoltosa la comprensione a chi non le conosce. Ai tavoli del bar di Tino si giocano interminabili partite di poker, ma la posta in gioco, quella vera, per gente del calibro di Nico, Salvo, Zago e tanti altri, è talvolta molto più pesante del solo denaro.

La Milano nascosta, scoperta in un libro

Il bar degli zanza racconta di una Milano caratteristica, ma al contempo molto più vicina a un paesino di provincia, avendo circoscritto il palcoscenico di questo teatro del grottesco a una zona ben precisa e per nulla elegante. Il libro è in grado di far rivivere ai lettori che hanno vissuto quei luoghi e quel tempo un passato quasi nascosto, grazie a una decisa rispolverata della vita e del linguaggio di allora usato appunto fra gli “zanza”, e per chi invece non ha avuto l’onore di attraversare questo spaccato cittadino di persona, diventa quasi una guida alla Milano nascosta di quasi quarant’anni fa. Un mondo tanto avvincente, quanto pericoloso, ma reso concreto da persone reali che tentavano con ogni mezzo di uscire dal turbinio folle della povertà.

Saluto il Bologna e il signor Giovanni, mentre Lanzoni, cui tocca pagare le consumazioni, tira giù qualche improperio in veneto, degli “Ostrega” e “fiòl d’on càn!”, ma sempre col sorriso tra le labbra, benedetto vegliardo.

Non mancano mai l’ironia, le espressioni decisamente all’insegna del politically incorrect, illustrando chiaramente e con dovizia di dettagli le situazioni che prendono vita grazie a quel “minestrone umano” che è oggi Milano, il corrispondente del melting pot americano di dimensioni sicuramente ridotte, ma non di certo meno interessante. Il bar degli “zanza” diventa un punto di ritrovo per tante persone così diverse, ma al contempo così simili tra loro, alla ricerca di una via di salvezza dalla loro condizione, tentando la fortuna tra qualche giochino inventato da Tino per attirare clienti e risse per ingannare il tempo, oltre che ingannare se stessi. Un porto di mare dove arrivano e partono tanti personaggi rappresentativi dell’eterogeneità della società, non solo prettamente legata a Baggio, ma di uno spaccato di mondo, tra extracomunitari e locali.

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Il bar degli zanza dunque diventa occasione per i lettori appassionati di narrativa leggera, ma allo stesso tempo “difficile” da approcciare se non si conosce il linguaggio utilizzato, per conoscere un mondo non del tutto sparito, ma forse solo modificatosi nel tempo, proprio come l’identità della stessa capitale meneghina. Un libro le cui pagine profumano di promiscuità e di locali pieni di fumo, alcol e grasse risate scomposte, persone provenienti da diverse parti del globo, ma che questo quartiere ha saputo accogliere a modo suo. Baggio allora, come Milano ancora oggi.

“Ci frantumano i maroni da una vita, con tutti quei mediocri film americani sui gangster, con il Bronx, la mafia e le gang messicane. E che, siamo meno di loro? Anche noi abbiamo i nostri Bronx, no? In ogni caso, guarderò questo bar con più rispetto” affermò con enfasi.

Il bar degli zanza


Il bar degli zanza è un libro consigliato a tutti coloro che sono alla ricerca di un mondo milanese ormai sparito, o comunque parecchio modificatosi nel tempo, in grado di portare alla luce spaccati di vita quotidiana che riflettono esistenze "basse", comuni e sempre attuali, rese più interessanti dalla contestualizzazione in un luogo tanto caro all'autore e in grado di raccontarle con tutta la passione che solo un affezionato al proprio quartiere può trasmettere.

Pro

  • libro interessante per conoscere la storia di una Milano d'altri tempi
  • parecchie "note di colore" tra personaggi caleidoscopici e terminologie autoctone

Contro

  • storie alla lunga abbastanza ripetitive tra loro
  • difficoltà di comprensione di parecchi termini per coloro che non conoscono il dialetto milanese