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IT, la paura profonda e dimenticata

Nota del curatore. Una storia horror ha un’unica colonna portante, la paura. La paura dei personaggi e quella del lettore/spettatore, che possono essere una lo specchio dell’altra, una perversa relazione di causa effetto, una reazione empatica o molto altro. Molte forme di paura ma in fondo l’orrore è unico, sempre uguale a sé stesso: Temiamo […]

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Nota del curatore. Una storia horror ha un’unica colonna portante, la paura. La paura dei personaggi e quella del lettore/spettatore, che possono essere una lo specchio dell’altra, una perversa relazione di causa effetto, una reazione empatica o molto altro. Molte forme di paura ma in fondo l’orrore è unico, sempre uguale a sé stesso: Temiamo la morte, il dolore, la sofferenza, l’abbandono.

Ai genitori, certe volte, si spiega che i bambini vivono l’orrore molte volte al giorno: quando la madre esce dal campo visivo per loro scompare, e temono di averla persa per sempre. Quando chiudono gli occhi la realtà smette di esistere, e forse nella loro mente nasce l’idea di un’oscurità eterna. Poi si cresce, e un po’ alla volta impariamo a dominare certe immagini. Ma non scompaiono mai del tutto.

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Ed ecco perché certe storie horror sono meglio di altre. Sono quelle che riescono a risvegliare le paure profonde, quelle che crediamo di aver superato ma che in verità non se ne sono mai andate. Stephen King ha costruito il suo successo su questo, sfruttando anche una padronanza non comune delle tecniche narrative, e IT è diventato in qualche modo il simbolo di un tipo di horror che rappresenta sé stesso, l’epoca in cui è comparso e l’autore del romanzo. Non è poco per un film che tutto sommato ha fin troppi difetti.

Valerio Porcu

Tutti abbiamo paura

Tutti abbiamo paura di qualcosa. Che siano ragni o bottoni, tutti ci muoviamo ogni giorno attraverso fobie della più disparata natura. In alcuni casi può essere molto spiacevole, persino invalidante a volte, ma resta importantissimo saper riconoscere l’esistenza della paura, oggettivizzare la situazione per vivere in maniera serena. Magari costringersi a cambiare del marciapiede una volta o due di troppo, ma la cosa termina lì: quando riconosci la tua paura, se non trovi il modo di risolverla, trovi perlomeno la maniera di arginarla.

Il problema vero è che la paura di qualcosa che non riconosciamo. Quando non sai di cosa hai paura sei totalmente disarmato. La senti, la vivi, ma non sapendo da dove derivi non puoi nemmeno combatterla, tanto meno fuggirle.

È un tipo di paura di cui spesso non siamo consapevoli, qualcosa che resta “incastrato” da qualche parte per anni, persino per tutta la vita. E magari con il tempo ci convinciamo che non esista: perché l’età porta consapevolezza, e la consapevolezza a una sicurezza di sé spesso infondata. Arriviamo anche a creder di avere compreso anche quello che in realtà non si è mai compreso a sufficienza.

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Più si cresce e più il timore che prova il bambino nello scendere in cantina sembra essersene andato. Più si cresce e più sotto il nostro letto non ci saranno che polvere e cianfrusaglie dimenticate. Ma quel timore può riemergere, prima o poi, magari per un centesimo di secondo, quando ti svegli in un buio che sembra essere più fitto del solito. Poi la negazione di quello spavento, perché a una certa età non si può più neanche pensare di aver avuto paura di qualcosa di ingiustificabile, nemmeno per un secondo.

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Stephen King

Nella battaglia contro la paura riconoscibilità e accettazione giocano un ruolo fondamentale. Ed è quindi abbastanza semplice capire come un bambino, pur con la sua fragilità, abbia decisamente più armi per combatterla. Avere paura quando si è bambini è quasi un diritto. Né la società, né la sfera emotiva personale tentano di reprimerla. Crescendo invece diventa tutto più complicato, tutto tende alla negazione.

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Se i mostri sotto al letto esistessero davvero, la nostra unica possibilità di salvezza sarebbe propro quella di affidarci ai bambini. O sperare nella nostra capacità di ritornare ad esserlo. La paura che riemerge e che solo i bambini possono affrontare. È questo il tema portante di IT, romanzo di Stephen King uscito nel 1986, e diventato un film poco dopo (con un remake in tempi recentissimi).

Il romanzo è un racconto allegorico su questa battaglia combattuta in due momenti della nostra esistenza. La battaglia contro quel demone che si muove nei cunicoli della mente, con cui prima o dopo dobbiamo fare i conti. La trasposizione cinematografica, è diventata una vera e propria pietra miliare del cinema di genere, pur dovendo fare i conti con un giudizio poco benevolo.

Ma forse, ora, alla luce del recentissimo e più riuscito IT di Andres Muschietti, è opportuno tornare a parlare di quel primo film.

Sbagliare clamorosamente e fare centro lo stesso

IT – Il Pagliaccio assassino (raccolto in un film unico di 190 minuti) è al contempo considerato un grandissimo film horror e un film mediocre (oltre che un terribile adattamento). Rispetto al romanzo la trama ha subito notevoli modifiche, ma continua a raccontare di un gruppo di ragazzi che affronta un Mostro.

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La pellicola, divisa in due atti (che costituivano inizialmente due film a loro stanti), inquadra e segue le due grandi fasi di questa guerra: la prima, svoltasi quando i ragazzi avevano tutti circa dodici anni; la seconda, avvenuta quando sono ormai ormai degli adulti. Un’attesa strategica voluta proprio dal mostro che, dopo la sconfitta maturata nel primo capitolo, accortosi della loro reale forza, deciderà di aspettare che il tempo faccia vacillare la loro unione e la loro fede, e che arrivi il momento adatto per affondarli definitivamente.

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Nel raccontare tutto questo il film fallisce sotto molti punti di vista: un tratteggio dei personaggi abbozzato, una sceneggiatura scialba e una resa produttiva che assolutamente non riusciva a nascondere la sua natura da progetto pensato per la tv. Erano gli anni ’90 e Cinema Horror significava trame semplice e sottotesti elementari, a cui facevano da contraltare una certa credibilità e una marcata dose di effetti splatter. Gli antenati di lusso di IT erano stati Shining, e ancora prima Alien.

Unendo però un soggetto azzeccato a una non comune strutturazione del racconto e la cassa di risonanza televisiva (quello che ora potremmo definire “il primo effetto Netflix”) si riuscì ad avvicinare una massa di pubblico grande e variegata senza passare dal filtro cinematografico. Il successo fu tale che il clown divenne velocemente una tra le figure principali del genere horror, trovando il posto sotto al letto insieme agli altri mostri. Ne è riprova il fatto che chiunque fosse presente negli anni ’90, che fosse bambino o adulto, in qualche modo è stato raggiunto dagli effetti di questo film.

Un merito dovuto soprattutto alla prestazione di Tim Curry (The Rocky Horro Picture Show, Signori il delitto è servito), che si rese terrificante al punto tale da dover essere allontanato più volte dal resto del cast. Inoltre la regia si basava su immagini di forte impatto (dove il sangue sporcava l’anima più che gli ambienti), mostrate in sequenze prolungate che non puntavano allo spavento immediato, quanto a sfumare lentamente la realtà con i timori più onirici, per poi depositarsi lentamente nelle viscere dello spettatore e creare un forte e pervasivo malessere. Una condizione straniante che non poteva lasciare indifferenti. L’altro meccanismo che aiutò il film su poi la divisione in due episodi e una dimensione da saga, che favorivano l’affezionarsi ai personaggi.

La magia esiste

“La magia esiste”. Ecco quello di cui vuole convincerci IT. Una frase nella prima pagina del libro, una vera e propria dichiarazione d’intenti nascosta fra le dediche. Il romanzo non è un horror comune; sfrutta alcune caratteristiche del genere, ma per costruire un’esperienza più densa e stratificata. La volontà è quella di accompagnare il lettore in un mondo dove la battaglia tra bene e male è sostenuta da ragazzi ordinari, che riescono a trovare nell’unione e nell’amicizia la forza per accedere a quella magia che ci permette superare qualunque paura.

La genialità di quest’opera sta proprio nel prendere questa sfida eterna e farla combattere agli stessi ragazzi in due momenti della vita differenti: il primo dove si crede più facilmente alle cose che si muovono sotto al letto, il secondo dove invece le si rinnegano. Come ricorda Stephen King “IT è una storia che permette agli adulti di riprovare quello che sentivano da bambini”. IT è una strada di ritorno verso l’infanzia.

In virtù di questo la trasposizione IT – Il pagliaccio assassino è quasi una mutazione. Si trasforma come il Mostro al centro della storia, e vince comunque la partita (giocandone un’altra). Pur dimenticando lo scopo dell’opera letteraria, ne trova uno diverso che gli ha permesso, a torto o a ragione, di diventare un cult; molto discusso, certo, ma comunque un cult.

Il nuovo film

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L’esempio lampante di come il contenuto principale di IT sia stato in larga parte decentrato (se non travisato completamente) sta proprio nella sua ultima incarnazione cinematografica. L’adattamento di Andres Muschietti è, a tutti gli effetti, il film che IT meritava di avere, e con cui forse sarebbe stato più onorevole farlo passare alla storia.

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La nuova formula utilizzata, maturata in quasi trent’anni di cinema horror, permette di far emergere con più efficacia le caratteristiche da romanzo di formazione, che fanno del romanzo un racconto di crescita davvero formidabile. La dolcezza della storia in questo film si avverte con maggiore potenza grazie ad escamotage registici che riescono ad alternare momenti di paura ben dosati (ma più prevedibili e meno traumatizzanti) a sequenze di innocente spensieratezza.

Momenti che diventano il vero cardine su cui si regge tutta la pellicola, grazie ai quali “i perdenti” diventano finalmente gli eroi che lo spettatore attendeva, e con cui non vedeva l’ora di potersi immedesimare per sentire ancora su di sé tutta la bellezza della giovinezza lasciata alle sue spalle (il tuffo di Beverly nel lago ne è un esempio magistrale).

Siamo di fronte a una pellicola a tutti gli effetti in grado di far commuovere giostrando in maniera adeguata i contenuti del racconto. Il racconto dei perdenti questa volta riesce a rendersi credibile, la loro unione transita e crea un legame autentico anche con il pubblico. È come se le note di Stand by me – Racconto di un’estate si fossero finalmente ricongiunte ad un’opera che ne era stata tristemente, quanto ingiustamente, privata.

E se si può affermare che, per quanto originale e decisamente più in linea con i tempi, il nuovo Pennywise (un fantastico Bill Skarsgård, Deadpool 2, Atomica Bionda) perda contro la prima mostruosità incarnata da Tim Curry, va anche sottolineato come il cast dei bambini sia migliore rispetto ai già buonissimi attori che portarono per la prima volta su grande schermo le balbuzie di Bill, le rotondità di Ben, e le paure di Stan.

Come dice lo stesso Muschietti “Questi ragazzi hanno nel DNA i personaggi”. E il risultato traspare in maniera evidente sia nei movimenti, sia nella naturalità nell’interpretazione. Il sentimento di amicizia travalica i confini dello schermo (i ragazzi hanno passato insieme un’intera estate diventando amici per la pelle) e accoglie anche lo spettatore. Finalmente avviene quel processo di rifasamento: ora sotto il riflettore ci sono loro, i perdenti. Il Mostro non è più il protagonista, e la narrazione da storia di sangue torna a essere storia di crescita e rinascita.

Le differenze con l’originale non si fermo a questioni di stampo attoriale, stilistico o contenutistico. Il nuovo IT decide che la maniera migliore per raccontare questo percorso trentennale sia quello di rinunciare ad uno dei suoi principali ganci narrativi, presente tanto nel racconto cartaceo quanto nella sua prima incarnazione cinematografica: il flash-back. Decisamente a sorpresa Muschietti ci presenta questa volta un racconto assolutamente lineare, che si dedica esclusivamente alla storia dei perdenti quando ancora sono dei ragazzi.

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Ed è forse questo dedicarsi a una ben precisa parte della storia che permettere al film di avere un taglio unico, che non si perde nel tentativo di esplorare una mole troppo ampia di situazioni, ma ne individua una e la racconta utilizzando un registro perfetto per essa.

La nuova versione viene da un genere, l’horror, con una storia di limiti e rigide codifiche. Barriere già superate da Guillermo del Toro o lo stesso Andres Muschietti, che con il suo La Madre è riuscito a farsi temere senza rinunciare a toccare nel profondo le corde emotive dello spettatore.

Anche i film sbagliati a volte sono giusti

L’influsso e il successo del recentissimo Stranger Things (anch’esso ispirato alle opere di Stephen King) hanno inoltre dimostrato come questo tipo di formula venga recepita bene dal pubblico. Coerente è stata infatti la risposta del botteghino, perché se è vero che il primo IT è passato alla storia scavalcando la prova del cinema, questa nuova incarnazione ci entra di diritto proprio grazie alle sue prestazioni in sala, diventando il film horror di maggiore incasso nella storia.

Anche se ora ci troviamo di fronte ad una forma pressoché perfetta, IT – Il pagliaccio assassino rimane un punto di attenzione importante nella storia del cinema horror, come nella storia personale di questo personaggio che oramai appartiene al mito (con buona pace di tutti i clown del mondo).

La formula traumatizzante, indovinata anche grazie a un budget che la rendeva quasi obbligata, rimane un momento di convergenza delle paure umane quasi unico nella storia del cinema. Il film del 1990 è in fondo riuscito, pur percorrendo una strada diversa (opposta) rispetto al romanzo. Ha unito gli spettatori con un timore visivo, e in buona parte emotivo, comune. Una paura unica contro cui hanno tutti combattuto, davanti alle loro TV, e con cui tutti ora si possono confrontare, come reduci da una stessa battaglia.

Anche i film sbagliati, a volte, trovano molto di cui farsi ringraziare.

Alessandro Tonoli

14650453 10208901579208419 5566723552041092538 n[1]Nato nel 1988, Alessandro Tonoli si è laureato presso la facoltà di Comunicazione, New Media e Pubblicità dell’Università Uninettuno, scrive articoli per il sito HavocPoint e gestisce il blog Glasslands di Tom’s Hardware dove si occupa di cinema, videogiochi e media. Nel 2015 ha pubblicato il suo primo romanzo breve La piccola Parigi, edito da GWMAX Editore, mentre, nel 2017, ha pubblicato per l’editore Delos Digital l’opera saggistica Tutto quello che devi sapere sulla realtà virtuale.

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